39 steps

16 Marzo Mar 2016 1207 16 marzo 2016

Italia underground: So Does Your Mother

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Macina le tappe sempre a testa alta e serenamente curioso il nostro viaggio nell'Italia sotterranea delle produzioni musicali, ovvero quella che tanto ci piace portare alla luce al posto di chi dovrebbe realmente occuparsene (media di settore in un testa a testa al ribasso con certi assopiti dirigenti scaldapoltrone), quella che davvero detiene un sempre elevato coefficiente di interesse così splendente da non poter essere lasciato ad ammuffire tra le grinfie dell'anonimato. Certo, c'è talmente tanta musica in giro – non solo in Italia, ovviamente – da rendersi quasi tutto fuorché indispensabile. Di pari passo, però, c'è così tanto talento e così tanta cultura applicata in giro per il nostro misero paese che equivale a peccato mortale non proseguire in una ricerca che tutto è fuorché una perdita di tempo. E allora, consapevoli di ciò, andiamo avanti per la nostra strada senza timore alcuno.

Andiamo avanti sulla strada, sì, ma non di molto, perché la provenienza della band che segnaliamo oggi non dista geograficamente così tanto da quella della precedente esperienza. Rimaniamo, infatti, in terra laziale, con propensione alla capitale, per degustare la proposta musicale offerta dai So Does Your Mother, band dal nome che, certo, è un po' tutto un programma ma non catalizza affatto la nostra attenzione unicamente sul versante ironico immancabilmente succulento – e comunque presente nel corpus ideologico della formazione. Siamo dinanzi, infatti, ad un agglomerato molto folto di musicisti (dieci in tutto) che – nessuno escluso – lasciano trasparire, in maniera assolutamente evidente, un talento sproporzionato quanto a tecnica esecutiva e ricerca sonora molto coscienziosamente ancorata a capisaldi dell'evoluzione musicale, per quanto potenzialmente datati ma non di certo passati a miglior vita.

Andiamo per ordine. Che tipo di musica propongono i So Does Your Mother? Non è così facile specificarlo, il che non è affatto un male, vista la possibilità che ci viene offerta di approfondire tutta una serie di riferimenti (anche nostrani, per quanto sempre e comunque di derivazione esterofila; deo gratias comunque) assolutamente imprescindibili laddove si vuole cogliere uno scopo ben preciso insito in una possibilità di collocazione nei confronti del prodotto che ci troviamo ad analizzare. Questo vuol dire, senza troppi giri di parole, che per assorbire a dovere un album pur godibilissimo da ogni fascia di età e da ogni orientamento di gusto come Neighbours, bisogna necessariamente possedere – o quantomeno documentarsi – una certa conoscenza di fondo, in modo tale da amalgamarla con quanto fuoriesce dalle casse dello stereo (o dagli auricolari dello smartphone, se preferite) e godere pienamente di un vero e proprio regalo – si direbbe anche alquanto raro – alle papille auditive. Orgogliosamente constatiamo che proprio questa è una predisposizione richiesta da quasi ogni agglomerato che fino ad oggi ci siamo trovati a passare in rassegna, e non può che essere un segnale estremamente positivo, indice inossidabile del fatto che moltissimi appartenenti alle nuove generazioni non sono per nulla esenti da un desiderio di consocenza e presisposizione all'apprendimento in funzione di una successiva proposta personalizzata, perfetto sinonimo di perpetuo tentativo di apportare ventate di freschezza in sotterranei stantii e ammuffiti.

Un album come Neighbours, allora, non può che destare benessere e sollievo vista la caratura emotiva e passionale, oltre che tecnica e culturale, di cui si pregia pur essendo, di fatto, un esordio discografico a tutti gli effetti (disponibile nei principali store digitali da un paio di giorni a questa parte). Quello che offrono Lorenzo Sidoti (chitarra), Vladimiro Sbacco (tastiere e sintetizzatori), Gian Maria Camponeschi (basso), Alessio Zappa (batteria), Francesco Antonini (flauto), Letizia Lenzi (clarinetto), Carmine Di Lauro (sax), Francesca Faraglia (voce), Domitilla Masi (voce) e Maria Onori (voce) è un sapiente mix di rock, jazz, funk e progressive di stampo '70 perfettamente in sincrono con intenzioni di ulteriore contaminazione votata a un annullamento di spazio e tempo capace di riportare in vita precedenti basi stilistiche per farne nuovo trampolino di lancio in vista di rinnovati tentativi di esposizione.

Fra le tracce di Neighbours sembra veramente di sentir rivivere – tanto nelle intenzioni compositive quanto nelle sbalorditive capacità di esecuzione – mostri sacri come il Frank Zappa di Apostrophe, One size fits all, Zoot allures e gli incredibili documenti dal vivo Roxy & elsewhere e Zappa in New York. Non è un caso, dunque, se tra i ranghi dei collaboratori a questa sfavillante opera prima figura anche un certo Ike Willis, splendida voce e chitarra presente nella formazione guidata proprio dal genio di Zappa tra il 1978 e il 1988. E non è un caso nemmeno se proprio la componente live è un altro degli elementi che concorrono a definire l'identità dei So does Your Mother, se è vero che – come specificato dalla band stessa ma verificabile nelle documentazioni visive presenti online – ogni concerto dei nostri equivale a un vero e proprio teatrino continuo in pieno stile "Mothers". Ma le evidenti derivazioni non finiscono qui: i So Does Your Mother godono anche di una sezione fiatistica di primissimo livello che li rende perfettamente capaci di spaziare, tra l'altro all'interno dello stesso brano, dal progressive di scuola Canterbury al jazz elettrico e avanguardistico dei Weather Report come anche dei nostrani Perigeo, Napoli Centrale e Area (recuperare almeno il primo album eponimo della band di James Senese, poi Genealogia o Crack firmati Perigeo e Area per constatare); il tutto passando anche per notevolissimi anfratti di pura disco music a stelle e strisce di fine '70, il cui tocco conferisce al prodotto complessivo tutta una serie di godurie soniche da loop continuo e indisturbato.

Malgrado, in apertura, Neighbours sembri suggerire intenzioni marcatamente rock a causa di ben precisi riff e strutturazioni metriche sostanziali, quella che si apre all'ascolto in men che non si dica è una vera e propria autostrada di riferimenti e incursioni in territori solo apparentemente sconnessi tra loro, in quanto saggiamente fatti propri e rielaborati in chiave del tutto personale. Ecco presentarsi, allora, il motivo per cui brani come Swallow, Under the roof e Your mother rendono interessantissimo l'abbraccio tra soul e funk che fu proprio della disco music americana e che, in questo frangente, entra in stretto contatto con la restante conformazione a venire. Modern seducer e Modern seducer reprise, poi, estremizzano proprio quella frammentarietà italo-prog anni '70 che il perfetto andirivieni tra ritmiche e fiati amplifica in termini di percezione estasiante. Per certi aspetti, sembra di veder rivivere anche la roboante anima di Lester Bowie e dei suoi Art Ensemble Of Chicago grazie a scambi sonori al limite della più orgasmica – per quanto controllatissima – follia "free", salvo poi sentir coronare il tutto in qualità di indiscutibile prodotto di vertice al richiamo di tasselli come Red leaf e M.D, il primo zappiano a più non posso, il secondo maggiormente orientato verso quella provenienza tricolore di cui si parlava in precedenza.

A conti fatti, insomma, anche una band come quella dei So Does Your Mother rientra con enorme merito tra la cerchia di giovani emergenti già assolutissimamente pronti per sale di incisione più prestigiose e palcoscenici più spinti, rispetto ad altri, verso riflettori di taglio internazionale. Pur lasciando riposare tranquilla la definizione di capolavoro, certamente non è un azzardo definire Sidoti e soci come delle sincere eminenze nostrane deliziosamente meritevoli di tutta l'attenzione necessaria a fare delle loro produzioni qualcosa di orgogliosamente esportabile di cui potersi vantare senza nessunissima esagerazione.