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11 Luglio Lug 2016 1245 11 luglio 2016

Estate di Cinema. Da Hitchcock a Rohmer, il motivo estivo come costruttore di senso

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C'è modo e modo di parlare di un periodo. Secondo svariate modalità si può tentare di focalizzare l'attenzione – più o meno analitica – su un fattore temporale, ancor di più se ad essere preso in considerazione è un arco astronomico che va, nel più comune dei casi, dal 23 di giugno al 22 di settembre, periodo prevalentemente noto come “estate”. L'ambito culturale, nello specifico, attribuisce al concetto di “aestas” (dal latino “calore bruciante”) un valore contenutistico legato al senso di “calore” rivolto al suo significato più metaforicamente ampio, per lo più introspettivo, saldamente sposato alla volontà di costruzione e rappresentazione di narrazioni capaci di andare ben oltre il mero dato filmico, servendosi, dunque, dei “topos” caratteristici delle ambientazioni estive per sorvolare il solo fattore climatico-ambientale allo scopo di direzionare il racconto verso indicazioni di taglio nettamente esistenzialista. Al di là di indipendenze americane, prese di bastiglie o stelle cadenti, insomma, il Cinema ha saputo fare di se stesso un veicolo emotivo anche grazie ad un fattore cronologico-contenutistico troppo spesso svalutato ma, in sostanza, largamente debitore verso l'importanza di una buona sceneggiatura, nonché della figura stessa dello sceneggiatore.

Come si sarà già intuito, non è questa la sede adatta per le solite e sterili discussioni riguardanti opere d'arte (in questo caso per così dire, ma di Arte, troppo spesso in quel frangente, non si può affatto parlare) incentrate o ambientate nel periodo estivo solo ed esclusivamente a scopo propagandistico o infantilmente rivolto a una considerazione del periodo unicamente sulla sponda ludica e prettamente sbarazzina in termini di contenuto e significato (al bando i vari “Vacanze a...”, insomma). Il Cinema – quello vero – si è visto molto spesso trasportare in territori in cui le onde di un mare o il sorgere (spesso il tramontare) di un sole tanto limpido quanto distante e iraggiungibile hanno significato tanto sia per il conferimento di senso alla narrazione oggettiva sia per la costruzione di una sorta di motivo base – quando non proprio filo conduttore – per il dispiegarsi delle rivelazioni più umanamente profonde, sia da un punto di vista filosofico-semiotico che da una prospettiva narrativamente molto più tecnica.

Questo secondo aspetto, ad esempio, è il fulcro di ogni motivazione all'azione – più o meno fortuita e più o meno casuale per quanto così non sarà, come in molti ovviamente già sapranno – che porta alla stratificazione delle trame sia tecnico-visive che filologiche provenienti da quel capolavoro dei capolavori che risponde al nome di La finestra sul cortile (1954). Al di là di ogni pur necessaria, doverosa e seminale discussione tecnico-analitica (si tratta, non dimentichiamolo mai, del film che forse per primo – se non si conta Una donna nel lago di Robert Montgomery del 1947 – o, quantomeno, più di moltissimi altri suoi simili ha stimolato il concetto di discorso metacinematografico nel corso della storia, ispirando una miriade di saggi critici anche di pregiata fattura), il celeberrimo maestro Alfred Hitchcock, infatti, sfrutta a suo favore l'ambientazione estiva per far sì che le finestre di un condominio – tutte orientate su un chiosco semichiuso e, di conseguenza, perfettamente in grado di osservarsi a vicenda – vengano lasciate aperte dagli abitanti a causa dell'afa estiva, e che uno di questi, il James Stewart che veste i panni del (non a caso) fotografo (quindi osservatore) Jeffries, sia costretto sulla sedia a rotelle in seguito a un incidente (come spiega magnificamente l'incipit non verbale), quindi annoiato dall'impossibilità motoria e ben disposto a farsi i fatti degli altri, così tanto da sospettare e indagare su un potenziale delitto ad opera di uno dei dirimpettai.

Il dato estivo come fattore cronologico-ambientale utilizzato allo scopo di muovere o creare la narrazione, però, ha avuto anche esperienze al di fuori del puro genio hitchcockiano e, per giunta, sempre più eterogenee in termini di tematiche e stile visivo. In Italia, ad esempio, come non sottolineare l'importanza che l'ambientazione estiva ha avuto per pellicole sia di impatto irrimediabilmente storico-critico che di valore bonariamente inferiore (se così si può dire). Quanto alla prima dicitura, è imprescindibile citare la gemma eterna insita ne Il sorpasso di Dino Risi (1962). È la mattina di ferragosto, infatti, quando il vigoroso nullafacente Bruno Cortona (un immenso Vittorio Gassman), avendo bisogno di fare una telefonata e di fumare una sigaretta, si ritrova a girovagare con la sua auto sportiva per le strade di una Roma deserta (sono tutti in vacanza per intere settimane, se non mesi, in piena epoca di “boom”), finendo per chiamare alla finestra (ovviamente aperta) il giovane e diligente studente Roberto Mariani (Jean-Luis Trintignant) e coinvolgerlo (non sensa consenso) in tutte le sue peripezie del momento.

A proposito di città deserte – almeno quando la maggior parte poteva permettersi lunghe e rilassanti vacanze – sempre Roma è al centro dello sguardo che Nanni Moretti le rivolge soprattutto nel primo dei tre episodi di Caro diario (1993), quando a bordo della sua vespa circumnaviga la capitale mezza vuota riuscendo a cogliere l'attimo per riflettere su alcuni importanti aspetti della vita moderna come, ad esempio, il continuo ampliamento urbanistico (passando lentamente in rassegna quartieri periferici e vecchie borgate ora trasformate in centri abitati), il burrascoso rapporto con un senso della Storia che si è preferito cancellare (il viaggio sulla via Ostiense fino al luogo in cui fu ucciso Pier Paolo Pasolini), il ruolo di un certo ramo della critica cinematografica nazionale (la visione di un film di “serie B” giudicato come capolavoro in una delle pochissime sale di quartiere rimaste aperte a fronte della fatidica chiusura estiva) o l'improvviso quanto intimista impeto di appartenenza al senso delle minoranze (l'ormai celebre discorso lampo con un automobilista ad un incrocio, possibile proprio perché verso un'auto decappottabile col tetto aperto per via del caldo).

Quanto al secondo ambito, invece, ovvero quello più bonariamente “leggero” in termini di contenuto, dal momento che un certo tipo di cinema tricolore proprio non riesce a non rivolgere una certa attenzione (a volte in maniera conscia e adeguata, molte altre con un certo bagaglio qualunquista in spalla) verso tematiche filo-politiche di stampo medioborghese, un film come Ferie d'agosto di Paolo Virzì (1995) ben sottolinea come, in terra italica, ciò che appare come divergenza ideologica presto sfocia in un “volemose bene” più con se stessi che con terzi. Attraverso lo sguardo di Sandro Molino (Silvio Orlando), due gruppi di persone si incontrano sull'isola di Ventotene dove sono in vacanza risiedendo in due abitazioni vicine. Questi due nuclei familiari vengono presto a scontrarsi, però, in seguito al ferimento più o meno involontario di un extracomunitario da parte del più borghese dei due gruppi, scatenando così un reciproco flusso di scarsa sopportazione reciproca che coinvolgerà ogni singolo personaggio in situazioni sia ideologiche che di vita pratica quotidiana.

Altre due pellicole italiane rivolte a una fruizione facile ma, al contempo, perfettamente godibile e priva di eccessivi ammiccamenti qualunquisti – laddove può sembrare qualunquismo ciò che, invece, è solo impostazione di plot per la risoluzione di tempi comici anche legati a luoghi comuni ma a fin di bene per la narrazione – sono quelle che hanno come autore sia direttore che attore principale l'icona nazional-popolare di Carlo Verdone. Un sacco bello (1980) e In viaggio con papà (1982), infatti, ruotano sull'ambientazione estiva per – il primo – fornire, di nuovo, una Roma agostana deserta e assolata in cui si intrecciano le vicende di personaggi (tutti interpretati da Verdone) come il coatto Enzo (in cerca di compagnia per un “tour del sesso” in Polonia), l'ingenuo e bambinone Leo (che deve raggiungere la madre al mare ma viene bloccato da una graziosa ragazza spagnola in difficoltà) e il mistico hippy Ruggero (ritrovato in strada dal padre che lo riporta a casa per convincerlo a riprendere lo stile di vita borghese di sempre), e – il secondo – per costruire un tentativo di recupero del rapporto tra il giovane Cristiano (Verdone) e suo padre Armando (Alberto Sordi, che qui funge anche da regista).

Quanto a un esperimento sempre nostro compatriota ma, per contro, osservante un processo di scrittura e messa in scena che nulla ha da invidiare, volendo, a eminenti colleghi europei, La bella gente (pellicola che ha avuto sei lunghi anni di tribolazione prima di trovare una via di uscita in sala nel 2015) si distacca, invece, da una qualsivoglia sorta di qualunquismo grazie alla saggia regia che Ivano De Matteo (di cui potete leggere altro in questo stesso numero di La seconda visione) usa per passare in rassegna le vicende di Alfredo e Susanna (Antonio Catania e Monica Guerritore), una coppia cinquantenne da sempre schierata contro ogni tipo di discriminazione che però, durante il soggiorno nella dimora estiva di campagna, dovrà scontrarsi con numerose tentazioni opposte quando la giovane prostituta Nadja (Victoria Larchenko) verrà da loro ospitata in casa poco prima che il loro figlio Giulio (Elio Germano) faccia anch'egli rientro e si ritrovi a suscitare inevitabili contrasti futuri.

Tornando ancora per un attimo all'ambientazione incentrata sul versante urbano deserto per via di un'uscita collettiva a scopo prevalentemente vacanziero, anche gli Stati Uniti (ma di derivazione italiana in quanto proveniente dall'omonimo romanzo thriller di Gianluca Morozzi) non sono stati da meno in una pellicola come Blackout di Rigoberto Castañeda (2008) – di cui potete leggere, anche in questo caso, un approfondimento in questo numero – in cui tre personaggi (il giovane ribelle Tommy, il medico Karl e la studentessa Claudia) rimangono intrappolati nell'ascensore del loro palazzo a causa, appunto, di un improvviso blackout. Non essendoci praticamente nessuno a cui poter chiedere aiuto, i tre sono costretti a sopportare intere ore di clausura forzata, fino a quando uno di loro si rivelerà particolarmente pericoloso vista la sua indole primordiale gradualmente riemersa a galla.

Qualcuno non italiano che, però, in Italia c'è stato e, per di più, ci ha girato buona parte di un suo film (Solino, incentrato sull'emigrazione italiana verso la Germania degli anni '60) prima che il suo nome divenisse noto nel resto d'Europa, è il turco naturalizzato tedesco Fatih Akin. Il suo secondo film, Im Juli, ruota infatti attorno alla figura del giovane Daniel (Moritz Bleibtreu) che, non avendo la minima intenzione di starsene a casa per tutta l'estate, sceglie di andarsene in giro per l'Europa. Prima della partenza, però, Daniel si imbatte in un mercatino delle pulci in cui Juli, una ragazza intenzionata a fare la sua conoscenza, gli vende una sorta di anello Maya con sopra inciso un sole, preannunciandogli che, nel corso del suo viaggio estivo, incontrerà una persona che si rivelerà importante per la sua vita, essere umano che lui potrà distinguere proprio accorgendosi della presenza di “un sole” sui suoi tratti somatici o a far da cardine al suo stesso modo di vivere.

Selezionando altre pellicole di ancora più profonda caratura emozionale, quindi, ci si può avvicinare ulteriormente a una considerazione del dato estivo come elemento fondamentale per la caratterizzazione non solo di situazioni cronologiche o ambientali di partenza, ma anche o, anzi, soprattutto, per la costruzione di paesaggi interiori altrimenti di difficile collocazione emotiva ed esistenziale. L'estate, in sostanza, può essere intesa anche come periodo di transizione, arco di tempo non solo esteriore durante il quale le percezioni, le sensazioni, i sentimenti umani si amplificano a dismisura perché coadiuvati da una condizione meteorologico-astrale che si fa stato d'animo, epifania per nuovi inizi o, talvolta, per inevitabili punti d'arrivo. Esemplare, in questo, è E la chiamano estate (2012), film fischiatissimo al Festival del Film di Roma 2012 e distrutto dalla critica nostrana, ma vincitore di due premi (migliore interpretazione femminile e miglior regia) e, in realtà, pregevolissima opera di un altrettanto valido regista come Paolo Franchi (tra i cui film si annovera almeno un mezzo capolavoro come Nessuna qualità agli eroi, 2007) che, a dirla tutta, ha veramente poco in meno di sua eminenza Kieslowski, quanto a selezione di messa in scena e dettatura di tempi. Il periodo estivo, qui, funge da stazione intermedia per le personalità di Dino (Jean-Marc Barr) e Anna (Isabella Ferrari), una coppia in crisi in quanto lui non riesce a dimostrare il proprio amore per lei in quanto immischiato nell'eterno abisso della venerazione della carne. Tra giri di prostituzione e club scambisti, infatti, Dino (che non a caso è anestesista) vede scemare gradualmente ogni possibilità di fuoriuscire da una fredda staticità alla quale preferirebbe, per l'appunto, un rinnovato spiraglio di calore umano.

Eminente è anche un altra prova italiana, questa volta attribuibile a un nuovo nome del nostro cinema. Il giovane Leonardo Guerra Seràgnoli, nello specifico, è l'autore di una pregiatissima opera prima come Last summer (2014) nella quale l'estate è motivo principale per l'isolamento di una altolocata madre (la Rinko Kikuchi di Babel) con il piccolo Ken (Ken Brady) a bordo di uno yacht familiare al largo delle coste pugliesi nel tentativo di recuperare un rapporto deteriorato fin dai primi giorni di vita del bimbo. Dopo aver perso la custodia del figlio, infatti, la giovane Naomi cerca in tutti i modi di ripristinare un rapporto inevitabilmente irrecuperabile in soli quattro giorni da vivere sotto gli occhi di un equipaggio legato al suo ex marito, il tutto circoscritto da un'atmosfera a tratti pacifica ma, nel profondo, estremamente in bilico tra sincerità affettiva e opprtunismo sociale.

Una regia come quella di Seràgnoli, così attenta ai dettagli, delicata e perfettamente in grado di scavare nel profondo delle sensazioni umane, non si distacca dal marchio di fabbrica emozionale di un maestro indiscusso come Michelangelo Antonioni. Non a caso – senza entrare chissà quanto nel merito per non rischiare di perderci in discorsi fuori tema – proprio un film dell'eminenza ferrarese come L'avventura (1960) propone una collocazione estiva per innescare le vicende apaticamente affettive di Sandro (Gabriele Ferzetti) e Claudia (Monica Vitti) nella momentanea convivenza forzata su un isolotto delle Eolie alla ricerca dell'amica Anna, misteriosamente dispersa dopo una gita in barca. Col passare dei giorni, viene a scemare la preoccupazione di ritrovare l'amica in favore dell'emergere di una reciproca attrazione più votata a un silente dissolvimento (se non a da una non nascita) che a un'ipotesi di avvenire.

A proposito di registi indiscussi, poi, come non approdare all’eleganza figurativa e narrativa del maestro Valerio Zurlini e della sua Estate violenta (1959), il racconto di un amore impetuoso tra Carlo (Jean-Louis Trintignant), figlio di un gerarca fascista in vacanza sulla costa adriatica, e Roberta (Eleonora Rossi Drago), la bella vedova di un caduto, sullo sfondo di quei tragici giorni di fine luglio ’43 che videro la caduta del fascismo e la trasformazione dei tedeschi da alleati infidi in nemici spietati. Restando nell’estate romagnola tra Parma e Riccione, Zurlini porta a maturazione il proprio universo espressivo attraverso il capolavoro La ragazza con la valigia (1961), dove una indimenticabile Claudia Cardinale veste i panni di Aida Zepponi, cantante da orchestrina raggirata dal playboy Marcello. La ragazza riesce a mettersi sulle sue tracce arrivando alla lussuosa villa in cui costui vive con fratello Lorenzo (Jacques Perrin), timido sedicenne mandato in avanscoperta per allontanare l’ospite indesiderata. Il giovane, però, se ne innamora perdutamente e viene a conoscenza della non facile vita di Aida.

Se si pensa, poi, al periodo estivo proprio come metafora psico-esistenzialista, come non citare almeno quattro film di uno dei fondamentali esponenti della Nouvelle Vague come Eric Rohmer. Tra pellicole come La collezionista (1967), Il ginocchio di Claire (1970), Pauline alla spiaggia (1982), Il raggio verde (1986) e Racconto d'estate – Un ragazzo, tre ragazze (1996), infatti, si annida un fortissimo senso di introspezione autoriflessiva che ha come fulcro non solo materiale proprio il periodo estivo da intendere, dunque, come tappa fondamentale per giri di boa o, talvolta, stasi emotive – oltre che pratiche – atte ad influire in maniera più o meno definitiva sulla conformazione umana dei personaggi. La collezionista, ad esempio – ma sono veramente tanti i film di Rohmer ad avere l'estate come luogo emotivo oltre che temporale – fa parte dei Sei racconti morali (dove per morale non si intende moralismo ma introspezione analitica di stati mentali e sentimenti) e ruota attorno alla permanenza dell'antiquario Adrien (Patrick Bauchau) e dell'artista concettuale Daniel (Daniel Pommereulle) in una villa per le vacanze estive nei pressi di Saint-Tropez. Il loro soggiorno, prevalentemente mirato a una sorta di vacanza totale fatta di assoluto non far nulla, viene però spossato dall'arrivo della giovane e bella Haydée (Haydée Politoff) che metterà in discussione sia il loro volenteroso evitare qualunque attrazione mondan, sia una sorta di patto non scritto che li vorrebbe indifferenti a coinvolgimenti affettivi. Anche in Pauline alla spiaggia Rohmer opta per l'ambientazione estiva al fine di porre la protagonista, la quindicenne Pauline (Amanda Langlet), in una situazione in cui possa finalmente passare l'estate a socializzate e con alcuni suoi coetanei dopo aver tanto viaggiato in giro per il mondo. Assieme all'amica trentenne Marion (Arielle Dombasle), Pauline cerca di abbandonarsi al vero amore nell'arco di tempo che resta fino alla fine delle vacanze. Questa e altre situazioni parallele, in sostanza, faranno da contorno al senso che i vari personaggi, sia maschili che femminili, daranno al concetto stesso di sentimento amoroso. Il raggio verde, di per sé, fa proprio del periodo estivo qualcosa di basilare per operare un discorso riguardante la massificazione alienante dell'atto stesso di andare in ferie. Diviso in quattro episodi contraddistinti da altrettanti periodi feriali, Rohmer sballotta Delphine (Marie Rivière) tra Parigi, la Normandia, La Savoia e la costa atlantica di Biarritz riuscendo – malgrado la varietà di ambientazioni e di potenziali situazioni narrative – ad accrescere un vero e proprio senso di solitudine e smarrimento a cui fa da contraltare la ricerca che Delphine compie nell'eterno tentativo di trovare il grande amore della sua vita. Dal canto suo, poi, Racconto d'estate – che risponde a un altro ciclo di film rohmeriani, ovvero quello dei Racconti delle quattro stagioni – vede il giovane studente di matematica Gaspard (Melville Poupaud) permanere in vacanza presso la casa di una mico situata sulla costa bretone. Frequentando da solo le spiagge del luogo, viene notato da Margot (Amanda Langlet), la cameriera di un ristorante in cui si ferma a pranzare. I due stringono amicizia e lui, approfittando della complicità instauratasi, le confessa che, in realtà, sta aspettando l'arrivo della ragazza di cui è innamorato, anche se le speranze sono sostanzialmente poche. L'amicizia tra i due, però, avrà il potere di consolidare e sfaldare legami sia tra loro che tra altre figure femminile avvicendatesi nel corso della narrazione.

Le fresche estati bretoni fanno da cornice anche a Le vacanze di Monsieur Hulot (1953) e alla stralunata comicità di Jaques Tati che, con garbo e delicatezza, racconta le disavventure e i rituali in una piccola pensione di una località balneare della Loire Atlantique. Hulot, pipa in bocca e andatura dinoccolata, incurante dei commenti altrui e capace di fischiettare con disinvoltura sulle vicende della vita, porta nella routine del turismo di massa un po’ di animazione e autenticità. Infine – ma naturalmente non per ultimo, vista la sterminata mole di titoli che potremmo continuare ad elencare per dimostrare come l'ambientazione estiva possa letteralmente fa nascere o distruggere interi processi narrativi – come non citare quel ben più noto capolavoro che risponde al titolo de Il laureato (1967) per la regia di Mike Nichols, la celeberrima colonna sonora di Simon e Garfunkel e la consacrazione davanti alla macchina da presa di Dustin Hoffman. L'estate, naturalmente, è anche sinonimo di chiusura del periodo scolastico, per cui Benjamin Braddock (Hoffman), figlio di famiglia benestante, torna a casa dopo aver terminato il college. Parenti e amici organizzano una festa in suo onore, serata in cui fa la conoscenza della signora Robinson (Anne Bancroft), moglie del socio di suo padre e innamorata del giovane Ben. Dopo essersi spogliata davanti a lui e dopo avergli confessato di essere disponibile a un rapporto, tra i due nasce un legame fatto di incontri clandestini in cui la matura Robinson sfoga le sue pulsioni attrattive e, di pari passo, il novello Ben compie le prime esperienze adulte. Al contempo, però, per Ben incombe la pressione del dover scegliere l'università da frequentare, fino a quando entra forzatamente nella sua vita Elaine (Katharine Ross), figlia dei coniugi Robinson, con la quale il ragazzo viene praticamente costretto ad uscire senza provare, inizialmente, alcuna attrazione nei suoi confronti, salvo poi innamorarsi di lei e trovarsi in una situazione di forti contrasti sia affettivi che esistenziali inerenti le variegate scelte da compiere.

Articolo scritto in collaborazione con Elisabetta Mariani e comparso sulla rivista online La Seconda Visione (http://ita.calameo.com/read/0047709863a75cf2e1a8e).

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