A ciascuno il suo

23 Febbraio Feb 2013 1418 23 febbraio 2013

Buon voto, nonostante tutto

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Che questa campagna elettorale sia stata, di gran lunga, la peggiore degli ultimi vent’anni non sembrano esserci più dubbi. Anche quelli che fantasticavano mirabolanti novità si sono dovuti rassegnare di fronte all’evidenza. D’altronde le condizioni per una ennesima dimostrazione di pochezza ed impotenza c’erano davvero tutte, a partire da uno scenario invernale che a quanto pare non stimola inventiva ed entusiasmo. E poi il Paese è confuso, impaurito, di fatto pesantemente commissariato. La drammatica perdita di sovranità ha fatto dell’Italia una realtà meno che coloniale; nemmeno negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, quelli di De Gasperi e del piano Marshall, ci fu una così sfacciata intromissione nelle campagne elettorali italiane da parte di Paesi stranieri. Anche i giornali greci ci prendono in giro; chi ama discutere di “credibilità internazionale” converrà sulla constatazione che la nostra sia ai minimi storici da settant’anni a questa parte. E non pare che, per risollevarla, sia sufficiente mostrarsi accomodanti verso gli ingombranti compagni di strada, vicini e lontani. Mai visto un Presidente della Repubblica che va negli Stati Uniti a far campagna elettorale per i due candidati buoni (Bersani e soprattutto Monti) contrapposti ai cattivi Berlusconi e Grillo, magari sperando in un convinto endorsement da parte dell’imbarazzato amico americano, così come è senza precedenti, in tutta la storia repubblicana, il fatto che i candidati alla guida del Paese siano andati in Germania a commendarsi quasi fossero dei piccoli vassalli medioevali.

Bersani, in particolar modo, ha compiuto una campagna elettorale deludente, estremamente conservativa, puramente difensiva, nella certezza di aver già vinto. Nessun dato sul progetto di Paese che intenderebbe realizzare qualora diventasse premier. Qual è  il programma del Pd? Difficile capirlo, a parte il «po’ di sviluppo, il po’ di investimenti» ripetuto come un mantra in tutte le uscite pubbliche e l’ipotesi di alleanza, tutt’altro che suggestiva, con il tecnocrate Monti. Il Pd si è caratterizzato una volta di più per la naturale, quanto ingiustificata, spocchia sul fronte interno (pensiamo allo slogan «l’Italia giusta» che giganteggia nei manifesti 6x3 assieme alla faccia di Bersani) malamente bilanciata da un irrefrenabile inferioty complex sul fronte estero.

La campagna elettorale di Berlusconi è stata ovviamente più aggressiva - dovendo recuperare i consensi perduti durante i quattro fallimentari anni di governo, gli scandali di Fiorito & co e il breve interregno di Alfano – ma anche in questo caso manca drammaticamente una visione d’insieme del Paese, di che cosa serva per conservare all’Italia un ruolo ancora importante sullo scenario, se non mondiale, almeno europeo. Manca, insomma, quello che in altri tempi veniva definito pensiero lungo, spesso frutto di elaborazione programmatica da parte di partiti forti e capaci di giungere ad una coerente sintesi delle sollecitazioni provenienti dalla società.

Tutto si poteva dire, infatti, dei partiti tradizionali tranne che non avessero la capacità di disegnare, nel medio-lungo periodo, un progetto di società sul quale poi chiedere il voto, coerentemente ad un piano ideologico-programmatico attorno al quale coagulare il consenso. Chi votava Dc, Pci, o Psi – addirittura Msi o i cosiddetti partiti laici – aveva ben chiaro il modello di società e sviluppo proposto che, in un certo senso, emergeva chiaramente anche dai nomi di quei partiti. Allo stato attuale la proposta politica si traduce in un disordinato collage di promesse più o meno grottesche, di vere e proprie mance elettorali. La perdita delle ideologie è stato un fatto drammatico per i partiti italiani, assieme alla destrutturazione di burocrazie che, anche sotto il profilo della formazione delle classi dirigenti, svolgevano un ruolo decisivo. La parlamentarizzazione delle burocrazie di partito, insomma, non era una cosa oscena, perché la politica bisogna saperla fare. Esattamente come un mestiere, come una professione. La politica è “sangue e merda” - diceva un noto ministro della prima Repubblica – bisogna cioè sporcarsi le mani, contaminarsi, guardare le persone all’altezza degli occhi. Appare ormai sotto gli occhi di tutti come l’ingresso in Parlamento di strati della tanto vantata società civile abbia creato più disastri dei bistrattati politici di professione della prima Repubblica.

In tutto questo contesto l’unica offerta politica che, paradossalmente sembra proporre un progetto chiaro all’elettorato, è proprio quella di Grillo. Paradossalmente perché il Movimento 5 Stelle viene sempre accusato di non avere alcun tipo di proposta e di puntare tutto sullo smantellamento dell’esistente. Di certo Grillo ha gioco facile nell’esporre un critica spietata al malgoverno degli ultimi vent’anni ma chi sostiene che il M5S non abbia proposte si sbaglia al punto tale che i poveri partiti attuali, in cerca di idee e legittimazione, hanno ben presto fatto incetta di tante istanze grilline.

Il problema per i partiti è che Grillo sia stato l’unico a proporre un progetto credibile. E la piazza di ieri, a Roma, lo dimostra. Far fuori la classe dirigente che ha distrutto l’Italia negli ultimi vent’anni, riuscendo incredibilmente a far rimpiangere la vecchia prima Repubblica, è già un programma di governo. Dire «nessuno deve rimanere indietro» in un Paese nel quale in poco tempo si sono suicidate centinaia di persone che avevano perso il lavoro o che non riuscivano a ritrovarlo è già un programma di governo così come affermare la necessità di istituire un reddito di cittadinanza per i disoccupati, analogo a quello presente presso tutti i Paesi europei tranne la Grecia. L’abolizione (vera) di province e rimborsi elettorali, l’accorpamento dei Comuni sotto i 5 mila abitanti, la riduzione del numero dei parlamentari, la non eleggibilità a cariche pubbliche per i cittadini condannati sono proposte tipicamente grilline, a parole fatte proprie dai partiti nel tentativo di smorzare l’impeto del Movimento 5 Stelle, esattamente come alcuni anni orsono si faceva con la Lega Nord ed il federalismo (all’improvviso tutti diventarono federalisti). Se pure il campione degli antipopulisti, ovvero Mario Monti, è arrivato a dire che in fondo condivide alcune proposte grilline, ma che al contrario dei poveri sprovveduti del M5S saprebbe come realizzarle, significa che forse non è del tutto vero che la piazza di ieri abbia rispecchiato una indefinita quanto pericolosa voglia di distruzione dell’esistente.

Insomma, come giustamente scrive Paolo Madron, Lettera43.it non dà indicazioni di voto e non fa endorsement (parola che, lo riconosciamo, ultimamente va molto di moda) ma si limita ad esporre i fatti ed, in qualche caso, a dare spazio a singole valutazioni personali. Per il resto ad ognuno è rivolto l’augurio di votare coscientemente e liberamente, mondandosi, per quanto possibile, dai veri virus che hanno caratterizzato questi ultimi vent’anni di vita politica e civile italiana: la faziosità, la partigianeria, l’incomunicabilità tra persone che la pensano diversamente.


nicola.ventura78@gmail.com

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