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16 Febbraio Feb 2016 1440 16 febbraio 2016

Italia underground: Metamorfosi

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Prosegue serenamente il nostro viaggio alla scoperta di gemme preziose nascoste nel limbo delle produzioni musicali nazionali di commerciale e, per questo, sulfurea attitudine a qualcosa che ha ben poco in comune con il fare musica sul serio. Come ovvio, il territorio in cui guardiamo resta quello appartenente ai sotterranei più sconosciuti e, di conseguenza, aventi la rete come sola e unica possibilità di divulgazione primaria delle proprie idee. Per la prima volta, qui a Italia underground, non ci spostiamo subito dall’area geografica precedentemente bazzicata per restare, dunque, nell’ambito laziale pur di rivolgere l’attenzione ai Metamorfosi, band di considerevole interesse (ora vediamo perché) composta da un trio di musicisti di pregevole fattura quali Sarah D’Arienzo (voce), Tyron D’Arienzo (chitarra) e Gianluca Manfredonia (batteria).

Puntualizziamo subito una cosa. Lo scrivente non è mai risultato tra i registi degli indagati per eccessiva passione viscerale nei confronti del cosiddetto “indie” rock e dintorni. Il motivo è molto semplice: esattamente come fu per il concetto di grunge – etichettatura che identificava, in verità, un’intera generazione più che un genere che, per contro, si rifaceva a tanti altri messi insieme; manco a farlo apposta ne parlavamo proprio nello scritto precedente – anche l’indie non è da considerare in quanto genere, come erroneamente hanno sempre deliberatamente scelto di fare tanti e tanti individui anche illustri incaricati di parlarne su pagine altrettanto pregiate. Il termine “indie” è una sorta di giocoso diminutivo di “indipendent” (che sta, ovviamente, per indipendente), ma è stato associato – a partire forsennatamente da circa una quindicina di anni fa – a un particolare stile musicale a metà strada tra rock leggero (perché il rock vero e proprio è tutta un’altra cosa, sia chiaro), folk ed elettro-wave di fine ’80. Malgrado si trattasse, per la maggior parte dei casi, di artisti che avevano realmente a disposizione etichette non dipendenti da capi altisonanti e distribuzioni internazionali quotate in borsa, il perché di questa implicita imposizione di massa lo sa Dio o chi per lui. Per intenderci, anche i Motorpsycho sono indie, da questo punto di vista (che è quello corretto, non ci stancheremo mai di ripeterlo), perché negli ultimi vent’anni hanno sempre fatto quello che volevano in totale assenza di major internazionali.

Ma veniamo a noi. Si diceva che il sottoscritto non ha mai apprezzato questa collettiva attribuzione di significato al termine “indie” (neologismo che, per la precisione, non ha mai adottato se non per spiegarne, appunto, il reale significato). Ed è proprio per questo motivo che una band come quella dei Metamorfosi, pur dichiarandosi apertamente indie, lo è per davvero – a differenza di numerosissimi altri colleghi – dal momento che ne sposa, fin dalla prima nota incisa su disco, il concetto principale: fare quello che si vuole non avendo alcuna imposizione da parte di superiori.

Orbene, si comprenderà in pieno come proprio una band come quella dei Metamorfosi (da non confondere con omonimi colleghi più anziani) e, nello specifico, un album come Chrysalis (in diffusione proprio in questi giorni) rappresentano un elemento importante se si vuole concretamente scendere a patti con la propria generazione e il proprio tempo. Cosa vuol dire, questo? Semplicemente dimostrare di essere perfettamente consapevoli di un certo esaurimento di risorse complessive in termini di creatività e relative possibilità esplorative (insomma, il classico discorso dell’ “è stato già detto tutto”) e, a maggior ragione, osare sempre di più, senza fronzoli né timore alcuno, nella proposta di una musica che parta da basi riconoscibili a primissimo tatto per poi, però, allargare – fino dove possibile – i propri orizzonti verso tutti i tentativi di sperimentazione resi possibili dal genere che si sceglie di utilizzare, naturalmente. Ed ecco, dunque, che i brani che compongono Chrysalis, malgrado in un arco temporale che non supera di molto i soli trenta minuti di durata, sono perfettamente in grado di spaziare talmente tanto fra generi e stili compositivi e performativi da fornire all’ascoltatore anche meno ferrato in materia il giusto materiale per generare un coefficiente di curiosità che lo porti a documentarsi sulle influenze espresse, per poi apprezzare fino in fondo la proposta discografica acquisita in ultima istanza.

Non è un caso, in definitiva, se i Metamorfosi sono perfettamente capaci di utilizzare i propri punti di riferimento artistici solo come trampolino di lancio per incursioni in territori sonori non per forza riconoscibili ad un primo ascolto. Si tratta di una caratteristica che ha molto in comune con una certa camaleonticità dove, però, il dato mutevole non è utilizzato per conformarsi alla realtà preesistente (come, invece, la biologia insegna), bensì allo scopo di distaccarsene proprio giocando sull’evidenza che una simile eterogeneità di suoni e contenuti può generare nel momento in cui si separa dal contesto a cui risulta appartenere in partenza. I Metamorfosi, in questo, sono bravissimi nel sondare nuove rotte stilistiche anche alquanto distanti dalla comprensione collettiva ma saggiamente noncuranti di una sempre meno necessaria accessibilità radiofonica. Un album come Chrysalis riesce perfettamente a rimescolare le carte in tavola senza mai risultare invadente o ossessivo su certe scelte strutturali, in quanto volenteroso di mettere continuamente in discussione le regole del gioco smembrandole e ricostruendole a piacimento. I riferimenti, insomma, ci sono e si sentono tutti: dal rinnovamento cantautoriale attuale e connazionale come quello di Carmen Consoli o Max Gazzè, alle miscele di soluzioni oltreoceaniche e tricolori insite nei migliori tentativi della Elisa di Then comes the sun (alla cui voce quella della D’Arienzo somiglia per limpidezza, estensione e bellezza complessiva), giungendo a contaminazioni di stampo wave e rock puro senza disdegnare, però, certe incursioni blues, jazz e, più di tutto, il filo conduttore emotivo insito in un gran gusto per il fattore melodico.

Se un incipit come quello di Essence permette di comprendere immediatamente la caratura di ciò che ci si appresta a valutare grazie all’identificazione di una perizia sonora di primissimo livello, siamo già dinanzi una solidissima dichiarazione di intenti. Le carte in tavola sono subito scoperte: grande gusto per la melodia, si diceva, ma rispettiva riproposizione in chiave volutamente irregolare e costruita su accordi solo all’apparenza sconnessi tra loro. Una considerevole propensione ad aperture elettriche e sezioni ritmiche ascrivibili a nomi altisonanti come Coldplay e Arcade Fire (guardacaso rinnovatori, nel loro ambito, proprio delle strutture melodiche di precedente provenienza) prosegue, poi, sulla title track Chrysalis, già definitivamente capace di sezionare interscambi elettroacustici per fare da ponte anche ad accenni classicheggianti (quelli di Gregor Samsa, un titolo che è tutto un programma), fino ad approdare alle strutture capovolte di Levity e Keep the pain, in cui le percussioni sono il pilastro portante in veste di strumento principale. Si tratta di un giro di boa su cui si innestano, poi, le curiosissime scelte minimaliste di Light e gli esperimenti wave di Packed smiles, con lo scopo finale di convogliare il tutto nella perfetta summa psico-swing sognante prodotta dalla conclusiva The moon is kiddin me.

A conclusione di tutto ciò – meglio se dopo aver ascoltato l’album in santa pace e senza intoppi di ogni sorta, dallo smartphone al televisore in sottofondo – si comprenderà bene come l’età anagrafica di una qualunque personalità che si appresti a comparire nel campo di una determinata professione (l’Arte come la manovalanza), se in presenza di determinati requisiti individuali, non conti assolutamente nulla al cospetto della reale capacità – e volontà – di porre in essere ciò che si cova in corpo da tempo (i Metamorfosi, nella pratica, nascono nel 2005) e, per diretta conseguenza, si desidera esternare in funzione di sostegno ad una propria tesi. In questo caso, l’esperimento è ben riuscito e si attendono con gran piacere ulteriori sviluppi.