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4 Maggio Mag 2016 1234 04 maggio 2016

Italia underground: Il Distacco

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Rimaniamo ancora sul versante nord della penisola italiana e, nello specifico, percorriamo nuovamente il territorio lombardo per approdare nella provincia di Varese e fare la conoscenza di una band di notevole impatto come quella che risponde al nome di Il Distacco, al secolo Davide Di Pierro (chitarra), Nicholas Donno (voce e chitarra) e Mack Danny (batteria). Sottolineiamo la portata sia sonica che intimamente emotiva di questo notevolisismo trio, all'esordio discografico con l'ep I 17 lati (da pochi giorni in distribuzione digitale, oltre che in formato fisico disponibile ai loro concerti), in quanto agglomerato di persone realmente capaci di esprimere pienamente il significato del considerare uno o più punti di partenza allo scopo di approdare altrove, fin dove possibile, nel limbo infinito di possibilità miscellanee e stilisticamente evolutive. Ma andiamo per ordine.

In molti ricorderanno cosa realmente fu – e quale devastante impronta lascia ancora oggi a chi ne riprende l'uso – il cosiddetto "grunge". Alzi la mano chi non riesce a riportare automaticamente la propria memoria, al nominare una simile dicitura, a quegli anni (i primi '90) così pieni carisma proveniente da band di potenza e sostanza a dir poco tellurica. Saranno in molti a rispondere presente, certo. Ma in quanti, ancora, ricordano che, effettivamente, per grunge si intendeva non solo un genere musicale ma, in fin dei conti, un'intera generazione riconoscibile da una comune condivisione di particolarissime caratteristiche, prima su tutte l'assenza quasi nichilista di un'identità e di una base ideologica portante sulla quale costruire un'idea di futuro (il grunge, essendo un concetto di origine statunitense, diede fuoco alle polveri in piena epoca Bush senior, immediatamente in seguito a un periodo reaganiano a dir poco privo di riferimenti sociologici per i chi aveva vent'anni nei primi '90)? In termini prettamente musicali, tutto questo sconforto generale si trasformò in rabbia e pura energia vitale (quando non ostacolata da pulsioni autodistruttive) riversata in un suono estremamente eterogeneo, inventore di nessuna particolare innovazione tecnica o concettuale ma, di certo, perfettamente in grado di restituire la propria considerazione a periodi di svariata estrazione, dall'hard rock dei '70 al post punk e alla wave dei primi '80. Ne nacque un'infinita serie di possiblità espressive che si avvalsero tanto di impostazioni puramente rock (Pearl Jam) che maggiormente dark-heavy (Alice In Chains, Melvins, Helmet, Nirvana) quanto di riferimenti hard-blues (Stone Temple Pilots, Kyuss), alternative (Primus, Mudhoney) e neo-psichedelici capaci di oltrepassare la barriera a stelle e strisce in maniera più che corposa (Peach, Bush).

Anche in Italia, in qualche modo, abbiamo avuto l'onore di considerare musicisti abilmente capaci di fare proprie le linee intermedie delle varie modalità sonore di impostazione grunge (vengono in mente, a primo approccio, Malfunk e Movida), non ultimi, al giorno d'oggi, proprio quei tre che formano una band come Il Distacco. Ma c'è di più: in questo specifico frangente, l'intento di Di Pierro e soci punta a travalicare i territori naturalmente definibili come grunge per tentare escursioni validissime in settori solo apparentemente inconciliabili eppure, per contro, agilmente fruibili per i propri personali scopi contenutistici, sia dal punto di vista sonico che sul versante messaggistico.

Un mini-album come I 17 lati, allora, alimenta la già consolidata muscolatura di base grazie all'acquisizione anche di concetti alternative-noise (Sonic Youth, Verdena, Marlene Kuntz sia primordiali che melodicamente evoluti) riuscendo, però, anche – verrebbe da dire soprattutto ma è un valore assolutamente complementare a quello sonoro – a recuperare il dato prettamente ideologico del grunge in quanto fatto generazionale. Un simile obiettivo viene raggiunto, infatti, grazie all'adozione di tematiche di tutt'altro che facile digeribilità ma solo perché provenienti da una vivisezione del reale (non unicamente nostrano) talmente certosina e ricca di sincerità espressiva da far accapponare la pelle al cospetto di determinate argomentazioni. Discorsi riguardanti cinque fondamentali tappe interiori dell'esistenza umana sul pianeta Terra, allora, diventano altrettanti tasselli sonori adibiti a sviscerare quante più delucidazioni possibili in sede di riflessione autoesaminante.

L'avviamento delle telluriche operazioni avanzate da I 17 lati è affidata a Karma, costruzione metrica e lirica nient'affatto distante dalle migliori intuizioni alla Kyuss e Queens Of The Stone Age, come anche Stone Temple Pilots e – sul versante più oscuro – Peach. Ad essere sviscerata per primo, a livello tematico, è la considerazione di quanto più ineluttabile possa esistere al fianco dell'intera esperienza umana, ovvero quel particolarissimo e unico concetto di destino non per forza da identificare come qualcosa capace di sfoggiare forza propria ma, al contrario, maggiormente affidato a scelte individuali che ne determinano, per forza di cose, l'andamento presente e futuro. Una considerazione del genere, allora, non può che culminare nello step successivo che prevede il crudo confronto con la presa di coscienza circa la coesistenza delle due macrocategorie emotive per eccellenza sottolineate da Odio e amo, degnamente sottolineate da incursioni melodiche non dissociabili da un notevole gusto per un certo tipo di formato canzone su base pianistica. Ma tutta questa iniziale serie di considerazioni è destinata a scontrarsi eternamente con il meno esternabile e, al contempo, più irrinunciabile dei meccanismi umani, vale a dire quello legato alle pulsioni febbrili descritte dalle costruzioni verdeno-marleniane di Afrodite, così come marleniane (ma di secondo periodo) sono anche le strutture portanti della successiva Lanterne cinesi, una sorta di descrizione in musica della stasi dei sensi provocata dal soffermarsi sulle più lodevoli introspezioni retroattive. Su La pace dei sensi, invece, si chiude il sipario al rombo di incursioni alla Motorpsycho di Timothy's monster e Blissard, solidamente legate, a loro volta, alle rivisitazioni evolutive dei Dinosaur Jr di Green mind e Where you been, perfettamente capaci di conferire al complesso dell'opera quell'ambivalenza ritmico-melodica tutt'altro che di poco conto nel momento esatto in cui matura la comprensione legata all'eterna persistenza della scissione tra velleità terrene e aspirazioni il cui orizzonte risiede ben oltre la linea di demarcazione conosciuta.

Una band come quella de Il Distacco e, nello specifico, un mini-album come I 17 lati, in definitiva, non può fare altro che lasciar ben sperare in funzione di ulteriori e più complete uscite discografiche con il potenziale obiettivo di portare avanti un discorso stilistico e tematico assolutamente ben lontano dall'essere semplicistico e fine a se stesso. Tutto questo, naturalmente, nel nome dell'eterno desiderio di veder sopravvivere e rifiorire, ora e per sempre, interi oceani di valori ideologici coscienziosamente e fermamente portati avanti senza indugio alcuno.