A ciascuno il suo

5 Giugno Giu 2012 1929 05 giugno 2012

Il paradosso di un ministro del lavoro che parla solo di licenziamenti

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Dico subito che dal mio punto di vista Elsa Fornero è il peggior ministro del lavoro dell'era repubblicana. Preciso che negli altri due gradini del podio colloco rispettivamente Maurizio Sacconi e Tiziano Treu (il ministro del governo Prodi che sul finire degli anni 90 inaugurò l'impostazione "precaristica" del mercato del lavoro).

L'ultima polemica innescata dalla Fornero è quella sul licenziamento degli statali ed ha ovviamente coinvolto l'altro ministro interessato, il titolare del dicastero della funzione pubblica Patroni Griffi. Sostanzialmente il contendere verteva sulla possibilità che le nuove regole del mercato del lavoro valessero anche per il pubblico impiego, da sempre maggiormente garantito. Naturalmente Patroni Griffi se l'è un po' presa, sentendosi scavalcato. La Fornero ha la delega al lavoro e al Welfare (e qui ci sarebbe davvero da ridere o piangere, fate voi) ma non pare abbia anche quella alla funzione pubblica. Insomma, Patroni Griffi ha fatto notare che l'argomento non risultava essere in agenda e che soprattutto esulava dalle competenze della ministra.

Preciso subito che sono d'accordo sul principio in base al quale lavoratori del pubblico impiego e del settore privato debbano essere necessariamente equiparati sotto il profilo dei diritti e dei doveri. E' certamente vero che, ancora oggi, licenziare un impiegato pubblico fannullone (se non addirittura ladro) rimanga praticamente impossibile. Allo stesso modo sarebbe ingiusto porre in essere delle generalizzazioni penalizzanti per chi, anche nel pubblico impiego, si impegna e fa il proprio dovere.

Desta però davvero sconcerto la modalità attraverso la quale il ministro Fornero si muove, opera e esterna: in un Paese con un problema occupazionale drammatico ci si aspetterebbe che il ministro del lavoro parlasse, operasse, per cercare delle soluzioni capaci di favorire una maggiore occupazione. Al contrario Elsa Fornero parla e opera in maniera tale da far sospettare che il suo impegno vada in una direzione diametralmente opposta.

Tra l'altro pare emergere anche il meschino, prevedibile, tentativo di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri. Una contrapposizione orizzontale (guerra tra poveri) per scongiurare quella verticale (contro il governo). Si tratta cioè del vecchio divide et impera, che probabilmente ha funzionato anche questa volta. E' chiaro che chi lavora nel settore privato si senta quasi figlio di un dio minore per quanto riguarda le cosiddette "garanzie": da qui l'innesco di un meccanismo di "rivalità" sociale che vede nel dipendente pubblico un peladrone da punire. Il dipendente privato, magari laureato, che guadagna 1200 euro scarsi e lavora 10 ore al giorno mal vede il dipendente pubblico che ne prende 1400 per lavorare 8 ore (senza stancarsi nemmeno troppo, secondo la vulgata corrente). In linea teorica ciò non fa una grinza, ma si dovrebbe tendere ad un ragionamento opposto: non puntare ad un peggioramento per tutti delle condizioni di lavoro, non una estensione dello sfruttamento, ma un miglioramento del trattamento per tutte le categorie comprese quelle del settore privato che oggi, giustamente, hanno molti motivi per esprimere disagio.

Ma torniamo alla considerazione iniziale: perché ritengo la Fornero il peggior ministro del lavoro dell'epoca repubblicana? Come si sa sono due le "riforme" ascrivibili (imputabili) alla sua iniziativa. Quella delle pensioni e quella del mercato del lavoro. Si tratta di due campi tra loro complementari ma già sotto il profilo dei principi si può capire bene come alzare l'età pensionabile (in prospettiva) fino ai 70 anni precarizzando ulteriormente il mercato del lavoro non sia scelta lungimirante né per le vecchie generazioni né tantomeno per le nuove (che a parole il governo e la stessa Fornero dicono di voler tutelare). Senza contare l'incredibile pressapochismo (menefreghismo) manifestato per il problema dei cosiddetti esodati. Esodato è il neologismo coniato per definire il lavoratore senza lavoro e senza pensione con età compresa tra 50 e 65 anni che si trova nella condizione di aver lasciato il posto per ristrutturazione aziendale, per accordo sindacale o per dimissioni volontarie incentivate dal datore di lavoro. Il termine viene associato, in particolar modo, a quei lavoratori che hanno già perduto il posto di lavoro o sono entrati nelle liste di mobilità contando su uno "scivolo pensionistico" e che non riescono a rientrare nel mercato del lavoro. Si è fatta quindi una "riforma" delle pensioni nel torno di poche settimane perdendosi per strada svariate decine di migliaia di persone che avevano avuto solo la colpa di fare affidamento sulle leggi dello Stato, salvo poi trovarsi senza né lavoro né pensione. La Fornero ha inizialmente minimizzato, poi ha dato la colpa alle aziende e ai loro dipendenti ed infine ha ammesso dopo parecchi mesi di aver sbagliato (sull'onda della "emergenza" naturalmente).

A parere di chi l'ha letta, la nuova disciplina del mercato del lavoro sembra essere un inestricabile guazzabuglio. Tra l'altro non risolverebbe nemmeno il problema (la vergogna) delle dimissioni in bianco per le lavoratrici in maternità.

A mio modesto avviso la riforma da perseguire doveva essere quella proposta dal sen. Ichino, la cosiddetta flexsecurity capace di coniugare flessibilità e garanzie. Perché esiste una profonda differenza tra la flessibilità e la precarietà: la prima caratterizza i Paesi seri che coniugano un mercato del lavoro efficiente con un sistema di garanzie tale da render concreta la possibilità di (ri)trovare un impiego senza discriminazioni di età, di sesso, di condizioni sociali e personali. Ichino voleva ispirarsi a questi principi: è chiaro che la sua riforma avrebbe rappresentato una sfida sia sotto il profilo della attuazione che delle risorse da mettere in campo. Ma sappiamo bene dalla esperienza di questi anni che le vere riforme non possono essere fatte a costo zero. La precarietà, invece, caratterizza il mondo del lavoro nel nostro sfortunato Paese e non è di certo stata affrontata dalla cosiddetta riforma Fornero. La precarietà è quella cosa per la quale un cinquantenne che perde il posto non ne trova un altro perché considerato "vecchio". La precarietà riguarda (occorrerebbe ricordarlo) non solo le giovani generazioni ma anche quella fascia di cinquantenni che una volta esplulsa dal processo produttivo fatica maledettamente a reinserirsi.

Insomma, nessuno dovrebbe restare indietro, nessuno dovrebbe essere abbandonato a se stesso. E questo sembra proprio che Elsa Fornero, ministro del lavoro e del Welfare, abbia grandi difficoltà ad intenderlo.

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