39 steps

22 Marzo Mar 2016 1306 22 marzo 2016

Italia underground: Electroadda

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La carovana di papille auditive sempre affamate di buon gusto e senso del bisogno di evoluzione sonora di Italia Underground riparte dai territori laziali delle volte precedenti per approdare al nord, in Lombardia, nello specifico nell'area brianzola. É dai territori di Mezzago e Bellusco, infatti, che provengono gli Electroadda, solido, compatto e preparatissimo duo composto da Carlo Frigerio (batteria, computer, sintetizzatori) e Leonardo Ronchi (chitarra, voce e sintetizzatori).

Contribuendo alla conformazione di un panorama musicale italiano costellato di autoproduzioni di gran pregio e qualitativamente non inferiori a niente e nessuno al mondo – qualunque sia il genere affrontato o rivisitato – ulteriori braccia tecniche e culturali arrivano a incrementare le reali possibilità di salvataggio per una certa dignità artistica tricolore. Forti del loro primo extended play ufficiale omonimo, pubblicato online proprio in questi giorni e reperibile anche sulla loro pagina Facebook, gli Electroadda riescono a coinvolgere con stupore la nostra capacità di ascolto in quanto perfettamente in grado non solo di portare avanti un discorso personale che coinvolge numerosi stili e impostazioni differenti, ma arrivano anche – si direbbe, in casi come questo, soprattutto – a sfruttare il formato "ep" (per quanto virtuale, vista la distribuzione digitale online) in maniera assolutamente coscienziosa e saggiamente rivolta proprio a una serie di possibilità argomentative di cui non si può non tenere conto. Cerchiamo di spiegarci.

Electroadda contiene cinque brani e, attraverso di essi, affronta altrettanti generi e stili di composizione ed esecuzione ben diversi tra loro, solo apparentemente distanti anni luce l'uno dall'altro ma, a conti fatti, assolutamente necessari, nell'insieme e nell'ordine di idee in cui vengono inseriti, per operare un discorso che pone al centro dell'attenzione proprio il formato utilizzato (l'ep, appunto) in quanto unico vero limite a scopo positivo. Malgrado questo ipotetico limite consista, dunque, nella brevità di durata e nella compressione, in un arco di tempo minore rispetto a quello di un album completo, di una serie veramente sterminata di idee e riferimenti, la stessa idea di limite trasmigra in un non improbabile concetto di possibilità infinite riscontrabili proprio dalla capacità del duo brianzolo di sfruttare questa compressione in proprio favore, passando di genere in genere in men che non si dica, di brano in brano se non proprio di minuto in minuto.

Il duo composto da Frigerio e Ronchi, sostanzialmente, offre un'impostazione di massima basata su una concezione hard rock da "power duo", quindi con una sezione ritmica priva delle quattro corde tipiche di uno strumento come il basso elettrico ma, per contro, sostituita, nell'eventuale mancanza, da inserimenti elettronici provenienti da tastiere e campionamenti che, ad ascolto ultimato, risultano essere tutt'altro che un artificio o una forzatura. L'idea sonora del duo brianzolo è estremamente chiara, limpida, genuina e, più di tutto, saggia per quanto ampiamente variegata e stratificata. Ma è proprio questo il punto: oltre ad essere compositiva e tecnica, l'intelligenza pèrofessionale di Frigerio e Ronchi è anche rivolta ad una notevole capacità di sfruttamento dei propri mezzi. In soli cinque brani e in circa venti minuti di musica, gli Electroadda riescono a proporre non una, ma una vera e propria serie di idee musicali tutte molto ben delineate e assolutamente capaci di far intuire come il futuro della band possa essere giocato in termini di longevità almeno discografica, dal momento che si percepisce a chiare lettere la facilità con cui i nostri potrebbero sfornare dischi sempre diversi e orientati, di volta in volta, verso campi sonori anche sideralmente distanti fra loro. Electroadda, dunque, concorre perfettamente al raggiungimento di questo scopo facendolo nel migliore dei modi, cioè sfruttando le possibilità strutturali di un ep per amplificare al massimo la dimostrazione di una versatilità – se non proprio di una camaleonticità, quindi comunque di una profonda cultura musicale – di importanza forse maggiore rispetto a quella delle idee che prendono corpo attraverso il suono proposto.

Non è affatto un caso, dunque, se l'esordio discografico degli Electroadda (in circolazione comunque da diversi anni a questa parte e, quindi, solo ora decisi a mettere su disco queste precisissime idee) si apre con un brano come A better life, dove la percezione che matura in mente all'ascoltatore è quella di avere a che fare con un ennesimo simulacro indie, wave e post rock di matrice Editors, Bloc Party o Interpol. Ma è un attimo, perché in un solo battito di ciglia che dura tre minuti e mezzo, un intero mondo sonoro viene creato e distrutto in vista del tassello successivo. Il secondo step proposto dal disco rappresenta, infatti, il primo grande giro di boa stilistico: un brano come Star girl, infatti, sembra provenire direttamente dal garage rock moderno dei primi White Stripes e Black Keys, precedenti, cioè, ai successivi approfondimenti prettamente blues e alle prime fortune anche in ambito commerciale. La ruvidità e la possenza con cui le distorsioni chitarristiche si legano alla selvaggia percussione delle pelli non lasciano scampo alcuno, salvo poi, però, cambiare nuovamente rotta approdando, addirittura, in territori meticci che partono proprio da questa predisposizione per tramutare il tutto nientemeno che in sperimentazione elettronica in puro stile Radiohead del periodo Kid A / Amnesiac. Seguendo la scia, poi, di Tired intro, si può constatare l'eccellente preparazione del duo anche qualora dovesse esser coinvolto nella preparazione di una qualche colonna sonora cinematografica di matrice ambient. Il brano in questione, infatti, sembra uscire da una pellicola mai girata del migliore Iñárritu, malgrado punti a rivelarsi come introduzione al cambio di rotta finale di Tired, dove anche i fantasmi ispiratori della poetica sia lirica che sonora di un certo Bob Dylan vanno tranquillamente a braccetto con quelli che toccarono l'anima ai discepoli U2 di Rattle and hum, intrisi come sono di tanta sostanza classic rock, folk e blues delle origini.

Tirando le somme, dunque, ci si ritrova al cospetto di un prodotto e di una band indiscutibilmente straripante di spunti creativi talmente eterogenei da rasentare il capogiro. Sono tutte caratteristiche, queste, meticolosamente cucite e revisionate in nome di un perfetto sfruttamento delle risorse sia tecniche che legate alle influenze personali. La consapevolezza che traspare tra le righe di questo ep è quella legata con nodo scorsoio al coraggio insito nel tentativo di reinventare continuamente un'identità di per sé già molto ben netta e precisa nella sua multiversalità.

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