A ciascuno il suo

4 Dicembre Dic 2012 1157 04 dicembre 2012

Indietro tutta

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Con la celebrazione delle primarie Pd si è finalmente concluso il tragitto che ha portato all’incoronazione di Pierluigi Bersani alla guida di una mini-coalizione di sinistra-centro aperta a futuri “allargamenti” forse all’area moderata, forse ai vari De Magistris ed Ingroia portatori di quel retrogusto “populistico”, a parole, aborrito dai dirigenti democratici. Anche nella giornata di oggi, stando a sentire alcuni esponenti dell’establishment bersaniano, le idee non sembrano essere particolarmente chiare in proposito; si evocano scenari, ipotesi, di accordo senza precisare verso quale direzione. E le differenze non sono da poco dato che centristi e “contestatori”, rappresentati dai due ex(?) magistrati, sono su posizioni diametralmente opposte su politica economica e valutazione della recente esperienza governativa di Mario Monti.

A primarie concluse si può fare un piccolo bilancio su ciò che è successo: prima di tutto non si può non evidenziare l’istinto “conservatore” che caratterizza il “corpaccione” Pd e la base elettorale di riferimento. Su questo aspetto c’è poco da farsi illusioni e la convergenza è stata ampia ed inequivocabile (anche se per ragioni diverse). Si è, in pratica, allo stesso punto di 15 anni fa, quando Massimo D’Alema, abbacinato dall’esempio blairiano, venne violentemente "stoppato" dall’allora segretario CGIL Cofferati (soprannominato “il cinese”) nel suo tentativo di importare, anche in Italia, i dogmi “new labour”. D’Alema non si è più ripreso e da allora, preda di una irresistibile involuzione, è di fatto tornato alla sua originaria natura di comunista un po’ livoroso. Un livore infetto verso il blairiano Renzi, ovvero verso ciò che lui avrebbe voluto essere 15 anni prima. Un caso, si capisce, quasi da psicanalisi.

Il tempo, insomma, sembra davvero essersi fermato se, per sovrammercato, pure il giovane sindaco di Firenze si considera un blairiano (fuori tempo massimo, come subdolamente fattogli notare da Gad Lerner in un dibattito pubblico).

Il tratto di novità di Renzi, quindi, più che sotto il profilo programmatico, è da cogliere per il tentativo di rinnovare una classe politica democratica, vecchia di 30 anni. A parte questo c'è ben poco di nuovo. La rottura generazionale con il passato è apparsa chiara fin da subito quando il sindaco di Firenze ribattezzò se stesso messianicamente come “il rottamatore”. Hai voglia poi ad edulcorare dicendo “non-voglio-rottamare-le-persone”: per un ceto politico che ha fatto ciò che voleva per tre decadi, il proposito di essere “rottamato” politicamente equivale quasi ad un annientamento fisico. Sotto questo aspetto Renzi ha sbagliato a mollare la presa; non esprimendo, programmaticamente, una grande novità, avrebbe dovuto spingere sull’acceleratore senza farsi ammorbidire, riassorbire, da un ceto digerente (non è un lapsus) che dimostra una capacità quasi democristiana di normalizzare gli estri poco ortodossi.

Renzi rappresenta una piccola novità sotto il profilo anagrafico ed ha raccolto simpatie, in ottima parte nel campo avverso, per il suo tentativo di scardinare un sistema politico del tutto autoreferenziale che, un minuto dopo le primarie, ha davvero compiuto un sospiro di sollievo per il pericolo scampato. Paradigmatica in tal senso la dichiarazione di Massimo D’Alema, capace di riassumere il pensiero di tutti i vecchi dinosauri di destra e sinistra: “sono rilassato. Ora posso tornare a lavorare senza dovermi preoccupare” .

La medesima sensazione sembra, infatti, condivisa da tanti esponenti dell’antico regime, anche a destra; un paio di mesi fa, in un breve scambio di tweet, imputai ad un ex ministro del governo Berlusconi una gran paura di Renzi, a causa dell’effetto domino che si sarebbe determinato in caso di una vittoria alle primarie. Il personaggio in questione mi diede sostanzialmente ragione aggiungendo, con una battuta da tipico democristiano, che “alla Camera dei Deputati, quando D’Alema si alza a parlare, tutti lo ascoltano”. Come dire che Renzi non era nessuno e che l'usato sicuro, alla fine, avrebbe prevalso.

Non c’è dubbio che ci sia un’aria di restaurazione in giro. Ad esser precisi non c’è da restaurare proprio nulla, dato che nulla si è mosso. Il golpe non è riuscito, i congiurati sono stati sconfitti. Non sono cioè riusciti ad impossessarsi del Palazzo. Ma il potere è "buono", paternalistico, pronto a perdonare magari dopo un buffetto; invece di sterminare gli insorti pensa di riassorbirli nel sistema (il che, in un certo senso, è ancora peggio per chi si era inizialmente opposto).

Per quanto riguarda la destra è ormai abbastanza chiaro che si andrà verso una riproposizione del vecchio Berlusconi che, in questo momento, sembra essere impegnato in una frenetica consultazione con i suoi sondaggisti di fiducia (compresa Alessandra Ghisleri, considerata come una sorta di oracolo nelle trasmissioni televisive non tanto per la sua evidente competenza in tema di statistiche quanto perché a conoscenza degli umori del Líder Máximo). Berlusconi, insomma, pensa di ricandidarsi, dato che considera Bersani politicamente più anziano di lui (forse non a torto); pensa però di farlo non alla guida di tutto il PDL ma solo dopo uno “spacchettamento” che riproponga il vecchio schema Forza Italia - Alleanza Nazionale – Lega Nord (forse). Indietro tutta al 1994, insomma, o al massimo al 1996; d'altronde la prima data è tanto amata dallo stesso Berlusconi e da quelli che già allora c’erano (comprensibile, 20 anni di meno farebbero comodo a tutti).

“Indietro tutta” potrebbe essere quindi il nuovo motto di tutto un ceto politico, con buona pace dei rottamatori/formattatori che nel frattempo avevano messo timidamente fuori la testa dal guscio.



NicolaVentura78@gmail.com

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