39 steps

31 Gennaio Gen 2017 1153 31 gennaio 2017

Italia underground: LorisDalì

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Scegliere di suonare musica folk può voler dire almeno due cose: vuoi accattivarti il pubblico da pub sinistroide in stile Pigneto o vuoi davvero dire qualcosa perché hai seriamente degli argomenti in tasca. Senza nulla togliere al pur difficile lavoro racchiuso nella prima opzione, onestamente il vero senso dello scrivere una canzone e un'intero album partendo da radici ideologiche folk sta nell'avere per davvero a disposizione non una ma una serie di idee e, parallelamente, nella non comune capacità di dar loro un corpo, un ordine e una predisposizione comunicativa che contempli un'efficace ricezione da parte di chiunque.

Rientrando, in questa nuova turnata, nei ranghi piemontesi (per quanto non delimitino affatto la portata del soggetto in questione), è incontrando LorisDalì - forte del suo nuovo album autoprodotto Gekrisi - che riusciamo (cosa ormai alquanto rara) ad imbatterci con la più adeguata concezione di folk (non solo italiano): leggerezza sonora non sinonimo di dissociazione strutturale, cura degli elementi acustici potenzialmente più affidabili per un corretto svolgimento del compito comunicativo e, al fianco di tutto, testi (questi sconosciuti) estremamente profondi e precisi, dettagliati, meticolosamente cuciti sul vestito di un sogwriting complessivo talmente attento e corposo (seppur basato su un necessario minimalismo semiacustico di fondo) da scalzare molti nomi noti ben più dediti ad alcolici ossidati che a tentativi costruttivi per una concreta offerta ideologica odierna.

LorisDalì, nel suo piccolo non poi così piccolo, è un artista completo, perfettamente in grado di coinvolgere l'ascolto più distaccato e tramutarlo in seguito incuriosito con, ovviamente, la speranza di farne una condivisione sia spirituale che pratica nel senso di una possibile migliore conduzione della propria stessa vita quotidiana (ma le due cose, in fin dei conti, non dovrebbero camminare a braccetto dalla notte dei tempi?). E un album come Gekrisi, senza ombra di dubbio, di tutto ciò rappresenta il versante più efficace perché, per l'appunto, capace di soddisfare sia il lato ludico di una performance in studio o dal vivo, sia il versante memorabile e condivisibile che da esso riesce ad evadere per crescere e viaggiare libero nell'aere di tutte le idee perdute.

Certo, i riferimenti ci sono e si sentono un po' tutti (Capossela, Mannarino, forse anche un pizzico di Dylan e De Gregori), ma il modo in cui le influenze vengono amalgamate e personalizzate scavalca ogni titubanza in termini di concretezza messaggistica perché ogni passo di danza, qui, diventa necessariamente un tassello che compone puzzle di utilità ideologicamente pratica. Ciò che LorisDalì, in Gekrisi, vuole portare in spalla e sostenere assiduamente arriva in maniera, certo, istintiva e istantanea, ma finisce per ricoprire il nobile ruolo di una indispensabile boccata d'ossigeno per continui annaspamenti nel mare melmoso della più totale assenza odierna di linee guida generazionali. Ogni identità perduta, ogni depressione morale alla luce dei fatti, grazie a LorisDalì trova almeno un mezzo esorcismo e può contare, se non altro, non su futili speranze ma su una base concettuale concreta e affidabile.

Analisi approfondita del reale fuori dalle banalità di molti prezzolati fenomeni da baraccone, cura cristallina delle architetture sonore minimaliste ma perfezioniste nel loro continuo amalgamarsi amorevole: sono tutti elementi che fanno di Gekrisi un album che evade dalla sua stessa natura di prodotto discografico per erigersi a tentativo di riflessione e risoluzione tanto musicale quanto antropologica. Ogni nucleo negativo scovato e dissezionato non rimane mai discorso individualmente onanistico ma rompe schemi e barriere per avventurarsi nella ricerca disperata di vie d'uscita caratteriali. Grazie all'aiuto di non distaccate influenze contaminatorie spagnoleggianti (Aldilà), blues (Gekrisi) o ironicamente swing (Jack Risi), viene fuori tutta la celata complessità metalinguistica necessaria a consegnare la posta nel luogo giusto al momento giusto (l'imitazione vocale di strumenti assenti come assente è la sostanza delle pseudo-ideologice messe a nudo in Altri tempi). Se, poi, ulteriori contorni provengono da incursioni tropicali (Una canzone d'amor) e predisposizioni fiatistiche (Curriculum), il senso più analitico si stringe su una considerazione riguardante l'atto stesso della creazione musicale, mentre lampi di sublime serietà (Migrante) spalleggiano il più ispirato cabarettismo generazionale (40 anni, Un tango qualunque), fino alla discesa nei più necessari e sensati inferi folkloristici della ballata popolare esorcizzante (Sant'Antonio).

Alla luce di tutti questi fatti reali e concreti, si può vivere certi del fatto che un artista come LorisDalì riuscirà a rappresentare almeno in parte quella annichilita generazione di cantautori che preferirebbero urlare e bestemmiare invece di doversela fare addosso sorridendo come beoti nel far finta di parlare di (non)argomenti da mensa universitaria.

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