39 steps

18 Agosto Ago 2017 1023 18 agosto 2017

Italia underground: Ekat Bork

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È una storia a dir poco travagliata, quella di Ekaterina Borkova, in arte Ekat Bork. Una storia fatta di sofferenze interiori, sotterfugi e fughe interminabili verso un ignoto considerato di gran lunga migliore rispetto al proprio vuoto di appartenenza primigenia, quella Siberia così lontana sia geograficamente che in termini di concrete prospettive professionali ed emozionali.

Da lì Ekat Bork fugge rubando qualche soldo alla propria famiglia, finendo per approdare – non è dato sapere come ma, in fin dei conti, quale reale importanza ha dinanzi a una così inarrestabile forza della natura umana? – nella Svizzera (si suppone) anche italiana, visto che la ragazza parla e scrive bene anche nella lingua dello stivale (motivo per cui siamo lieti di poterne trattare in questa sede). Ed è subito rabbia, sfogo, frustrazione tramutata in estro creativo ma, al contempo, intuizione e considerevole senso di un abbandono e di un nuovo approdo assolutamente necessari, entrambi, a una ridefinizione definitiva di un essere mai in simbiosi con radici non del tutto predisposte al raggiungimento dei desideri più intimi e umani dei propri arbusti.

In svizzera, sana e salva, Ekat Bork si circonda di musicisti di pregevole caratura (non rinunciando mai a diverse escursioni proprio nella limitrofa terra tricolore) e incide il suo primo disco nel 2013 (Veramellious), un roboante incedere di manipolazioni elettroniche che prendono il formato canzone e ne fanno cibo prediletto per palati in cerca di un riscatto tanto fisico quanto ideologico.

Ma il principale punto focale dell'esistenza (non solo) artistica di Ekat Bork arriva con questo nuovo YASDYES, titolo solo apparentemente criptico ed emblematico ma, nella realtà più profonda, semplice traslitterazione di ciò che in lingua madre vuol dire “sono qui adesso”. Affermazione a dir poco coraggiosa, questa, dal momento che il concetto stesso di fuga, nella sua più variegata accezione, perseguita in eterno chiunque si dica in cerca di spiragli di creazione capaci di innestare nuove radici nell'animo dei presenti.

Ma il dato di fatto più evidente (ed eminente) è il risultato insito in un'energia emotiva che non è solo questione di proposizione esecutiva (le performance live di Ekat Bork sono sempre segnate da una potenza scenica dirompente) ma si innalza a nucleo portante del tutto dal momento in cui questa viene introdotta in ogni singola stratificazione sonora seguendo ogni suo potenziale significato. Energia è, certo, sostanza in perenne movimento, ma è anche introduzione di un pathos estremamente limpido e, al contempo, efficacemente avvolgente, coinvolgente e trascinante.

YASDYES, il nuovo album di Ekat Bork, possiede esattamente tutto questo. Sulla struttura in continuo divenire di un trattamento elettronico al servizio del riassemblaggio eterno di una particolare concezione di formato canzone, la camaleontica voce di Ekat Bork ora è oscura e tenebrosa, ora è eterea e cristallina, ora è uno squarcio di sciabola nel cuore del cielo stellato più puro e immacolato.

Ekat Bork è una pura forza della natura e a dimostrarlo concorrono fattori imprescindibili tra cui, su tutti, l'enorme capacità di generare scossoni ad ogni certezza sia sonora che concettuale attraverso strutture elettroniche in perfetta simbiosi con spunti melodici carichi di sofferente acidità. Le storie narrate da Ekat Bork sono storie ideologicamente sovrannaturali ma, proprio per questo, più reali di molto altro reale venduto a buon mercato, così come ogni percorso intrapreso o suggerito (quello musicale come quello personale) risulta essere un necessario processo di auto-conoscenza che punta sempre verso nuovi possibili inizi.

YASDYES è un graduale ma circolare percorso evasivo verso nuovi orizzonti individuali raffigurati da un perenne andirivieni di scelte strumentali e vocali, un percorso il cui fine ultimo è la sovversione di qualsivoglia metrica strutturale quasi in metafora di una realtà circostante intesa non come un mero strumento di apprendimento indistinto, bensì come libro bianco da aprire e riempire di scritture a proprio personale piacimento. Dimostrano una simile attitudine le inarrestabili vie sperimentali percorse o, talvolta, attraversate con l'utilizzo di commistioni elettro-pop perfettamente in grado di sposare impostazioni di matrice prettamente sperimentale (Fear), le derive trip-hop immediatamente divergenti dal contesto solo apparentemente generato (Happiness) che diventano psichedelia catartica pura (My planetany) o ammiccamento a spunti di melodia (When I was, Zhazdha) intenzionati a smembrare e riassemblare il formato canzone (Red sektor, Darkness). Ma l'animo più felino e pulsante è sempre dietro l'angolo a ricordare chi si è, da dove si viene e dove non si può definitivamente permanere così facilmente (Jungletown, Krakoin) se non con il fondamentale bagaglio dell'ascesi incorporea verso una realtà quasi interamente interiore (Dakota, The jumpo off the cliff, Legal) inevitabilmente votata a punti di non ritorno concettuale (Thank you).

Di Ekat Bork e di un disco come YASDYES si può dire tutto e il contrario di tutto. Ciò che corrisponde a certezza è una capacità di dichiarare le proprie intenzioni in maniera a dir poco roboante e, al contempo, saggia, forse metodica, di certo non comune e, soprattutto, coraggiosa. Già, il coraggio: questo sconosciuto.

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