A ciascuno il suo

25 Giugno Giu 2012 1646 25 giugno 2012

Berlusconi, Grillo e Monti. C'è aria di elezioni

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La "svolta" euroscettica di Silvio Berlusconi non è altro che il punto di arrivo di un percorso piuttosto coerente. L'ex premier non ha mai veramente creduto alla moneta unica, al di là di varie e quasi estorte dichiarazioni di amore incondizionato.

Dall'uomo di Arcore l'euro è sempre stato visto come una zavorra, un incomprensibile artificio, incompatibile con una economia come la nostra fondata sull'export competitivo.  Sono sistematiche le esternazioni "euroscettiche" di Berlusconi. Pensiamo a quelle sulla impossibilità di avere una sovranità monetaria grazie alla quale porre in essere politiche anticicliche.  Oppure alle recenti dichiarazioni sulla eventualità che Italia o addirittura Germania possano uscire dall'euro qualora il processo di integrazione europea dovesse rimanere incompiuto. Ma c'è anche l'ormai "celebre" riferimento alla zecca nazionale capace di stampare euro, senza dimenticare la più volte ostentata antipatia personale verso la cancelliera tedesca.

Antipatia ampiamente ricambiata, se è vero (come è vero) che Berlusconi è stato rimosso a seguito di facilmente identificabili pressioni internazionali. Il capo dello Stato, preoccupato, si è fatto quasi portatore in Patria di queste istanze agendo in pressing sul governo per poi procedere alla rimozione dell'Usurpatore, a sua volta convinto a farsi da parte grazie agli attacchi speculativi subiti in Borsa dalle sue aziende.

Che il clima internazionale per Berlusconi non fosse più carico di rosee aspettative è apparso in questi ultimi due anni piuttosto evidente: basti pensare alla guerra contro la Libia (scatenata dall'amico Sarkozy) che ha posto fine alla nostra politica di rapporti privilegiati con quel Paese. Sempre in ambito energetico e geopolitico l'atteggiamento filo-russo di Berlusconi dava fastidio sia in Europa che a Washington, dove ancora oggi si parla dell'Italia come di un alleato fedele (con tutto ciò che questo significa).

Insomma: l'euroscetticismo dell'anziano premier, la sua politica estera troppo "autonoma" secondo gli abituali standard italiani, l'immobilismo sul fronte interno e gli scandali ne hanno anticipato la fine.

Nella attuale situazione, considerato lo stato comatoso del Pdl e l'irrilevanza di un segretario politico senza carisma né coraggio (Alfano), Berlusconi tenta di giocarsi le ultime carte. Il suo atteggiamento è quello di chi sembra aver poco da perdere, a metà strada tra gioco e fatalismo.

In questo senso possono essere lette, a mio parere, le recenti dichiarazioni sull'euro che tendono ad assecondare una sempre più diffusa disillusione verso la moneta unica (e la stessa Europa) che mai era stata registrata in Italia negli ultimi 10 anni.

In un recente sondaggio de Il Giornale,  il 70% dei lettori si è espresso a favore di un eventuale ritorno alla lira.

Pare inoltre che Berlusconi abbia letto con molta attenzione una intervista recentemente rilasciata dall'economista Paolo Savona (da sempre molto critico sul processo di unificazione europea) magari in vista della formazione di un "pool" di intellettuali euroscettici capace di fornire "rispettabilità" ad una campagna elettorale giocata tutta all'attacco.

Anche Grillo, dal canto suo, comincia ad avere "problemi" nella gestione del consenso. Il Corriere della Sera da qualche settimana pubblica agili articoli, punzecchiature, che tradiscono una forte ostilità verso il comico genovese. Basti pensare all'ampio spazio dedicato alla intervista "in ginocchio" di Marco Travaglio al leader 5 Stelle oppure alla vicenda della pubblicità a favore di Forza Nuova fatta all'interno dello stesso blog di Grillo.

Appare chiaro che il quotidiano europeista (il più capace di rappresentare un certo establishment) sia preoccupato di una eventuale deriva "populistica" che potrebbe caratterizzare le prossime elezioni, mettendo in difficoltà quello che il famoso eurodeputato Nigel Farage definisce status quo. Il disinteresse del Corsera per la scottante vicenda della trattativa tra Stato e mafia (che lambirebbe pure il Quirinale) ne è un evidente esempio.

Infine veniamo a Monti. Il governo non appare in grande salute, nonostante l'annuncio di 80 miliardi di investimenti per lo sviluppo ed il lavoro (magari ci fossero). Si tratta di cifre assolutamente virtuali: basta pensare ai 130 miliardi promessi più o meno negli stessi giorni dalla Ue per tutti i 27 Paesi.  Che l'Italia, da sola e in queste condizioni di emergenza finanziaria, possa disporre di una cifra vicina a quella prevista dalla intera Ue per lo sviluppo appare davvero incredibile.

In realtà Monti cerca di guadagnare tempo, chiedendo ai partiti l'approvazione di una riforma del mercato del lavoro che il presidente di Confindustria ha recentemente apostrofato in termini piuttosto negativi (per usare un eufemismo).

Considerando tutto ciò appare piuttosto chiaro come il prossimo vertice europeo sia decisivo per le sorti del governo: se Monti non riuscirà a portare a casa qualcosa i partiti non lo copriranno più ed allora molto probabilmente si andrà a votare a ottobre, ovviamente col vecchio Porcellum per l'abrogazione del quale non sono bastati 1,5 milioni di firme (grazie all'incredibile giudizio di inammissibilità sul referendum abrogativo pronunziato dalla Corte Costituzionale).

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