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16 Gennaio Gen 2017 1630 16 gennaio 2017

Italia underground: Garcino

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In Italia e nel mondo ci sono moltissime band che nascono volutamente prive di precise idee direzionali ma con una netta e solida convinzione insita nel voler ricercare ogni eventuale identità nel bel mezzo di un percorso artistico quanto più longevo ed eterogeneo possibile. Esistono, però, anche tante altre band che, per contro, preferiscono partire da pilastri portanti ben radicati per sviluppare semplicemente la propria personale idea riguardante un genere o un particolare stile creativo. A questa seconda – tutt'altro che semplicistica – categoria appartengono i piemontesi Garcino (Nicola Garassino alla chitarra e alla voce, Andrea Griffone alle tastiere e Roberto Leardi alla batteria).

Grazie ad un percorso personale intrapreso e mantenuto sulla scia di una moderna concezione di blues che, di conseguenza, accoglie ma non eccede in incursioni hard e funky, ma soprattutto grazie ad un album come Mother Earth's blues, i Garcino dimostrano come sia possibile non puntare a chissà quali vette di sperimentalismo eccentrico (attitudine comunque già azzardata da nomi anche noti e, quindi, con ancora ben poco da concedere al caso o ai tentativi di contaminazione) pur mantenendo alto il livello qualitativo della proposta artistica e ben viva la godibilità di un genere, certo, datato ma mai morto e sepolto come il blues più puro delle origini.

Rivisitazione, revival, recupero ideologico o semplicemente compositivo sono il nucleo sia di base che di sviluppo per un album ben costruito come Mother Earth's blues e per una band come quella dei Garcino molto ben collaudata ma comunque predisposta ad eventuali salti di creatività futuri. Scegliere di mantenersi sulla soglia di un metodo compositivo sostanzialmente lineare ma tutt'altro che statico non può che essere una scelta più che rispettabile se proviene da un agglomerato così ben cosciente dei propri mezzi e dei propri obiettivi come quello di Garassino e soci, un trio così ben amalgamato da conoscere molto bene tanto i punti di partenza quanto gli eventuali cambi di rotta da riportare, a tempo debito, sulla retta via delle proprie ferree convinzioni.

Ma quali sarebbero questi obiettivi? Prima di tutto, sembra prevalere una preponderante consapevolezza del voler mantenere alto il coefficiente di godibilità detenuto dal genere principale preso in considerazione; in secondo luogo (ma non secondo a nient'altro, anzi), si accosterebbe all'ascolto una certa sensazione di avere a che fare anche con individualità – oltre che di indiscutibile talento – molto ben predisposte a far emergere, quando e se possibile, importanti spunti di personale gradimento musicale. Ecco, dunque, balzare all'ascolto, in Mother Earth's blues, scelte sonore anche solo apparentemente distanti dalle predisposizioni di partenza, eppure sostanzialmente affini al tutto sia grazie a naturali ammirazioni per fugaci diramazioni compositive, sia grazie a congeniali connessioni o derivazioni stilistiche che la storia di rock e dintorni ci ha insegnato a distinguere e inevitabilmente apprezzare.

Quella dei Garcino è una band definibile come efficace, oltre che interessante, se un incipit come quello riservato all'intro di Earth's crying lascia presagire una struttura neo-psichedelica ariosa e intrigante e un incedere come quello della successiva It's a slow food talk! può lasciar intendere una eventuale predisposizione funk complessiva, mentre la prima vera dichiarazione di intenti arriva solo con il puro blues originario della title track Mother Earth's blues. Malgrado l'impostazione sonica possa sembrare delle più semplici e genuine, la scelta delle argomentazioni eco-sociali rappresenta un gradino in più sulla scala dei valori contenutistici globali posti in analisi dal trio piemontese. Attraverso un saliscendi continuo tra funk puro, onesto, ballabile e irrimediabilmente godibile e un blues delle origini non meno degno di padri come Robert Johnson e figli prosecutori seminali come Eric Clapton o Stevie Ray Vaughan, passando anche per validi e importanti tentativi di cantautorato (Genova per me, L'ambigua verità), si riesce ad approdare anche alle più energiche e naturali evoluzioni heavy blueseggianti insite nel sound graffiante di Motorhead e derivati con incursioni zeppeliniane (Trains of Tanaria), senza mai disperdere per strada quella interessante inflessione tecnica volutamente avanzante con incedere solo apparentemente incerto e smembrato, nella realtà dei fatti unica faccia di una medaglia splendente in termini di consapevolezza dei propri mezzi e del proprio voler mantenere vivo il bisogno energetico racchiuso in una continua richiesta di puro godimento emotivo.

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