39 steps

29 Dicembre Dic 2016 1830 29 dicembre 2016

Italia underground: Capobranco

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Trascorse le festività natalizie, è ora di rimettersi in carreggiata per riprendere il nostro viaggio alla ricerca di sempre più interessanti sonorità nazionali emergenti o poco note al grande pubblico. Restando in territorio settentrionale, dalla precedente Torino ci spostiamo nella Padova che dona i natali ai signori Capobranco, ovvero Alex Boscaro (voce e chitarra), Valerio Nalini (basso e voce) ed Enrico Carugno (batteria), band estremamente interessante non soltanto per la loro innata capacità di miscelare generi come rock, alternative rock, pop e funk con, di tanto in tanto, qualche traccia di sano blues. Il grado di attenzione da rivolgere a un agglomerato come quello dei Capobranco, infatti, è particolarmente elevato in luce del considerevole livello di talento e perizia compositiva che contraddistingue soprattutto la conformazione basilare del loro nuovo interessante e importante maxi-ep Il grande zoo (Jetglow Recordings).

Estremamente consci del fatto che il rock, fondamentalmente, è e resterà per sempre una forma di massima espressione di quell'urgenza insita nell'avere davvero qualcosa di sostanzioso da dire, Boscaro e soci prendono forza da spunti di idee di fondamentale importanza tematica per comporre brani estremamente corposi in ambito di conferimento di senso sia per quanto riguarda una sostanza contenutistica sempre più in declino nel marasma di discutibili produzioni nostrane, sia per quanto concerne un discorso stilistico di tutto rispetto poiché rivolto a una considerazione estremamente seria e scrupolosa del processo di creazione sonora.

Perfettamente in grado di porre in essere argomentazioni spesso non molto gradite al comune intendere il dato comunicazionale nostrano (ma non solo), i Capobranco, con Il grande zoo, scavano nel più profondo abisso delle abitudini (in)civili che caratterizzano l'individuo moderno allo scopo di mettere in risalto tutto il ridicolo che conforma un'esistenza sempre più tristemente in scacco sotto le grinfie del dio consumismo. Ad essere posti con estrema forza e determinazione dinanzi al plotone di esecuzione sono modi di non-essere, vuote correnti di non-pensiero e stili di vita completamente privi di intenzioni autonome. Il tutto, però, è condito con una considerevole dose di ironia sarcastica assolutamente mai fine a se stessa, anzi necessaria al raggiungimento dello scopo contenutistico in quanto adoperata con estrema consapevolezza e ingegno, ovvero alla stregua (non è eresia sottolinearlo) di somme maestranze come Frank Zappa, Elio e le Storie Tese o Tre Allegri Ragazzi Morti degli esordi.

In un album come Il grande zoo praticamente nulla è lasciato al caso quanto a intuizioni argomentative e scelte di sintassi sonora. Anche attraverso testi (rigorosamente in italiano; in casi come questo non potrebbe essere altrimenti) di una precisione estrema e perfettamente in grado di fare il punto della situazione, i Capobranco offrono all'ascolto più attento e volenteroso sei tasselli di un mosaico tanto dissacrante quanto utile a delineare una situazione pericolosamente sfuggita di mano. È per questo, quindi, che a un'incipit come quello di Benvenuti nel grande zoo è riservato uno sciorinare portentoso di similitudini uomo/bestia (nucleo tematico cardine del discorso generale portato avanti dalla band; vedi anche l'utilizzo di apposite maschere in sede live), mentre il primo elemento anti-modernizzante ad essere ghigliottinato è il più indisciplinato e insensato uso dei tanto acclamati social network a mero scopo edonistico (l'incedere funk di Citazioni).

La venerazione per l'urgenza meno utile e ben poco consona ad ogni aspettativa ideologica (l'opinione da esprimere a tutti i costi; pazienza se il contenuto è pari o inferiore a zero) non può fare altro se non andare di pari passo con una consistente complessità insita nei rapporti interpersonali, siano essi amicali o di coppia (le incursioni cantautorali lungimiranti di Miele di vespa), così come le possenti ritmiche wave di Il rock è fuori moda non riescono a fare a meno di orientare lo sguardo interiore verso un'analisi critica minuziosa e sottile riguardante il grado zero di una qualsivoglia civiltà che si reputi ancora capace di ospitare spunti di intuizione artistica sempre meno considerati ossigeno vitale, in questo caso, sia al di qua che al di là del palco (La solitudine del fonico). Alla luce di una simile corposità di intenti concettuali, non è affatto da considerare fuori luogo il simil-blues alla Doors della terminale Ad un tratto, brano dotato di un'ironia disarmante ma necessaria alla costruzione di una teoria dell'assurdo che lega con nodo scorsoio il reale insito nella più sconcertante divergenza tra compulsività psichica tipica della modernità (puntualità e dedizione sul posto di lavoro come unica ragione di vita) e sostanza primigenia delle cose (la lentezza di un trattore in strada che impedisce, di fatto, la puntualità materiale ossessiva).

Con Il grande zoo, in definitiva, i Capobranco delineano un percorso in cui il dato testuale concorre a rendere indispensabile una commistione di generi che, certo, non esce mai più di tanto da un recinto di ammissibilità, ma si impone con forza e grande determinazione nella conformazione di un discorso estremamente chiaro e corpulento, superlativo nel suo mettere in tavola un quantitativo di validissime argomentazioni capaci di fare del dato sonoro qualcosa di indispensabile a conferire efficacia proprio a quelle imponenti idee di partenza. Senz'altro un lavoro di grande pregio che merita seguito e considerazione a ben più vasto raggio.

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