39 steps

5 Gennaio Gen 2017 1628 05 gennaio 2017

Italia underground: Movin' K

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Anche in Italia, si sa, pullula una folta schiera di individualità o agglomerati artistici interessati a sviluppare un determinato e preciso discorso stilistico e contenutistico, più che a nutrirsi di una pur giustificabile fame – entro certi limiti – di considerazione da riflettori. Il bello arriva, però, quando questa considerazione prende piede per naturale attrattiva dovuta a una presenza qualitativa di tutto rispetto, sano e indispensabile biglietto da visita per far sì che i meriti tangibili di un'identità artistica emergano nel migliore dei modi, vale a dire spontaneamente e senza alcun sostegno artificiale. È quanto accade, a nostro modestissimo giudizio, con una band come quella dei milanesi Movin' K (Francesco “K” Epiro alla voce, alle tastiere e alle programmazioni, Salvatore Gagliano alla chitarra, Maria Rita Briganti alla voce, Riccardo “L” Sostene al basso, Federico Mongelli alla Batteria), giunta al suo quarto album in studio, Waitin' 4 the dawn, e concretamente in scia con un percorso evolutivo catalogabile ai vertici di un interesse legato, a tutti gli effetti, ad un discorso anche alquanto analitico in riferimento al concetto stesso di creazione musicale in funzione di un'idea di base da veicolare.

Miscelare le sonorità elettroniche (e, tra queste, scegliere anche le più consone alla causa) con una predisposizione prevalentemente rock e hard rock di stampo – per di più – progressivo, non è gioco da ragazzi, bensì competenza sopraffina di chi conosce esattamente le carte che sta per calare e, soprattutto, il valore che esse possono concorrere ad incassare. Nel sound dei Movin' K e, nello specifico, di un album tutt'altro che immediato (il che, a volte, può essere anche un bene, sia chiaro) come Waitin' 4 the dawn, il dato elettronico contribuisce a strutturare un vero e proprio percorso di senso espresso nella complessiva uniformità di suoni e parole. Ciò che ne emerge è una visione karmica assolutamente coerente con il mezzo di trasporto emotivo scelto per la sua stessa conformazione, un bagliore umorale che si serve di mutevolezza e imprevedibilità proprio per far vivere e rivivere le sue più profonde radici passionali.

Un disco necessariamente complesso come Waitin' 4 the dawn (costruito anche grazie alla collaborazione di Simone “Momo” Riva alla chitarra, Paola Lautieri alla voce, Davide Dag Gullotto alla chitarra e Massimo Maltese al sax) vanta una considerevole esperienza sensoriale coadiuvata da una perizia tecnica ineccepibile, elementi basilari che spingono tanto il disco quanto il proprio creatore verso l'attribuzione di un non facile e non sempre acettato ruolo intellettuale nel bel mezzo delle produzioni indipendenti nostrane (ma non solo). Il preponderante discorso spirituale portato avanti dai Movin' K si avvale di una chiarezza primigenia indiscutibile, a cui fa da considerevole trampolino di lancio una ricerca sonora estremamente precisa e rivolta a una continua sperimentazione di miscele e contaminazioni mai fuori luogo e mai prive ognuna del suo senso più preciso. Temi come la ricerca di un'identità possibilmente definitiva, il dolore come elemento cardine per la comprensione di ogni sfaccettatura umana tutt'altro che fisica o la continua elaborazione di una spiritualità sempre più in dissonanza con una realtà materiale tramutata in competizione all'ultimo sangue, sono tutti tasselli di un mosaico molto ben congegnato sulla base di un suono il cui ascolto effettivo richiede pazienza e dedizione.

Sulla scia di rock, neo-progressive, psichedelia, e un'elettronica presumibilmente affine a stratificazioni rave, techno, ambient e, talvolta, industrial, i Movin' K impongono la loro attitudine sperimentale per la conformazione di un andirivieni creativo capace di balzare a proprio piacimento tra un luogo sonoro e un altro. Nel corso di una triplice struttura concettuale (l'album è diviso, di fatto, in tre sezioni: la caduta, il viaggio, la liberazione), Waitin' 4 the dawn articola il proprio discorso su incipit, melodie basilari, eventuali cambi di rotta e ritorni terminali che sono solo il nucleo portante di una ulteriore stratificazione compositiva capace di andare quasi sempre ben oltre le dinamiche costruttive conosciute. Waitin' 4 the dawn è un album basato su continue virate stilistiche che corrispondono ad altrettanti cambi di rotta tematici, in cui l'avvicendarsi di ogni situazione sonora è sinonimo di continua evoluzione da "work in progress".

Non è un caso, allora, se le psichedelie elettroniche di In the silence of the night o le alchimie techno-industrial di Against (quasi a metà via fra Depeche Mode e Nine Inch Nails, fin dove possibile), su cui si inseriscono elementi prog e dance, evolvono la loro natura in un puro hard rock '70 (Animal) e toccano strutture classicheggianti (Walk) o apici cantautorali (Disturbed), ma lo fanno sulla base di strutture multiple in continua deframmentazione (Some trains never come e All is quiet in my heart, forse il miglior momento dell'album, forte com'è dei suoi otto minuti di puro trasporto significante) o ai vertici di atmosfere fantasmatiche (The dream is over) e in territori indie-alternative multifase (Ghost). Ciò che emerge dal tutto, in definitiva, è un lavoro estremamente vivo in termini di consapevolezza creativa e, al contempo, lucidità tematica, caratteristiche che rendono autore e opera qualcosa di piacevolmente non usuale in termini di incontri quotidiani.

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