A ciascuno il suo

9 Gennaio Gen 2013 1909 09 gennaio 2013

La campagna elettorale 2013? Pessima come sempre, triste come non mai

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Per motivi anagrafici ho potuto seguire direttamente tutte le campagne elettorali degli ultimi 20 anni, a partire dalla cosiddetta “discesa in campo” di Silvio Berlusconi. Delle altre ho una contezza mediata, costruita sui libri, qualche articolo di giornale, qualche racconto.

Insomma, me li ricordo bene questi ultimi 20 anni: nel 2008 Berlusconi si presentava come candidato premier per la quinta volta di seguito, dopo il breve interregno del tassatore Prodi tenuto in piedi, per ben 2 anni, dalla benevolenza di qualche acciaccato senatore a vita. Nel 2006 il centrosinistra, guidato ancora dall’ex presidente dell’Iri, impostava la propria campagna elettorale sulla necessità di ridare “tranquillità” all’Italia dopo il quinquiennio di governo del centrodestra; del grottesco faccia a faccia in tv rimasero celebri solo gli ultimi 10 secondi nei quali Berlusconi disse le parole magiche -“abolirò l’Ici” - che gli consentirono di "pareggiare" una partita persa in partenza. Nel 2001 il Cavaliere, relegato per ben 5 anni all'opposizione, covava ovvi propositi di rivincita, agevolato anche dalla travagliata esperienza dei governi di centrosinistra guidati rispettivamente da Prodi, D’Alema e Amato. Nel 1996 Romano Prodi, ancora lui, dopo la parentesi dei “tecnici”, creava l’Ulivo, alleanza tra sinistra e cattolici democratici, vecchio sogno moroteo, unica chance per sbarrare la strada all’anomalia berlusconiana. Nel 1994 Berlusconi si candidava alla guida dei “moderati” per impedire che, dopo Tangentopoli, il Paese potesse finire nelle mani dei “comunisti”, autodefinitisi, secondo una brillante intuizione dell'allora segretario Pds Occhetto, “gloriosa macchina da guerra”.

Detta in termini molto semplici, volgari, le ultime campagne elettorali, sono andate proprio così. Un continuo passaggio del cerino che poi è rimasto fatalmente nelle mani di quell'Uomo Qualunque (copyright Guglielmo Giannini) che magari ha pure fatto il tifo per l'uno o l'altro contendente salvo poi ritrovarsi più povero, più vecchio di 20 anni e per giunta scippato della sana voglia/forza di indignarsi.

La campagna elettorale che ci porterà alle elezioni politiche 2013 minaccia di essere ben poca cosa sotto il profilo “scenografico”.

Ci aspetta, cioè, una competizione pessima, come da tradizione, ma anche molto più grigia del solito: non tanto per lo scenario invernale o per la piccola caratura dei protagonisti (sempre gli stessi da 20 anni) quanto per la consapevolezza, ormai comune a tutti, che non siamo più artefici del nostro destino.

Se ci fate caso non si parla più di quello che può realmente interessare, o anche solo appassionare, quel famoso “Uomo della strada”. Nessuno ha più il coraggio di dire, nemmeno per scherzo, cosa si intenda fare, che so, per "il riscatto del Mezzogiorno". Manca insomma perfino la voglia di dire quelle solite fesserie che si esternano in circostanze normali, comunque utili a mobilitare un elettorato.

Andando poi a considerare il merito delle varie politiche proposte, lo spettacolo offerto è sempre impietoso.

La politica estera, ad esempio, è sistematicamente ignorata nelle campagne elettorali degli ultimi anni e lo è ancor più in questo particolare momento storico. Quasi che basti far parte della Ue per declinare qualsiasi responsabilità, come nazione, nel contesto globale. Anche se poi la realtà è molto diversa, come ci dimostrano i casi della Libia o dei due marò rispetto ai quali sono emersi gravi limiti di gestione politico-diplomatica e atteggiamenti tutt'altro che solidali dei nostri “fratelli-coltelli” europei. Va di moda però parlare di “credibilità internazionale”, anche se non si ricorda quando mai gli italiani siano stati in debito con i propri politici in tal senso.

E i temi etici? E i diritti civili? Nessuno ne parla più. Tutto silenziato, tutto messo prudentemente da parte. Anche i giornali più fieramente “liberal” evitano accuratamente di sfiorare il problema, forse per non mettere in difficoltà l’ultimo uomo della Provvidenza che, con falsa modestia, vagamente democristiana, è assurto negli alti cieli della politica italiana.

E l’immigrazione? Siamo favorevoli (ammesso che qualcuno sappia di che cosa si parli) o contrari al multiculturalismo? Siamo davvero sicuri che la nostra scuola storicamente sempre in grande difficoltà nell'inculcare il senso civico negli italiani riuscirà a fare di meglio con studenti provenienti da realtà spesso non propriamente "democratiche"?

Ed un dibattito serio sull’Europa lo si potrà mai fare in Italia a 20 anni dall'entrata in vigore del trattato di Maastricht che ci vincola al 60% nel rapporto debito/Pil e sul quale si innesta il micidiale Fiscal Compact, votato in un baleno dal Parlamento assieme al pareggio di bilancio in Costituzione? Si riuscirà mai a parlare seriamente dell’euro, della correttezza di una scelta storica che ha determinato profonde conseguenze nell'economia, nella società, italiana? Si riuscirà mai ad andare oltre un europeismo acritico e generico?

Finora niente di tutto questo. Nessuna risposta a nessuna domanda. Solo ipotesi di alleanze, discese e salite in campo, geometrie variabili, rassemblement, centri, centrini, agende, cambi di schieramento, e dosi massicce di propaganda naturalmente inutili per curare la rassegnata mestizia degli italiani.

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