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15 Febbraio Feb 2017 1707 15 febbraio 2017

Raul Montanari. "Sempre più vicino" alla verità delle esistenze

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«Qualsiasi forma d'arte, volente o nolente, ha come fine ultimo (più o meno cosciente) quello di divulgare impressioni o percezioni capaci di scavalcare le logiche produttive e riportare l'arte stessa a delineare il "come" del proprio nascere e maturare, allo scopo di tornare ad essere ciò che, malgrado tutto, è sempre stata: comunicazione, espressione del sé».

Così, circa cinque anni fa, il sottoscritto scriveva in un testo dedicato al post noir, sottogenere e stile letterario particolarmente profondo, tutt'altro che rassicurante, miracolosamente coraggioso nel suo rendersi esistenzialmente analitico e, soprattutto, vero; maledettamente vero, nel bene come, più di tutto, in quel male umano che in tanti (troppi) si ostinano a celare dietro inutili e ormai scialbe apparenze somatiche se non proprio carnali. Alla luce dei fatti, artistici come concreti (spesso sinonimi), lo scrivente crede di essere ancora più convinto di questa tesi mai realmente sopita nel corso degli anni, tanto da ricercarne le fattezze principali – vale a dire i suoi riscontri più profondamente emotivi – nei rispettivi approcci ad ogni singola nuova lettura (che si presti al gioco, naturalmente). Il motivo di tutto ciò viene fornito – altrimenti non potrebbe essere – dall'approdo in libreria di Sempre più vicino, il nuovo eminente romanzo di Raul Montanari (Baldini & Castoldi, 310 p.),

Il post noir, si diceva. Recuperandone frammenti di memoria, si potrebbe azzardare una sintesi esplicativa di genere (o sottogenere, per l'appunto) proprio partendo dall'autocitazione posta in apertura di questo scritto, non privandola, però, della sua più congeniale derivazione metalinguistica, vale a dire l'esistenza primigenia di un testo (anche non solo letterario) la cui struttura sia architettata in modo tale da rendere il tutto conseguente a un'intenzione autoriale desiderosa di travalicare il plot basilare (in questo caso il giallo o, più nello specifico, la sua ben più nobile diramazione noir) per farsene scudo al fine di una continua escursione, spesso estremamente complessa e tenebrosa, in quanto di più inesprimibile si annidi nel non visibile di qualsiasi forma di narrazione. Come, ad esempio, un David Lynch o uno Stanley Kubrick scompone, decontestualizza e ricostruisce l'antropologia di un genere anche cinematografico come il thriller psicologico facendone un meccanismo capace di rendere visibile ciò che visibile da terzi, nell'affannosa quotidianità collettiva, non è, così Montanari, da sempre, fa sua la logica produttiva del romanzo noir per smembrare e ricomporre (quasi ad insaputa del lettore più superficiale, ben occupato a vedere "come va a finire") i tasselli di un mosaico talmente preciso da andare ben oltre il solo graduale dispiegarsi della trama mozzafiato, arrivando, cioè, a toccare venature decisamente difficili da esprimere se non considerando il plot stesso come il più valido mezzo a disposizione per raggiungere una percezione altra, lungi, cioè, dall'essere assimilata senza una coscpicua condivisione di sensazioni interiori o esperienze animistiche tutt'altro che socialmente esprimibili con linguaggi da social network (per eventuale desiderio di approfondimento della questione, si rimanda a questo e a quest'altro riferimento).

E cosa c'è di meno esprimibile verbalmente (quindi evitando di scendere nell'irritante ridicolo di molti falsi profeti), nella contemporaneità, in questa contemporaneità, del sentirsi inadeguati quando non in colpa (di cosa? Perché? Per chi?) essendo semplicemente diversi, facendo cose diverse ed esigendo di farne la propria vita anche professionale, approcciando il mondo in maniera differente da come ci si sistema comodamente, per contro, una buona fetta di popolazione eticamente opposta alle proprie più intime ma universali esigenze emotive? È una condizione, questa, che appartiene a una larga fetta di cosiddetti "millennials" e non solo (usiamo questo termine ora e mai più, per quanto orrore provoca il concetto di classificazione al fianco di situazioni tutt'altro che favorevoli all'accanirsi della più superficiale e distorta lente di ingrandimento), vista l'imprescindibile impossibilità di collocazione esistenziale in un processo di (dis)evoluzione tecnico-pratica che ha vigliaccamente escluso l'elemento anche professionalmente umanistico dal proprio nucleo fondante.

«Chi ha sofferto è più evoluto», sostiene un recente lavoro cinematografico (e anche Shyamalan, per dirla tutta, sa bene cosa vuol dire rendere visibile l'invisibile) e, in quasi tutti i romanzi di Montanari, a soffrire e ad evolversi (o proprio mutare forma e contenuto) di pari passo sono figure umane assolutamente comuni ma dotate di quel qualcosa in più nascosto tra le viscere della loro anima variamente tormentata e, proprio per questo, meritevole di approfondimento, analisi, deframmentazione, ristrutturazione e, quando possibile, respiro conclusivo.

Valerio, il ventisettenne protagonista di Sempre più vicino, ha sofferto e soffre ancora. Di più: la sua sofferenza diventa quasi un senso di colpa per appartenere a un'epoca che rigetta lui e quelli come lui ritenendoli inadatti allo sviluppo complessivo per il solo fatto di possedere capacità diversamente etichettabili. Giunto quasi alla sua seconda laurea, al servizio sottopagato di un padre cinico e ostile e in deliberata assenza di figura materna, Valerio cede in affitto per brevi periodi il luogo in cui vive, la casa ereditata dallo zio Willy (un ex medium ucciso da non si sa chi e in circostanze molto oscure e mai chiarite). Al suo fianco c'è Simon, compagno di scuola, amico fraterno e unico vero confidente reale e concreto che lo ospita nella sua mansarda ad ogni arrivo di affittuari. Data l'intima consonanza, Simon è l'unico essere vivente sulla superficie terrestre a conoscere la segreta pulsione che vive nell'animo dell'amico, vale a dire il vizio inestinguibile di entrare in casa propria nei periodi di affitto per frugare tra le cose dei momentanei inquilini e immaginarsi le loro potenziali esistenze, quasi come nel tentativo di operare un transfert che gli permetta di sfiorare brandelli di più compiuta concretezza. Una predilezione creativamente costruttiva, questa, come lo è quella di Simon, altrettanto bravo a inventare storie e intrecci che, però, non riesce mai a riversare su carta come vorrebbe. Valerio sembra procedere mesto su quel blues esorcizzante che è diventata, così presto, la sua vita, ma quando gli capita di conoscere Viola, una nuova inquilina dai modi misteriosi, molte delle sue configurazioni emotive sopite prenderanno nuovamente forma a tal punto da imprigionarlo in una situazione tanto paradossale quanto estremamente concreta. Un particolare accadimento riguardante proprio Viola e, in parallelo, l'intervento del detective Ric Velardi (un sorprendente "must" degli ultimi romanzi di Montanari) risveglieranno in Valerio la possibilità di farsi definitivamente uomo e il desiderio più profondo di prendere in mano, una volta per tutte, la propria stessa esistenza.

Sempre più vicino è sempre più post noir laddove ad innalzarsi a pilastro portante della vicenda – e di tutto quello che da essa viene sprigionato – non è più solo un'unica situazione o un'unica personalità ma una condizione generazionale intera che diviene demone quantomeno da fronteggiare in funzione di una meno dolorosa convivenza, vista la sua impossibilità di essere sconfitto. È questo, da sempre, uno dei grandi meriti di Montanari: penetrare ben oltre la carne per arrivare a toccare il vero fondo delle cose, far vivere e vivere egli stesso le condizioni esistenziali dei suoi personaggi proprio come fa il suo Velardi con gli obiettivi da raggiungere (detenendo, in questo, lo scettro del puro detective specificamente post noir). È ciò che Montanari chiede al suo lettore: scendere a fondo nelle cose e nelle persone, ma farlo in maniera talmente intensa da diventare quelle cose e quelle persone, pena l'incompresione più vera ed effettiva celata dalla perfetta tessitura letteraria; giungere alla conoscenza dell'animo umano più recondito per riuscire a comprendere e, dove possibile, risolvere le questioni interiori, vero fulcro di ogni possibile vicenda umana.

Tutto, in Sempre più vicino, non si realizza vivendo perennemente alla vigilia di sè: un ragazzo disorientato alla ricerca di un posto nel mondo (tanto pratico quanto, soprattutto, emotivo), un altro ragazzo in bilico tra il voler essere quello che crede di essere e il lato della natura umana più corrosivo e dannoso, un padre incapace di assolvere la funzione legata alla figura etichettata con tale nome e sempre in andirivieni tra l'esserlo e il non voler esserlo, una donna che è una cosa ma, al contempo, è mille altre; persino l'apparenza giallistica (un elemento puramente giallo come l'omicidio, qui, non viene affatto considerato come qualcosa da sciogliere a tutti i costi) diviene un MacGuffin metalinguistico, se si vede la figura del "bottino" non come mero strumento di narrazione gangsteristica ma come risultato di motivazioni mosse da un profondo disagio individuale, tossina da estirpare grazie a quella che finisce per essere soltanto una possibilità per un nuovo inizio. Su tutti e su tutto aleggia lo spirito dello zio Willy, forse l'unico (non)personaggio ad aver raggiunto un obiettivo, il cui risultato, però, è visibile solo se lo si vuole realmente vedere (rendendo visibile il non visibile o non visto, per l'appunto). Ma è proprio questo il punto: leggere un libro solo per diletto o cercare in esso una motivazione, qualcosa da imparare, qualcosa da riportare alla memoria nei momenti di maggiore esigenza personale? I padri hanno già provveduto a nascondere consapevolmente i loro madornali errori. Che i figli riescano, almeno, a prosciugare gli acquitrini oscuri del passato e del presente.

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