A ciascuno il suo

20 Marzo Mar 2013 1213 20 marzo 2013

Dopo l’ascesa la discesa. La banale parabola di Mario Monti

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Con un deludente risultato elettorale ed il fallimento del tentativo di reinserirsi nel difficile gioco delle nomine alle più alte cariche istituzionali sembra essersi compiuta la triste parabola del Primo Ministro che tutto il mondo ci invidia, ovvero Mario Monti.

A dire il vero il declino non sembra essersi ancora manifestato in tutta la sua melanconica portata, dato che le possibilità che l’ex rettore della Bocconi finisca come Fini sono tutt’altro che remote.

Se infatti nel novembre del 2011, con lo spread ben oltre i 500 punti, Monti sembrava poter essere il salvatore della Patria, oggi, a distanza di 15 mesi, la sua figura e la sua stessa creatura politica, denominata Scelta Civica, sembrano essere condannate ad una triste, quanto inevitabile, irrilevanza. Non è bastato uno schieramento mediatico-propagandistico degno delle migliori esperienze totalitarie del passato per convincere i cittadini della bontà della cosiddetta Agenda, al punto tale che in Italia, Paese tradizionalmente europeista, la maggior parte dell’elettorato ha dato fiducia a partiti e movimenti che dell’Europa non fanno certamente la propria stella polare.

La realtà è che Monti ha compiuto moltissimi errori. Nonostante in molti si sforzassero di interpretarne le battute, i silenzi, gli atti, prima al governo e poi in campagna elettorale, come “geniali”, egli ha sbagliato su tutta la linea. Ferme restando le sue responsabilità, recenti per carità, nell’attuale, inarrestabile ed aggravato, declino italiano, Monti ha compiuto una campagna elettorale pessima ed ancor più ha pensato di potersi proporre come novità facendosi affiancare da Fini e Casini che, per la loro storia, rappresentano una vera e propria antropoformizzazione della Casta. Scelta Civica non ha aggiunto voti al cosiddetto centro, ma si è semplicemente limitata a cannibalizzare tutto ciò che stava nei paraggi (proprio Udc e Fli), togliendo una manciata di voti al Pd e poco altro.

Che l’operazione Monti non avrebbe avuto successo era abbastanza chiaro. Non si tratta del classico senno del poi ma semplicemente di una considerazione dettata dal buon senso, in quanto tale fattibile anche ex ante. A quali partiti Monti avrebbe potuto togliere consensi? Non certo al PdL, il cui elettorato, composto da partite Iva e lavoratori autonomi, è stato quello più colpito dalle draconiane misure di austerità varate del governo tecnico. Monti avrebbe potuto raccogliere ben poco pure rivolgendosi allo zoccolo duro dell'elettorato Pd, tradizionalmente fedele, magari mugugnante ma comunque fedele, alla linea del partito. Ed ovviamente con una forza antisistema in crescita come quella di Grillo non si poteva credere che gli scontenti dei due maggiori partiti che hanno sgovernato l’Italia in questi vent’anni avrebbero potuto scegliere i candidati di Scelta Civica che già a livello fisiognomico, antropologico, erano quanto di più distante si potesse proporre in una situazione nella quale la maggior parte delle famiglie stenta ad arrivare a fine mese. Se il disegno del Professore era quello di scardinare Pd-PdL l’obiettivo poteva essere raggiunto solo parlando alla pancia e ai cuori degli elettori, non certo prospettando un altro ventennio di tasse e austerità ovvero una pura e semplice riedizione, per un numero indefinito di lustri, di un governo à la Monti, come fatto con straordinaria pervicacia soprattutto dai due campioni della Casta Fini e Casini.

Insomma sarebbe stato meglio che Monti avesse seguito il consiglio dell’attuale Capo dello Stato, il quale, quasi scongiurandolo di non presentarsi alle elezioni, era arrivato pure ad inventare presunte incompatibilità tra la carica di senatore a vita e l’impegno politico attivo. Perché il progetto di Napolitano, prima con la nomina di Monti a senatore a vita e poi a premier, era proprio quello di individuare il suo successore al Colle, forte di un appoggio mediatico senza precedenti e di sponsor internazionali che andavano dalla Merkel ad Obama. “Prima salvi l’Italia e poi avrai via libera per il Quirinale”, sembra la ratio di tutto il discorso che Napolitano può aver fatto a Monti.

Quali prospettive, dunque, per il bocconiano? Gli orizzonti non sono certamente illimitati. Gli smottamenti all’interno dello schieramento che lo sostiene appaiono già piuttosto evidenti. Fini e Casini sono di fatto spariti (d’altronde Monti aveva quasi giocato a “nasconderli” in campagna elettorale) così come alcuni uomini chiave del progetto centrista, per esempio Riccardi, sembrano essersi silenziosamente defilati, dopo un iniziale periodo di sovraesposizione mediatica. L’unica possibilità per Monti di rientrare in partita pare essere quella di dare finalmente realizzazione all’alleanza con il Pd, appoggiando il tentativo di Bersani o comunque aderendo ad un governo del Presidente che faccia poche indispensabili cose (per esempio la legge elettorale) accompagnando il Paese a nuove elezioni.

Che poi i risultati elettorali possano per Monti essere in futuro incoraggianti è tutto da dimostrare e l’inerzia del progetto politico Scelta Civica lascia pensare che al contrario le percentuali possano tornare ad essere quelle del vecchio Udc.

Ciò rappresenterebbe anche il fallimento, ormai definitivo, dell’illusione di costituire una sorta di grande centro che dialoghi, in una posizione di forza, sia con la destra che con la sinistra. Non c’è dubbio, infatti, che l’unica possibilità in tal senso sia stata rappresentata dall’opzione Monti, appoggiata convintamente sia sul fronte internazionale che interno. Sostegni che sembrano ormai svaniti.

Chi infatti, ai piani alti, ha creduto in Mario Monti lo ha ormai abbandonato ad un destino di inevitabile irrilevanza.
Si tratta di una legge di mercato, a ben vedere.



Twitter: @nazionalpop70

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