A ciascuno il suo

1 Giugno Giu 2012 1854 01 giugno 2012

Tea Party Italia: cosa non mi convince

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Con l'espressione Boston Tea Party si intende la protesta scoppiata nel dicembre 1773 presso la costa atlantica nordamericana contro il governo britannico ed in particolare la sua politica fiscale. Parliamo di un evento che può sostanzialmente essere considerato come preannuncio della imminente rivoluzione americana.

I coloni conoscevano bene il principio del No Taxation without Representation tipico del costituzionalismo inglese  (immaginiamo che conseguenze se applicato anche da noi) :essi  ritenevano, a ragione, che in assenza di una sostanziale rappresentanza democratica il governo di Londra non avrebbe potuto imporre nuovi tributi.

Sulla base di questi e altri principi si è formato in America pochi anni orsono un nuovo movimento che prende appunto il nome di Tea Party, nel ricordo di quella antica rivolta. Gli aderenti si definiscono Patriots: sostengono la libertà di impresa, un basso livello di tassazione, lo Stato "minimo", la particolarità del modello politico ed economico americano rispetto alle tentazioni "dirigistiche" europee. I Tea Party appaiono piuttosto conservatori rispetto ai cosiddetti diritti civili. Nutrono un sano scetticismo verso la tecnocrazia ed il potere bancario, in particolare quello della FED. Ma soprattutto chiedono a gran voce un ritorno alla lettera della Costituzione americana e considerano inaccettabile il centralismo di Washington.

Non possono pertanto essere considerati come un vero e proprio partito, bensì un movimento. Alla iniziale critica dei Tea Party verso i due maggiori partiti americani si è sostituita una auto-collocazione alla "destra" del partito repubblicano, rispetto al quale esercitano una sorta di leadership morale. Positiva dato che col loro appoggio il cosiddetto GOP torna ad essere "votabile" dopo i tristi anni dell'era Bush e quelli condizionati dal ciclone Obama.

Insomma parliamo di istanze esportabili anche in Italia, Paese nel quale esiste effettivamente un grande problema fiscale, una eccessiva invadenza dello Stato ed un esagerato interventismo della politica (specialmente a livello locale). In poco tempo ha quindi cominciato ad avere seguito un movimento ispirato all'esempio americano, per l'appunto il Tea Party Italia.

Questa interessante realtà appare sostenuta "mediaticamente" da alcuni personaggi di area centro-destra: da Antonio Martino a Oscar Giannino, dalla giornalista Maria Giovanna Maglie fino al think tank liberale dell'Istituto Bruno Leoni.

Inizialmente il mio atteggiamento verso i Tea Party italiani è stato di sorpresa. Anzi di sollievo, dato che secondo me molti dei problemi dell'Italia derivano proprio dal troppo Stato, da una pressione fiscale folle (conseguenza del primo fattore) e da un eccessivo interventismo pubblico contro la vita delle persone.

Tuttavia sono emersi alcuni aspetti di questo movimento che non mi convincono ed anzi mi hanno portato ad un allontanamento.

Prima di tutto ho potuto notare un certo scetticismo, direi idiosincrasia, rispetto al cruciale tema della Unità nazionale. Da molti più o meno autorevoli esponenti del movimento sono emerse col tempo molte considerazioni rispetto alle quali si sarebbe potuta ritenere praticabile la "scorciatoia" secessionistica, essendo l'Italia di per sé irriformabile . Ovviamente lasciando il "pigro" sud al proprio destino. Perché una certa parte della critica alla attuale situazione italiana appariva venata da un malcelato razzismo: il solito cliché del Meridione incapace di proiettarsi verso un obiettivo di autosufficienza economica e "morale".

La maggior parte di coloro che aderiscono al Tea Party Italia è di provenienza Pdl (nel senso che in passato ha molto probabilmente votato centro-destra o avuto un ruolo all'interno del partito di Barlusconi).

Sotto questo profilo appare evidente una sorta di permeabilità ideologica che caratterizza gli (ex?) sostenitori del Pdl rispetto alla Lega. Si tratta di una conseguenza della maggiore connotazione ideologica della Lega Nord rispetto al Pdl, di per sé privo fin dall'origine di una identità riconoscibile. In poche parole: è piuttosto chiaro che ci sia stato un processo di "leghizzazione" del Pdl da parte da parte dei cosiddetti "padani" piuttosto che il contrario.

In secondo luogo mi ha lasciato perplesso l'esclusivo interesse al problema fiscale. I Tea Party americani (oltre al fatto di definirsi Patriots e quindi grandi sponsor della forza e della unità degli USA al contrario dei loro epigoni italiani) sono molto connotati dal punto di vista ideologico. Può non piacere, ma in America i Tea Party si sono spesso fatti portatori di istanze che - secondo le vecchie  ma "didattiche" categorie politiche - potrebbero essere collocate alla destra del partito repubblicano. I Tea Party italiani, invece, sembrano interessati esclusivamente al pur fondamentale problema fiscale e indisponibili a discutere del resto. Tutte le volte che a livello di social network (il movimento è molto forte in rete) si è tentato di sapere qualcosa di più su cosa i Tea Party proponessero di fare al di fuori del recinto fiscale il dibattito è stato subito silenziato col conseguente invito a proporre soluzioni ed iniziative solo in riferimento al problema tasse.

Un'altra questione importante è stata la volontà da parte degli "azionisti di maggioranza" del Tea Party di non tramutare la loro creatura in un qualcosa di diverso rispetto ai partiti già esistenti. Giacomo Zucco, il validissimo portavoce del movimento, ha sempre sostenuto che i Tea Party non vogliono essere una nuova proposta politica capace di tramutarsi in partito.  L'obiettivo sarebbe dunque quello di svolgere una attività di lobbing capace di "scalare" la politica italiana ed un partito in particolare (il PDL).

Ma questa posizione, a mio avviso, rischia di essere perdente già in partenza perché sconta la particolarità del nostro scenario politico, molto diverso rispetto a qualsiasi altro in Occidente. In Italia i partiti non possono essere "scalabili" (conquistati dall'interno) semplicemente perché sono ,per così dire, espressione di un potere padronale. Si tratta di vere e proprie imprese di famiglia finanziate dallo stato (basti pensare alla Lega Nord, all'Idv o al velleitario partito finiano). Quando così non è si tratta di strutture al servizio di un magnate (Berlusconi-Pdl) . Se Montezemolo dovesse scendere in politica si avrebbe la riproduzione palese dell'ultimo caso. In Italia non esistono veri e propri partiti (tranne forse il Pd e qualche altra realtà minore): esistono imprese partitiche padronali (sotto questo profilo il partito radicale di Marco Pannella è il più antico e fulgido esempio).

Prova di tutto ciò è il fatto che i Tea Party Italiani siano divenuti una sorta di trampolino di lancio per personaggi in cerca di carriera politica o per chi comunque intendeva ricrearsi una verginità. Insomma, questa bella idea dei Tea Party italiani rischia di essere troppo "compromessa" col Pdl (una sorta di indistinguibilità rispetto al "partito" di Berlusconi).

L'auspicio è quindi che il movimento anti-tasse italiano sappia superare questi punti (a mio avviso) di criticità lasciando perdere le tentazioni secessionistiche (cari Zucco & co lasciate tutto ciò ai leghisti) e stabilendo una piattaforma programmatica che dica che cosa i Tea Party intendono fare a favore delle famiglie, della istruzione, della sanità, della difesa, della politica estera, dei rapporti con l'Europa dei tecnocrati.

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