39 steps

6 Giugno Giu 2016 1641 06 giugno 2016

Italia underground: Quarzomadera

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Quante volte, su periodici o siti internet di settore, si parla del genere cosiddetto “stoner”? Spesso e volentieri, infatti, anche – se non soprattutto – per band emergenti o meno note rispetto ad altre, al cospetto di un riconoscibile incremento di watt e potenza sonora complessiva si associa una simile dicitura anche solo per giustificare la graniticità dell'offerta musicale incontrata lungo la strada. La realtà dei fatti, però, vorrebbe anche essere considerata, certo, partendo da quello che resta comunque un dato di fatto oggettivo (la presenza o l'assenza di una determinata compattezza esecutiva dell'artista in questione), ma tentando di oltrepassare la sola barriera del suono al fine di alimentarsi con proposte magari non nuovissime, eppure dotate di quel particolare estro e carisma che trasforma la proposta stessa in qualcosa di inevitabilmente interessante.

I signori monza-milanesi Quarzomadera (Davide Sar a voce, chitarra, basso, tastiere e programmaizoni elettroniche; Tony Centorrino alla batteria e alle percussioni), evidentemente conoscono molto bene album seminali come Blues for the red sun e Welcome to sky valley di certi Kyuss, ma anche No one rides for free dei Fu Manchu assieme, probabilmente, a una buona dose di hard rock meno da riflettore e, in epoca '90, confluito in scelte post-hard-grunge-psichedeliche ai limiti del malato (i Melvins di Houdini e Stoner witch, per esempio). Ma, soprattutto, Sar e Centorrino sembrano essere perfettamente coscienti di come le matrici di fondo dimoranti in quei solchi (il blues, l'hard rock e la psichedelia, in fin dei conti) possano essere, ancora oggi, ulteriormente scalfite e rimpastate alla ricerca di suoni e scelte stilistico-compositive sempre più variegate e rivolte a una audience da poter soddisfare non solo col l'ingegno da manipolazione di multieffetto chitarristico, ma anche con una consistente dose di creatività tecnico-stilistica. Tutti questi spunti musicalmente ideologici, in definitiva, confluiscono estremamente bene in un album come Apologia del calore (pubblicato da Discipline), ovvero un corposo, sì, ma anche molto ma molto intelligente coacervo di trampolini di lancio, per l'appunto, stoner utili a proiettare anima e corpo in un gustosissimo limbo solo apparentemente sconnesso e forfetario, nella realtà dei fatti molto ben coeso e, soprattutto, capace di aprire strade e ponti tra generi diversi e, perché no, nuove proposte creative.

Quarto long playing ufficiale dei Quarzomadera – senza contare l'ep di esordio Lunica (datato 2003; siamo di fronte, quindi, a persone sostanzialmente esperte e, dunque, assolutamente consapevoli delle proprie azioni) – Apologia del calore offre all'ascolto un suono proveniente, certo, dal passato storico a cui abbiamo fatto riferimento, ma si tratta di una sonorità che, per contro, va a ricercare una metodologia creativa del tutto personale laddove, oltre alla manipolazione effettistica e ai settaggi di accordature predefinite, al risultato complessivo contribuisce una fondamentale indole tecnica capace di portare il processo creativo oltre eventuali limiti di sorta. Sar e Centorrino sono due musicisti pregevoli ed esperti, al cui cospetto non si può non attendere un climax emotivo perfettamente delucidato dall'intenzione di fare proprio di quel blues, di quella psichedelia e di quell'hard rock un solido vettore per miscellanee capace di cavalcare onde di rinnovamento stilistico sulla scia di esperimenti utili ad oltrepassare la “normale” considerazione del dato sonoro proveniente da una formazione in coppia (in luce di ciò, almeno in Italia, Bud Spencer Blues Explosion e Bachi Da Pietra, ad esempio, hanno lavorato bene in termini di differenziazione di base). Ed ecco, dunque, che un lavoro interessantissimo come Apologia del calore, sulla inevitabile scia delle precedenti esperienze di Cardio & Psiche (2006), Orbite (2009) e L'impatto (2012), riesce a trasportare il tutto su territori di maturità assolutamente pregevoli e, di conseguenza, tanto godibili quanto futuribili in termini di nuove e ulteriori sperimentazioni stilistiche a venire.

Se un incipit come quello offerto da Nel nucleo propone una preponderante attitudine hard blues prevalentemente amante del concetto di riff nel processo di scrittura, la successiva Giochi per dimenticare già riesce a misurare la carica granitica stoner del suono complessivo sulla scala di intromissioni elettroniche utili sia in veste di tappeto esecutivo che in ambito solistico al pari delle corde di chitarra. Il gregge si tinge di atmosfere dark prossime a certi spunti metal ma coadiuvate da soluzioni elettroniche capaci di circoscrivere la situazione in un contesto sempre rock blues che proprio dalle soluzioni tastieristiche attinge anche per architetture organistiche. Era loop, infatti, ricopre quasi il ruolo di veicolo di passaggio in direzione della successiva Amico di ieri, imponente rivisitazione della già splendida scrittura originale a firma Le Orme, calda e solida al netto sia della compattezza delle caratteristiche sonore scelte che della sostanziale riuscita del tentativo di rendere rabbioso e viscerale un senso di profonda emotività già presente negli spartiti di partenza e, qui, resi all'estremo delle loro possibilità gustative. Mentre Leggimi nel pensiero, infine, si configura come un vero e proprio esperimento in acque alternative rock su basi acustiche assolutamente mature, la chiusura riservata ad Astri (nascita, vita, morte) riporta il tutto nella santità di una dimora di granito ma, al contempo, abilmente in grado di sfumare verso soluzioni neo-psichedeliche votate, addirittura, ad impostazioni doom-prog capaci di lasciar molto ben sperare sul futuro artistico del duo come anche su di una (finalmente) scettica positività e bonarietà riguardante le intenzioni tematiche di fondo.