39 steps

17 Novembre Nov 2017 1214 17 novembre 2017

Italia underground: Sgt. Calaca

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“Contro il logorio della vita moderna”, sentenzia un certo spot televisivo. Ma, per l'appunto, è soltanto uno spot. Qui, invece, si fa abbastanza sul serio, anche se come perno metaforico centrale permane una parallela tipologia di prodotto. Con tanto di cannuccia, a quanto pare.

Provenienti dall'asse Pontremoli / Parma / Cremona, i signori Sgt. Calaca (Mattia “Carmelino” Anselmi alla voce e alla chitarra, Alessio “Pessio” Armanetti alla chitarra, Francesco “Mendoza” Rosi al basso e Michelangelo “Micio” Preti alla batteria) fanno del loro nuovo album Chupacabra un solo apparentemente goliardico – in realtà anche molto complesso – manifesto capace di scagliarsi a dovere contro l'omologazione di una modernità che, sotto certi aspetti, tanto moderna non è. A fare da contraltare all'obbligo dell'apparire e del riuscire in una quotidianità sempre più piatta e arrivista, un album come Chupacabra arriva a testimoniare lo splendore insito nel giusto fallimento, la perdizione necessaria per toccare il fondo e adagiarvisi non tanto per protesta quanto per desiderio ultimo di evasione definitiva.

Cerchiamo di spiegare.

C'è una filosofia di fondo, nella considerazione del reale operata dai Sgt. Calaca. Ed è qualcosa di sviscerabile solo ed esclusivamente se muniti di apposito bagaglio concettuale e percettivo. Dietro una vasta serie di scorribande chandleriane e bukowskiane trapiantate in una fotografia di Weegee, rifugiandosi in una macchina del tempo tra un bancone e l'altro di un bar, il potere evocativo di un animale leggendario viene innalzato a pilastro portante di un discorso estremamente attuale e anticonformista. Il Chupacabra, difatti, è una sorta di figura mitologica non meglio definita se non tramite la predisposizione naturale a cibarsi di sangue di capre e animali domestici infliggendo loro particolari mutilazioni. Passando attraverso la metafora, in fin dei conti, emerge il discorso contenutistico principale relativo ad una contrarietà totale verso gli stili di vita consociati alla conduzione attuale della vita terrena.

Ma il bello è che tutto questo viene racchiuso in uno stile sonoro tutt'altro che affine ad un certo tipo di espressione violenta della propria considerazione della realtà. Quanto alle derivazioni stilistiche, infatti, i Sgt. Calaca si rifanno indiscutibilmente a generi come il reggae e il punk, ma anche lo ska (che ne è la sostanziale unificazione) e una certa disco music prettamente “seventies”. Ed è anche questa un'altra porzione del bello: ballare e gioire a braccetto col rifiuto più violento della propria condizione di appartenenza non più riconosciuta come tale, anzi stracciata e gettata in pasto al fuoco delle perdizioni individuali di un Grand Guignol esistenziale.

C'è del punk, certo, ma inteso dal suo punto di vista non fine a se stesso. Per intenderci (e sia chiaro), siamo molto più prossimi ai Clash di Sandinista! che ai Sex Pistols di una qualunque incisione. E non sembra affatto poco.

Ma c'è dell'altro, in Chupacabra e nella concettualità stilistica dei Sgt. Calaca. Oltre alle evidenti incursioni alla Mano Negra o Ska-P (in questo caso sia per le timbriche che per un certo utilizzo della lingua spagnola), ci sono anche sprazzi ritmicamente sperimentali come quelli provenienti dai Talking Heads, se non altro, almeno di Fear of music.

Ideologicamente parlando, non è un caso se il singolo trainante, Gascoigne, prende apertamente come padre ispiratore l'omonimo calciatore britannico con tutto il suo corpus di genio e sregolatezza fondamentalmente incompreso perché sommerso dai fumi dell'alcol agli occhi della stampa e dell'opinione pubblica pseudo-perbenista. Una calzante metafora, questa, di ridimensionamento forzato delle passioni sotto la scure di una modernità mai veramente evoluta. Un discorso, questo, che esprime tutto il suo potenziale attraverso forsennate ritmiche in levare (Chico, Good for nothing, My Augustus), tendenze swing (Maruska), predisposizione di matrice sostanzialmente reggae (Lovemind, Marry me) ma anche finemente rock (Little Buddha, Camouflage).

“Diciamo no alla sobria prevedibilità e togliamo i freni all'istinto, rubiamo i cartellini a chi ci ammonisce e lasciamo in mutande chi preferisce gli impomatati da TV alle teste di gallina. Meglio cavalcare gli alti ed affrontare i bassi, meglio la diversità in campo e fuori, anche col rischio di scheggiarci il vetro”, sostiene la band. Come non esser d'accordo?

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