A ciascuno il suo

14 Giugno Giu 2012 1627 14 giugno 2012

Il problema è l'euro

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Dalla ultima, allarmante, relazione di Bankitalia sullo stato della nostra economia possono essere tratti alcuni dati interessanti:

1. Nonostante il "sobrio" governo dei professori il debito pubblico non accenna a diminuire, anzi continua la sua vertiginosa ascesa attestandosi a 1948 miliardi di euro (+ 2 mld rispetto al marzo scorso). Questo significa che, rispetto alla fine del 2011, il debito pubblico è aumentato di ben 50 mld (dato che nello stesso periodo il totale ammontava a 1897 mld di euro).

2.Le entrate tributarie hanno registrato un lievissimo aumento (+0,2%) rispetto all'anno scorso, nonostante il sensibile inasprimento della pressione fiscale da parte del governo.

3.Nella stessa relazione si registra ciò che tutti sanno, ovvero che «da oltre un decennio l'economia del Paese segna il passo, sia in prospettiva storica, sia rispetto ai principali Paesi europei».

4.Sempre nell'ultimo decennio il grado di competitività delle imprese italiane conosce un declino, dato che «la quota di mercato dell'Italia sull'export mondiale in volume è passata dal 3,6 per cento nel 2002 al 2,7 del 2011. Nello stesso periodo quella della Germania è rimasta inalterata, al 9 per cento». In particolare «le esportazioni italiane si caratterizzano per un contenuto tecnologico inferiore a quello dei prodotti tedeschi; ciò riflette una composizione settoriale della struttura produttiva nazionale sbilanciata verso i beni tradizionali. La nostra perdita di competitività riflette anche una minore capacità di esportare verso le economie emergenti più dinamiche, quali India e Cina. Le vendite italiane verso la Cina rappresentano il 2,7 per cento del totale delle esportazioni (il 3,6 per cento in Veneto); in Germania la quota è più che doppia.La piccola impresa familiare, con modesto utilizzo di risorse tecnologiche e manageriali, non ha futuro nella competizione globale. Gli imprenditori devono orientarsi verso strategie ambiziose, volte a favorire la crescita dimensionale». In conclusione si afferma, quasi con una nota di compiacimento, che<<l'era del "piccolo è bello" si è definitivamente conclusa>>.

Relativamente al primo punto non si può che esprimere la più completa disillusione verso un cosiddetto governo tecnico  bollato come "decisionista" (in contrapposizione ai tentennamenti dei politici) ma incapace di dare segnali chiari a favore dei necessari tagli alla spesa pubblica improduttiva (quella non destinata agli investimenti). La mossa, poi, di subappaltare la gestione delle finanze pubbliche ad altri tecnici fuori dalla compagine governativa (tecnici che chiamano altri tecnici) è stata più ridicola che efficace, dato che la stima maggiormente ottimistica sui prossimi futuri "tagli" è intorno ai 4 mld di euro (appena lo 0,5% della spesa pubblica italiana).

Il fatto che le entrate tributarie non siano aumentate rispetto allo scorso anno (nonostante un sensibile incremento della pressione fiscale) corrisponde a ciò che tante persone di buon senso avevano pronosticato: il contribuente (vessato da uno Stato sempre più rapace) diminuisce i consumi (anche quelli primari) per pagare le tasse, mettendo in crisi un sistema produttivo interno già sotto pressione per l'atteggiamento predatorio dello Stato, per la stretta creditizia e per la crisi.

Veniamo adesso al "bello": che l'Italia non cresca da 10 anni è bene evidenziato da queste ed altre relazioni che periodicamente vengono diffuse da Bankitalia, Confindustria e da centri studi più o meno indipendenti. Peccato non s'arrivi mai alla probabile, corretta, conclusione: uno dei motivi della perdita di competitività italiana sui mercati internazionali è da rintracciarsi proprio nell'ingresso nella moneta unica. Che il mitico made in Italy sia in declino è cosa percepita - direi - quasi a livello di senso comune. Ma, ripeto, non si arriva mai a considerare una delle maggiori cause di questa parabola discendente, cioè l'euro.



La moneta unica europea, infatti, presenta caratteristiche particolarmente inquietanti: appare adatta solo a quei Paesi che hanno conservato - ampliato - una poderosa forza industriale, fatta non di piccole-medie imprese ma di grande industria, di grandi marchi. Non è un caso il collasso dei Paesi del sud Europa. Quando si è esaurita la spinta del denaro facile (la espansione monetaria che aveva caratterizzato anche l'economia americana dell'era Greenspan)  i nodi sono venuti al pettine e si è scoperto che alcuni Paesi semplicemente non sono in grado di tenere il passo della Germania e di trarre alcun vantaggio dalla moneta unica in termini di produzione.

La cosiddetta globalizzazione dà opportunità interessanti per tutti, a patto che si abbiano gli strumenti - anche monetari - per poter competere sulla base di quelle che sono le caratteristiche della propria economia. Entrando nell'euro abbiamo penalizzato noi stessi a vantaggio dell'economia tedesca: una scelta discutibile perché la lira (valuta nazionale calibrata sulla nostra struttura industriale) ci  permetteva di essere competitivi sui mercati internazionali (anche europei) mascherando i difetti del nostro sistema produttivo, fiscale e politico. Allo stesso tempo, l' ingresso dell'Italia nell'euro, ha disinnescato un pericoloso competitor per la Germania ed ha portato (assieme all'ingresso degli altri Paesi mediterranei)  ad un abbassamento del valore della moneta unica che altrimenti sarebbe stato più alto del vecchio marco tedesco.

In pratica i politici italiani hanno creato un capolavoro al contrario, dando alla Germania la possibilità di avere sia i vantaggi del vecchio marco sia quelli di una moneta come l'euro. Noi invece abbiamo perso una valuta - la lira - che contribuiva a rendere competitive le nostre merci ed allo stesso tempo abbiamo eliminato un motivo di grande preoccupazione per i tedeschi: un'Italia che potesse, col proprio apparato industriale e con la lira, inondare di prodotti a basso costo l'UE dando al contempo filo da torcere alla Germania sui mercati internazionali. In sostanza i tedeschi hanno oggi una moneta stabile come il marco  mentre noi abbiamo tra le mani un conio pensato per la struttura industriale germanica, molto penalizzante per le imprese a carattere familiare (piccole e medie) alle quali faceva riferimento il rapporto di Bankitalia.

Un trionfo. Del quale alcuni nostri "insigni" (ex?) politici vanno ancora oggi vantandosi in televisione e sui giornali. Naturalmente non è improbabile che tra questi verrà scelto il prossimo Presidente della Repubblica. Ed allora l'imbroglio avrà raggiunto pirandellianamente il proprio sublime, tragico e ironico epilogo.

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