A ciascuno il suo

18 Ottobre Ott 2012 2015 18 ottobre 2012

Un italiano vittima della giustizia Usa? Lo strano caso di Chico Forti

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Sono stato recentemente contattato da due utenti Twitter per scrivere qualcosa sulla vicenda di Enrico (Chico) Forti, un italiano condannato all'ergastolo negli Stati Uniti con l'accusa di omicidio. Non conoscevo questo caso giudiziario anche se avevo letto numerosi tweet caratterizzati dall'hashtag #ChicoFortiFree. Dopo una rapida scorsa verso alcuni siti che riportano la vicenda mi sono subito reso conto che ci sarebbe stato da scrivere ben più di qualcosa; il caso, infatti, è particolarmente complesso, vecchio più di 10 anni e presenta le caratteristiche di un inestricabile groviglio. Ad aggravare le difficoltà contribuisce anche la assoluta mancanza di documentazioni a sostegno.

Di conseguenza, pur essendomi fatto un'idea e propendendo per l'innocenza di Forti, non me la sono sentita di scrivere un post totalmente, smaccatamente, aderente alle tesi dei cosiddetti "innocentisti". Ho quindi scelto di dare spazio a più versioni, illustrare nel modo migliore possibile la vicenda, e trarre qualche mia personale conclusione.

I protagonisti della vicenda.

- Enrico Forti, detto Chico, nasce a Trento nel 1959. Ottiene la maturità scientifica nel 1978 e poi parte per Bologna alla volta dell'Isef, il vecchio istituto superiore di educazione fisica. Enrico è infatti uno sportivo e si dedica con buoni risultati a diverse discipline tra le quali il windsurf, nel quale ha modo di eccellere. All'inizio degli anni 90 si trasferisce negli Stati Uniti dove inizia una variegata attività di video-maker, presentatore televisivo e intermediatore immobiliare. Si sposa con una americana e ha tre figli. Alla fine degli anni 90 conosce il tedesco Thomas Knott e poi l'inglese Anthony Pike. Questi personaggi contribuiranno, a vario titolo, a far finire Forti nei guai.

- Anthony Pike, inglese, è un uomo dalle mille risorse. Di lui si sa che, a partire dagli anni 80, è stato il proprietario di un albergo ad Ibiza ben frequentato dal jet-set internazionale. Negli anni 90 questa attività imprenditoriale sarebbe però andata male, in coincidenza con le difficili condizioni di salute dello stesso Pike (definito in più ambiti, nelle fonti che ho potuto consultare, come malato di AIDS). E' lui il padre di Dale Pike, per l'uccisione del quale è stato condannato Forti.

- Thomas Knott, tedesco, viene da più parti definito "faccendiere". Condannato, durante gli anni 90, in Germania, a 6 anni di reclusione per vari reati tra i quali la truffa. Riparato negli Stati Uniti, grazie all'appoggio di alcuni connazionali, riesce a rifarsi una vita come "maestro di tennis".

- Dale Pike, la vittima. Figlio di Anthony, in difficili rapporti col padre, si trova senza soldi e nei guai in Malesia, stato nel quale decide di vivere dopo le alterne fortune paterne ad Ibiza. Ha bisogno di ritornare rapidamente in Europa; ci riesce grazie all'aiuto di Forti. Dalla Malesia alla Spagna e poi alla volta degli Usa per ricongiurgersi col padre. Una volta sbarcato a Miami, viene ucciso con due colpi di calibro 22 alla nuca.

La storia.

Come già scritto precedentemente Forti si trasferisce all'inizio degli anni 90 negli Stati Uniti, svolgendo un certo numero di attività legate all'intermediazione immobiliare e alla produzione video. In Italia viene conosciuto anche per la produzione di un reportage sull'assassinio di Gianni Versace (Il sorriso della medusa). Forti appare subito piuttosto critico circa le piste e le conclusioni alle quali giunge la polizia locale. Ben presto entra in contatto con Thomas Knott, suo vicino di casa, e con il di lui amico l'inglese Anthony Pike. Forti e Pike si mettono d'accordo per la cessione dell'albergo di quest'ultimo, collocato sull'isola di Ibiza. Il pagamento doveva essere dilazionato in più parti: Forti avrebbe dovuto cedere, in permuta, degli immobili di sua proprietà più un conguaglio in contanti. Nella vicenda interviene il figlio di Pike, Dale, che ha la necessità di tornare rapidamente dalla Malesia, dove risiede ormai da tempo; non avendo i soldi per l'aereo, e non avendoli nemmeno il padre che si trova in difficoltà finanziarie, si rivolge a Forti che accetta di anticipare i soldi del biglietto. Grazie all'intervento dell'italiano l'uomo riesce a lasciare la Malesia e a tornare in Europa. Quando Dale arriva a Miami, in assenza del padre rimasto a New York, Forti va a prenderlo all'aeroporto. I due faticheranno ad individuarsi, non essendosi mai visti prima, tanto è vero che si rintracceranno grazie agli altoparlanti dell'aeroporto. Forti accompagna Dale ad un parcheggio collocato nei pressi di un ristorante, nel quale quest'ultimo avrebbe dovuto incontrarsi con alcuni individui di sua conoscenza; i due si salutano e si lasciano. Ed è proprio nei pressi di questo spiazzo che Dale Pike viene ucciso con due colpi di pistola alla nuca; lo ritrovano nudo, con tutti i documenti e i pochi effetti personali sparpagliati intorno. Nei giorni successivi Forti è in viaggio alla volta di New York, per incontrare finalmente Pike senior. Non sa nulla di ciò che è successo. Viene a conoscenza dell'omicidio proprio a NY; in più non trova Pike che nel frattempo era stato messo "sotto protezione" dalla polizia. Fa quindi marcia indietro e si dirige nuovamente a Miami, dove si reca presso gli inquirenti per essere sentito come persona informata dei fatti. Sceglie quindi di non avvalersi dell'assistenza di un legale. Qui commette un grave errore: nega di aver mai incontrato Dale Pike, l'ucciso. La polizia, dal canto proprio, gli fa credere che anche Pike senior era stato ammazzato (cosa non vera). La bugia di Forti è sufficiente a far cambiare la sua posizione agli occhi degli inquirenti: da persona informata dei fatti a sospettato numero uno del delitto. Ha la possibilità comunque di uscire dal commissariato per ritornarvi nei giorni successi, portando anche alcuni documenti comprovanti le trattative tra lui e Pike per l'acquisto dell'ormai famoso albergo. Forti commette il secondo grave errore, presentandosi di fronte alla polizia ancora una volta senza l'assistenza di un legale. Ed è qui che viene di fatto tratto in arresto ed indotto a ritrattare, dopo un lungo interrogatorio, la bugia detta la prima volta, ovvero quella di non aver mai incontrato Dale Pike.

La vicenda giudiziaria di Forti si concluderà nel maggio 2000, a seguito di un dibattimento durato 24 giorni, con la condanna all'ergastolo “per avere personalmente e/o con altra persona o persone allo stato ancora ignote, agendo come istigatore e in compartecipazione, ciascuno per la propria condotta partecipata, e/o in esecuzione di un comune progetto delittuoso, provocato, dolosamente e preordinatamente, la morte di Dale Pike".

Cosa dicono gli "innocentisti".

Le tesi dei cosiddetti "innocentisti" possono essere reperite in numerosissimi ambiti: giornali, televisioni, siti internet. Uno dei punti di riferimento in tal senso è il sito ChicoForti.com, che però non presenta alcuna fonte documentale a sostegno delle proprie tesi.

Gli "innocentisti" sostengono che Forti sia stato vittima, oltre che di un errore giudiziario, anche di una truffa. Infatti Anthony Pike non sarebbe stato più il proprietario dell'albergo che intendeva vendere a Forti. Quest'ultimo, inoltre, sarebbe stato vittima della polizia che - già sospettando di lui - avrebbe inscenato la falsa morte di Anthony Pike. A seguito di questa bugia Forti avrebbe a sua volta cercato di tutelarsi negando di essere stato in compagnia di Dale Pike poco prima del suo omicidio (menzogna facilmente confutabile grazie alle immagini registrate e alle numerose chiamate effettuate tramite gli altoparlanti aeroportuali).

Il sito ChicoForti.com ipotizza, inoltre, una serie di rapporti che avrebbero riguardato accusa e difesa, al punto tale dal far sospettare una sorta di "collusione" tra il collegio difensivo dell'italiano e la pubblica accusa.

In particolare si evidenzia come il giudice, Victoria Platzer, si fosse in precedenza occupata del caso Versace sul quale, come scritto sopra, Forti produsse un reportage assai critico circa le modalità di indagine seguite della polizia. Nonostante questo la difesa di Forti non ritenne mai di dover ricusare il giudice. La cauzione fissata per Forti - già indagato per truffa ai danni dello stesso Pike - pare essere stata pari a 10 milioni di dollari (poi commutata col blocco di tutte le sue proprietà): un record per quel genere di reato. L'accusa rinuncerà poi a procedere contro Forti per il reato di truffa e circonvenzione di incapace mentre le medesime condotte verranno contestate ed accertate per Knott, che patteggerà la condanna. Nonostante questo non risulta che la cosiddetta regola Williams sia mai stata revocata per Forti (si continuerà cioè a sostenere che l'omicidio di Dale Pike fosse funzionale all'ottenimento dei proventi derivanti dalla truffa e dalla circonvezione, nonostante lo stesso stato della Florida avesse fatto in precedenza cadere questa accusa).

Gli "innocentisti" ventilano, quindi, dei possibili motivi di rivalsa che la polizia di Miami e gli stessi giudici avrebbero avuto contro Forti già dai tempi del suo reportage sul caso Versace.

Cosa dicono i "colpevolisti".

I "colpevolisti", in questa vicenda, non sono tanti ma ci sono. Innanzitutto si mettono in evidenza alcune incongruenze tra le ricostruzioni ed i nomi forniti dai vari siti "innocentisti". Questi ultimi, ad esempio, asseriscono la non titolarità da parte di Anthony Pike dell'albergo che doveva essere acquistato da Forti. In alcune parti del sito ChicoForti.com, infatti, si sostiene che l'inglese non era più da tempo il titolare dell'albergo mentre in altre si sostiene il contrario, versione confermata anche dal circostanziato sito Albaria.com che tra l'altro riporta ampie testimonianze del giudice Lorenzo Matassa, molto interessato al caso Forti. Bisogna comunque precisare che le proprietà di Anthony Pike sono state al centro di una complessa vicenda legata al suo stato di salute: in Australia, quando le sue condizioni erano critiche, Pike venne sottoposto ad un processo di interdizione con la creazione di una nuova società che avrebbe dato di fatto alla moglie e ai figli il controllo del suo patrimonio, albergo compreso. In ogni caso le uniche fonti - sia pure indirette, e tradotte - che ho potuto leggere su questo caso provengono dal sito Albaria.com nel quale si individua in Anthony Pike il solo soggetto legittimato a trattare con Forti per la cessione dell'immobile. Da sottolineare, inoltre, come Pike abbia potuto liberamente svolgere la sua attività imprenditoriale negli anni successivi l'uccisione del figlio.

Inoltre, sostengono sempre i "colpevolisti", non combacerebbero nemmeno i nomi dei difensori e dei giudici del caso Forti: nel sito ChicoForti.com, infatti, si parla del giudice Victoria Platzer e dell'avvocato Ira Loewy mentre secondo uno dei pochi documenti reperibili sulla vicenda - tratto dal database del tribunale - il giudice sarebbe stato Dennis Murphy e l'avvocato Donald Bierman. In realtà, a seguito di un confronto con ciò che riporta il già citato sito Albaria.com, Forti si sarebbe avvalso di un collegio difensivo formato sia da Donald Bierman che da Ira Loewy. Sempre secondo il già citato sito il nome del giudice è ancora quello di Victoria Platzer che pure non coincide con quello indicato nel documento tratto dal database del tribunale.

Infine sarebbe forse il caso di disporre, in ordine sparso, i rilievi esposti dai pochi "colpevolisti". Alcuni di costoro, infatti, ricordano come siano stati ben sei i tentativi di appello rigettati. Si evidenzia, inoltre,la diversità del sistema processuale americano rispetto al nostro ed in generale a quelli dell'Europa continentale. Al contrario del nostro il procedimento americano è caratterizzato da un alto numero di udienze preliminari che azzerano gli intralci procedurali. Di conseguenza i 24 giorni di processo e le 18 udienze che hanno caratterizzato la vicenda Forti sembrano essere del tutto legittimi anche se incredibilmente pochi rispetto ai parametri della nostra giustizia. Il processo penale americano si basa sulla giuria popolare composta da 12 persone ed il giudice è solo un arbitro del "gioco"; i giurati decidono all'unanimità ed in segreto non dovendo motivare le proprie decisioni. Così come non può motivare il giudice il quale, dal canto proprio, può solo prendere atto della volontà della giuria.

Non sarebbe poi vero che i media italiani si siano occupati solo ora del caso Forti, dato che possono essere rintracciati numerosi esempi in cui appare chiaro che fin dal 2000/2001 la stampa nostrana seguiva la vicenda: si pensi a Repubblica  o a Radio Anch'io .

A 12 anni dall'inizio della vicenda Forti nulla si sa se non per il tramite degli amici di Enrico o delle persone che si stanno - a vario titolo - occupando della vicenda. Non si sa nulla delle udienze preliminari, non si può visionare il verbale del processo e nemmeno le carte dei sei tentativi di appello.

Gli "innocentisti" spiegano che Forti sarebbe stato prosciolto in istruttoria dall’accusa di truffa nei confronti di Anthony Pike. Alcuni dicono che vi sia stato un verdetto di assoluzione. I "colpevolisti" sostengono invece che non c’è stata alcuna assoluzione perché la Procura si è limitata a un nolle prosequi, ha cioè semplicemente sospeso le accuse contro Forti perché lo stava perseguendo per un reato più grave. Non ci sarebbe stata dunque alcuna violazione della regola Williams che vale solo per i verdetti.

Il collegio di difesa è stato accusato di collusione con la Procura evidenziando che uno degli avvocati aveva lavorato per essa. In realtà Forti era patrocinato da due legali, tra i quali il quotato Donald Bierman, di cui non si parla mai, mentre ci si concentra solo su Ira Loewy e sui suoi rapporti con la Procura.

L’ordine delle arringhe finali  - sostengono ancora i "colpevolisti" - non dipende dalla testimonianza dell’accusato e l’accusa chiude sempre il processo perché è suo l’onere di provare la colpevolezza dell’imputato. In Florida a quel tempo valeva la regola secondo la quale si consentiva alla difesa di chiudere le arringhe solo nel caso in cui non avesse presentato né prove né testimonianze, ma la sola deposizione dell’imputato.

In America, sostengono ancora i "colpevolisti", l’appello non è un diritto costituzionale e le corti superiori non devono motivare il loro rifiuto nel concederlo.  In appello non ci sono giurati, non si ascoltano testi e ci si limita a verificare il verbale del processo di merito. In appello non si dimostra l’innocenza del condannato, ma che nel processo di merito vi sono stati errori legali così gravi e numerosi che questo deve essere rifatto. Le sei possibilità d’appello concesse a Forti sono un’enormità per un caso non capitale, ma i punti  che sarebbero stati portati all’attenzione delle varie corti (Diritti Miranda, Regola Williams, Double Jeopardy, Convenzione di Vienna, Speedy Trial, Conflitto d’Interessi) sono straordinariamente deboli e non hanno meritato nemmeno un rigo di diniego.

Insomma, per convincere una corte americana a riaprire il caso ci vorrebbe una prova importante che modifichi radicalmente la situazione e che non poteva essere trovata al momento del processo.

Conclusioni.

Come già scritto all'inizio di questo post mi sono fatto l'idea che Forti non abbia ucciso Dale Pike. Sicuramente se prendiamo per buona la regola cardine sulla quale ruota tutto il sistema penale americano ovvero la necessità di andare oltre ogni ragionevole dubbio ai fini della condanna, si può dire siano più gli elementi a favore della innocenza di Forti che quelli che fanno pensare ad una sua colpevolezza. Rimangono però dei dubbi circa la sua condotta. Di sicuro non lo hanno aiutato le molteplici bugie (relative all'incontro con Dale Pike) dette agli inquirenti e addirittura alla stessa moglie americana. Desta inoltre stupore la tendenza di Forti ad avvicinare persone come Thomas Knott e la sua incredibile ingenuità nel prestare continuamente denaro o acquistare - con la sua carta di credito - delle armi a beneficio del tedesco (per inciso sempre calibro .22, lo stesso usato dall'assassino) . D'altro canto il corpo di Dale Pake venne trovato a Sewer Beach, quella che lo stesso Forti definisce come la spiaggia dei serfisti. E Forti era proprio un serfista. Difficile credere che se anche avesse voluto uccidere una persona avrebbe abbandonato il corpo proprio in un posto simile. E soprattutto è difficile credere che Enrico Forti, da molti considerato dotato di grande intelligenza, potesse uccidere Dale Pike dopo averlo preso dall'aeroporto ed averlo dovuto rintracciare attraverso gli altoparlanti. Senza contate che l'incontro tra i due è stato immortalato dalle telecamere dello stesso aeroporto. Ed infine è difficile credere che Forti o chi per lui, dopo aver ucciso, potesse anche solo pensare di sparpagliare tutti i documenti della sua vittima - che aveva appunto poco prima incontrato - e con la quale era stato visto da più persone.

In ogni caso ho l'impressione che a breve sentiremo ancora parlare di questa vicenda considerata la rilevanza del caso, la forte attenzione mediatica e politica. Pare che il ministro Terzi abbia preso a cuore la questione: speriamo per Forti che i risultati non siano analoghi a quelli finora ottenuti nel caso dei due marò tenuti prigionieri (senza processo) in India.



Link:

- L'Hotel Pikes, oggi.

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