39 steps

2 Aprile Apr 2016 1240 02 aprile 2016

Italia underground: Yato

  • ...

Nel mezzo del cammin di ogni vita – quindi anche quella di puro ossigeno che stiamo vivendo qui, tra le pagine di questa piccola rubrichetta che abbiamo denominato efficacemente Italia underground – tra il desidero di proseguire senza soste né limiti e quello di incrementare la portata del cammino con un cospicuo bagaglio di nuove conoscenze accumulate, dimora l'imprevista – ma imprescindibile – esigenza di fermarsi a respirarlo per davvero, tutto quell'ossigeno. Nello specifico, si arriva sempre ad un punto in cui, dopo aver passato in rassegna agglomerati artistici composti da personalità piene di cultura musicale e capaci di esternarla nel migliore dei modi a loro possibile – al di là di spiccate vene quasi unicamente cantautoriali che la singolarità delle composizioni non la contemplano laddove la carta deve essere per forza tramutata in suono con l'aiuto di colleghi – prende il largo, quasi fino a dominare in certi frangenti, l'insieme di potenzialità che, invece, contraddistinguono il singolo, l'individuo, sia nei momenti cruciali riguardanti il processo di creazione che in quelli successivi, e ben più ostici, riservati all'esecuzione di una simile struttura premeditata.

Nel nostro caso, troviamo il nostro punto di arioso ristoro in quella splendida città che è Firenze e, nello specifico, in quella notevolissima soggettività compositiva e tecnico/tecnologica rappresentata dalla figura di Yato, al secolo Stefano Mazzei, bravissimo dj ma soprattutto – come si definisce lui stesso e non a torto – “sperimentatore elettro-vocal”.

L'impatto emozionale provocato dal suo primo album composto interamente di brani cantati in lingua italiana, Fuck simile (sul titolo ci soffermeremo per qualche attimo a breve), è tutt'altro che aggirabile in quattro e quattr'otto per una serie di motivi ben precisi. Se è vero che l'apparenza inganna, la musica di Yato ne è un emblema assolutamente non di poco conto laddove si può facilmente notare come l'uso di un genere musicale sostanzialmente chiuso in termini di ricezione consumistica esponenziale (l'elettronica dance/techno, pur densa di derivazioni, troppo spesso è identificata, da magnati del settore discografico, come elemento portante per composizioni radiofonicamente frivole o puramente “discotecare”) in realtà, se utilizzato in maniera consapevole di tutte le possibilità creative dettate dalle sue più eterogenee sfumature, risulta detenere la conformazione di genere talmente versatile da offrire una sorta di illimitatezza da tenere coscienziosamente a bada laddove l'uso che se ne fa è rivolto ad un tentativo di sperimentazione (se non proprio rinnovamento) della proposta artistica di genere.

È questa, precisamente, la sensazione che si ha ad un primo approccio con un disco come Fuck simile, un approccio che ne richiama immediatamente un secondo e poi un terzo al fine di rendersi realmente conto della portata contenutistica (sia in suoni che in parole, e questo è un altro punto a favore) che ci si ritrova a fronteggiare. Nello specifico, la proposta artistica presentata da Yato sfocia abilmente in una produzione fruibile al seguito della stramaledetta immediatezza insita nel concetto di odierna modalità di fruizione radiofonica. Soffermandosi un po' più attentamente sulla conformazione strutturale e messaggistica di ogni singolo brano di Fuck simile, però, l'ascoltatore più colto o quantomeno attento non potrà non considerare la reale conformazione di un prodotto godibilissimo ben oltre le dinamiche di mercato, in questo caso utilizzate, dunque, in maniera saggiamente attrattiva in funzione di uno svelamento quasi epifanico di ulteriori possibilità compositive.

L'uso che Yato fa di un genere estremamente stratificato come l'elettronica, così pieno e straripante di sfumature e sottogeneri, è estremamente coscienzioso e ragionato perché si pone non come pilastro sonoro principale, bensì come veicolo per ulteriori sperimentazioni e contaminazioni di varia provenienza. Il risultato che si ottiene da tutto ciò altro non può essere che una saggia e lungimirante miscellanea tra beat elettronici e derivazioni anche cantautorali soprattutto per quanto concerne un'attenzione al significato dei testi alquanto orfana anche solo di padri putativi nel genere di riferimento sin dai tempi, forse, dei Bluvertigo di Metallo non metallo e Zero o dei primissimi Subsonica. E sono proprio i testi a confluire la visione che Yato ha del mondo reale per tramite di pulsazioni a metà strada fra drum and bass, dance e techno e sottotesti anche ambient contaminati con venature rock e addirittura semi-folk nei momenti di maggiore introspezione concettuale.

Tematiche di difficile digeribilità in certi contesti contemporanei come quelle affrontate per riflessioni profondissime in termini di disagio esistenziale, eterna lotta tra essere e sembrare e, di conseguenza, costrizione all'appariscenza collettiva con rispettiva soppressione della potenziale originalità individuale sono, tra l'altro, ben riassunte da un titolo solo apparentemente schietto e sornione. “Fotti il simile”, “prenditi gioco di ciò che non considera l'idea e il concetto di espressione individuale”, sembra suggerire il titolo dell'album, una richiesta, appunto, di originalità che, malgrado possa non riferirsi al diretto referente sonoro per ovvio eccesso di produzioni già sentite, arriva, però, a frammentare letteralmente l'immaginario obbligo di conformazione massificante almeno da un punto di vista ideologico (cosa assolutamente non da poco, anzi).

In tal senso, in Fuck simile sottotesti sonori e concettuali vanno a braccetto nell'intenzione di conferimento di senso complessivo. Sulle aperture oscuramente sciamaniche di Servo di un'idea viene chiamato in causa, almeno ipoteticamente per flusso emozionale, il Peter Gabriel degli esperimenti tribali del quatro album solista, malgrado di ritmo e struttura metrica se ne percepisca solo una parvenza proprio in funzione di una dichiarazione di intenzioni libertarie. La successiva Ormonauti coglie benissimo le pulsazioni più recondite insite nel miglior connubio tra dance, techno e house degli albori, mentre le vene cantautorali a cui accennavamo in precedenza si fanno vive, su una scia sonora a metà strada tra i Marlene Kuntz più intimisti e i più profondi Massimo Volume, in un tassello come Angoli di. In-nocuo, di per sé, rappresenta forse il punto sperimentale più alto del disco, forte com'è della sua quasi perfetta capacità di donare alla sua struttura una conformazione perfettamente recepibile da chiunque ma, al contempo, di creare quella stessa struttura quasi con il solo utilizzo del mezzo vocale. Mondo corrotto, successivamente, si addentra addirittura nei territori propri di un certo folk cantautorale semiacustico, mentre Solo al piano solo esplora gli anfratti più ermetici dei Radiohead sperimentali di inizio millennio. Il tutto confluisce nelle pulsazioni psichedeliche prossime alla trance di Viziù e in una versione remixata di servo di un'idea che, almeno idealmente, chiude una sorta di cerchio concettuale e cromaticamente sonoro molto ben delineato da un vero e proprio sfogo techno/drum and bass terminale.

Il risultato complessivo, in definitiva, riguarda un album e un artista abilmente capaci, entrambi, di operare un recupero di un senso contenutistico che potrebbe facilmente ridestare dal sonno collettivo le menti in overdose da commercio dei nomi più altisonanti riguardanti il settore di competenza. Così facendo, probabilmente si riuscirebbe anche in un intento ben più grande e importante, vale a dire quello legato al tentativo di ricominciare a considerare il dato musicale (questo dato musicale, nello specifico) non più come mero elemento di consumo o, nel migliore dei casi, come primitivo e triviale sottofondo a situazioni tristemente votate a tutto fuorché a ciò che ancora, presumibilmente, potremmo chiamare Arte.