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9 Giugno Giu 2017 1520 09 giugno 2017

Italia underground: A Total Wall

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Si dica pure quello che più si desidera o gradisce, ma un dato di fatto è sotto gli occhi di tutti: il genere metal, al giorno d'oggi, è quello che più gode di stili e sottostrutture in continuo andirivieni sonico tra sperimentazioni (fin dove possibile) e inclusioni anche molto eterogenee. Mentre il rock puro continua, per certi versi, ad essere succube di un revival spesso anche molto sterile e francamente poco utile se non ad una certa fetta di mercato, il metal, nel corso degli ultimi venti anni, è giunto in un punto saliente in cui lo sviluppo di una progressiva predisposizione creativa è quasi giunto al culmine delle sue possibilità. Tra inserimenti psichedelici, digressioni progressive e puntualizzazioni da costruttivo rock tecnico, soprattutto il sottogenere “djent”, in ambito metal, sta facendo la voce grossa attraverso una concreta evoluzione tecnico-stilistica sinonimo di continuo perfezionamento e inarrestabile evoluzione.

Tutto questo, ça va sans dire, avviene anche (e tanto) in Italia.

Una dimostraizone pratica proviene direttamente dagli interstizi di Milano e Varese che hanno dato origine ai membri portanti degli A Total Wall, un quartetto perfettamente in grado di portare avanti la bandiera djent al ritmo di controtempi forsennati e muri sonori (raramente nome fu più azzeccato, dunque) tipici del sottogenere in questione ma, al contempo, figli di una propria personale visione dello stato delle cose.

Quella che Gabriele Giacosa (voce), Umberto Chiroli (chitarre), Davide Bertolini (batteria) e Riccardo Maffioli (basso) sprigionano nel loro primo long playing Delivery è una mastodontica e tellurica esperienza sia sonica che concettuale che, però, non si esaurisce nel solo ricollegarsi ai propri padri putativi (Meshuggah su tutti, come ovvio, ma poi anche The Contortionist, Tesseract e, a tratti, Animals As Leaders) ma si evolve ulteriormente verso direzioni caparbiamente ragionate e coscienziose. Progressive metal, math rock e poliritmie solo apparentemente indecifrabili e contorte sono la base di un sound tellurico ma, al contempo, perfettamente lucido e consapevole della direzione intrapresa. La faticosa esperienza di tre ep (True fear, Incide e Soundtrack for your honeymoon) ha ripagato a dovere grazie alla costruzione di un approfondimento tecnico e stilistico assolutamente di massimo livello.

Delivery (in distribuzione su tutti i più noti e utilizzati store online) è potenza, impatto e graniticità, certo, ma anche studio, applicazione e possibile intuizione. Il genere di partenza viene onorato nel più serio e devoto dei modi, ma la sostanza reale si dispiega attraverso la tessitura di trame limitrofe mai del tutto distaccate o eccessivamente digressive. Potremmo parlare, ad ascolto ripetuto, di un sanissimo tentativo di rimescolamento delle carte in tavola al fine di una ulteriore ridefinizione del genere, se e fin dove possibile. Ad ogni modo, il progetto A Total Wall corrisponde a musicisti indiscutibilmente di enorme spessore, la cui perizia mista a concreta inventiva emerge a dovere nelle varie camere oscure proposte dal momentaneo risultato finale.

La magistrale poderosità insita nelle intenzioni primigenie di Reproaching methodologies è supportata a dovere da una potenza vocale e da una precisione ritmica tanto forsennata quanto chirurgica nel delineare i suoi contorni. Ma le più intelligenti e sensate diramazioni sono dietro l'angolo ed emergono gradualmente con tutta la fermezza del doom di Sudden e Lossy e del dark-progressive in stile Opeth di The right question e Pure brand, mentre si fa spazio a spallate – e mai in maniera del tutto distaccata dal contesto generale – addirittura un certo spunto fusion nella stupefacente title track Delivery.

Questo – e molto altro ancora da scoprire – delinea l'identità di una band di assoluto rispetto come quella degli A Total Wall, realtà nazionale eccezionalmente valida e già predisposta per scene molto più accoglienti di quelle aridamente nostrane. Che si sappia: Delivery è una completa autoproduzione ma suona come i migliori parti di casa Good Fight, Kscope, Prosthetic e Sumerian. Il passo successivo, per chi si vanta di detenere ancora un minimo di cervello misto a predisposizione artistico-produttiva, dovrebbe essere automatico.

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