A ciascuno il suo

23 Aprile Apr 2013 1323 23 aprile 2013

La battaglia per il Colle: tanti sconfitti e qualche vincitore

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Alla fine avevano ragione quelli che pronosticavano, o meglio si auguravano, una permanenza al Quirinale di Giorgio Napolitano che, nonostante gli 88 anni, è stato scelto dal Parlamento per un ulteriore, lungo, settennato. Non sono ammesse anticipazioni di sorta sulla durata del mandato che, Costituzione alla mano, è inderogabilmente di sette anni. Napolitano ha giurato, ha fatto il suo "discorso programmatico" di fronte alle Camere ed è a tutti gli effetti il nuovo Presidente della Repubblica.

E' vero che la conditio sine qua non a seguito della quale egli ha accettato la rielezione, nonostante gli insistiti tentativi di allontanare l'amaro calice, è stata quella che le forze politiche trovassero elementi in comune per porre in essere una nuova stagione di riforme condivise, secondo anche uno spirito costituzionale che spinge verso la ricerca di soluzioni comuni soprattutto in una prospettiva di modifiche, forse ineludibili, alla Carta stessa. Ma non c'è dubbio sul fatto che Napolitano eserciterà i poteri connessi a questo secondo mandato con la consueta determinazione.

L'ovvia considerazione che può essere fatta all'indomani di questa rielezione è che ormai viviamo all'interno di una forma di governo sostanzialmente presidenziale, pur essendo il Capo dello Stato nominato ancora dal Parlamento riunito in seduta comune. Si tratta di un processo iniziato subito dopo l'uccisione di Aldo Moro, con l'elezione di Pertini, e con il progressivo ed inesorabile indebolimento dei partiti.

Tangentopoli non ha rappresentato cioè lo zenit della crisi dei partiti in Italia ma solo la sua manifestazione più acuta e palese, preludio alla retorica antipartitica ed anticasta che poi ha caratterizzato la politica italiana dai primi anni 90 in poi. Si è cioè pensato che la cosiddetta società civile potesse sostituire il personale politico creato dai partiti politici di massa; si è creduto che dei "volenterosi", in qualche caso illuminati, esponenti delle professioni, della magistratura, delle università, potessero sostituirsi a dei "professionisti della politica" selezionati da partiti capaci di sintetizzare le molteplici e spesso disordinate istanze provenienti dalla società.

In realtà ci sono voluti ancora molti anni, precisamente venti, per comprendere che non si può davvero prescindere da partiti che siano moderni e funzionali, come d'altronde messo in evidenza recentemente dall'attuale (ancora per poco) ministro alla coesione territoriale Fabrizio Barca.

Una riflessione, la sua, decisamente controcorrente nella quale si evidenzia come dovrebbe essere un moderno partito (di sinistra); impossibile prescindere dalla forma partitita, a favore di una cosiddetta democrazia assembleare che poi, di fatto, si coagula attorno alla figura carsmatica di un leader (o più leaders, con una conseguente balcanizzazione dei parlamenti).

La rete, insomma, come luogo di confronto di esperienze e di dati empirici; internet come mezzo per non rendere solo teorica la trasparenza nella gestione dei processi decisionali o nella amministrazione delle risorse pubbliche. Internet utilizzato non certo come surrogazione dei parlamenti e delle democrazie rappresentative ma come mezzo per sussidiare gli stessi.

Il percorso che ha portato alla elezione di Giorgio Napolitano non è stato certamente lineare, ed anzi ha ben poco di logico.

Il segretario Pd Bersani ha tenuto un atteggiamento ammiccante verso le istanze antiberlusconiane ma allo stesso tempo è riuscito a scontentarle. Ha promesso di votare, nel caso di vittoria elettorale, per la ineleggibilità del leader del centrodestra e per il conflitto di interessi, cercando in tal modo di accreditarsi verso il mondo grillino e la parte più oltranzista del proprio elettorato (quella che poi, in simbiosi con gli stessi grillini, gira per le strade di Roma alla caccia di Franceschini e Fassina).

Quello stesso Bersani che un minuto prima era pronto a votare per la ineleggibilità di Berlusconi manifesta poi la volontà di accordarsi con il Grande Nemico per la elezione del Capo dello Stato. Niente di male, Costituzione alla mano, dato che il Presidente della Repubblica dovrebbe garantire l'unità della nazione ed essere pertanto espressione di una platea più ampia possibile, specialmente in un contesto di sostanziale spappolamento delle forze politiche.

Bersani quindi cerca una figura che possa essere condivisa, che possa essere accettata anche dallo schieramento guidato da Silvio Berlusconi e sceglie Franco Marini.

Subito si levano grida indignate, non solo dal contesto pentastellato ma anche da ampi settori del popolo del Pd. Iniziano i caroselli, i presidi di fronte al Parlamento (chissà perché questi vanno bene e non quelli di fronte ai tribunali), le tessere bruciate, le lacrime, le scene di isteria, le cacce ai parlamentari democrat.

Alcuni fedelissimi di Bersani giurano la notte prima di votare Marini poi, l'indomani, in Parlamento, votano scheda bianca, vantandosi di ciò su Twitter e carezzando il pelo della montante indignazione che si alimenta nella dialettica piazza-social network (versione italiana, e sciasciana, di ciò che in termini molto più cruenti è avvenuto appena due anni fa nel mondo arabo).

Marini viene silurato, fatto fuori dai cosiddetti franchi tiratori del suo stesso partito. Appare subito chiaro che Bersani non è più in grado di controllare il Pd: pure la fedele Alessandra Moretti l'ha tradito così come, pare, i parlamentari dell'Emilia Romagna.

Marini è furibondo e capisce bene di essere stato fregato, individuando in Renzi uno dei maggiori responsabili. Il sindaco di Firenze ha il pregio/difetto di parlar chiaro e soprattutto una non dissimulata ambizione che secondo il vecchio sindacalista sarebbe un peccato mortale per un politico, un difetto capace di portarlo a sbattere. Come se Marini, a 80 anni, fosse privo di ambizioni.

Dopo l'ex segretario della Cisl, che comunque era stato convintamente e compattamente votato dal centrodestra, il centrosinistra vira su Prodi, l'incubo di Berlusconi.

A parole parevano essere tutti d'accordo sull'ipotesi di mandare al Quirinale il professore bolognese, fondatore del centrosinistra così come lo conosciamo, l'unico capace di aver battuto l'odiato Cavaliere per ben due volte. Su Prodi si sono espressi in termini elogiativi, ed in tempi non sospetti, il leader di Sel Vendola e lo stesso Renzi. D'altronde Prodi si è presentato, durante la campagna elettorale, su uno dei palchi del Pd, di fronte ad una folla in delirio; una sorta di investitura per la candidatura al Quirinale.

Prodi appare come l'esatto contrario di Marini, non tanto dal punto di vista politico quanto sotto quello della valutazione che di lui si dà presso la controparte berlusconiana. Se Marini piaceva al centrodestra Prodi è considerato un nemico: può essere lui lo Scalfaro-bis. Un Prodi che, tra l'altro, sembrava non troppo indigesto pure ad una parte del M5S, magari in una prospettiva di governo a guida Bersani.

Ma anche Prodi viene bruciato, ottenendo un risultato che non fa sperare alcuna possibilità di elezione al Quirinale; stavolta sono ben 100 i franchi tiratori, un risultato politicamente peggiore rispetto a quello ottenuto dallo spernacchiato Marini.

Il Pd è nel pieno di una crisi di nervi e Bersani non sa più che fare. Grillo urla che l'unica possibilità è che si voti Rodotà, poi possono aprirsi delle praterie. Sui social network tanti di quelli che fino al giorno prima nemmeno sapevano chi fosse Rodotà iniziano a sostenerne con sicura convinzione la candidatura per il Quirinale. Berlusconi è in attesa, gongolante: sa che da questa caotica situazione non può che guadagnarci. Male che vada il prossimo Presidente sarà Cancellieri, Napolitano, Amato o addirittura D'Alema. Si sussurra perfino di un ritorno in campo di Marini. L'ipotesi Prodi è ormai scongiurata.

Ed è solo due giorni fa che delegazioni di tutti i partiti, Lega compresa, si recano supplici da Napolitano per impetrargli di rimanere al suo posto: è l'Italia che lo chiede. Il Presidente si prende un paio di ore per decidere, forse fa e riceve qualche telefonata, ed alla fine, per senso di responsabilità, concede la propria disponibilità ad essere confermato al suo posto in teoria togliendo le castagne dal fuoco agli inconcludenti partiti ma in realtà formalizzandone la totale impotenza.

Chi esce vincitore da questa incredibile storia? Senza dubbio Silvio Berlusconi che ha ottenuto almento tre obiettivi di grande importanza.

Prima di tutto lo spappolamento del Pd, ormai sull'orlo della scissione. I democrat sembravano davvero destinati ad una reboante vittoria, solo pochi mesi fa ai tempi delle primarie, ma sono arrivati logori al momento del voto grazie ad una campagna elettorale dissennata e ad infantili errori tattici come quello della tanto spesso paventata alleanza con Monti.

In secondo luogo Berlusconi ha ottenuto l'elezione al Quirinale di un Napolitano che ha imparato ad apprezzare durante questi sette anni. C'è da dire che i due già si conoscevano dagli anni 80, tempi in cui il Cavaliere era ancora un imprenditore e Napolitano il capo della corrente di destra dell'allora Pci.

In terzo luogo Berlusconi rientra totalmente in gioco tornando ad essere il vero dominus della politica italiana, escludendo naturalmente la figura del Capo dello Stato che esce ulteriormente rafforzata da tutta questa vicenda. Berlusconi, che pareva destinato all'oblio e alla vergogna, inseguito dai giudici, diventa come per incanto una pedina fondamentale per la tenuta del nostro sistema politico, e forse delle nostre stesse istituzioni repubblicane; egli è l'azionista di maggioranza di un futuro governo di larghe intese, soprattutto se si considerano i numerosi malpancisti nel campo democratico e vendoliano.

Ma si potrebbe addirittura azzardare un ulteriore motivo di conferma della soddisfazione palesata da Berlusconi: la possibilità che sia proprio lui il successore di Napolitano qualora l'anziano Presidente dovesse mollare la poltrona tra qualche anno ed il centrodestra dovesse vincere le elezioni. Uno scenario ipotizzato recentemente da Marco Travaglio e non del tutto improbabile.

Un altro che ha in apparenza perso è Beppe Grillo: i recenti risultati in Friuli non sono molto lusinghieri, ma potrebbe trattarsi solo del naturale  processo di stabilizzazione di una forza politica nata e cresciuta troppo in fretta. Beppe Grillo ha tutto da guadagnare da un governo di larghe intese, magari meno feroce di quello Monti, ma comunque impossibilitato a durare una intera legislatura come sostengono alcuni esponenti del centrodestra.

E allora alle prossime elezioni potremmo incredibilmente trovarci di fronte ad uno scenario nel quale il partito di Berlusconi rappresenterà l'unico argine alla deriva "rivoluzionaria" di Grillo con una sinistra dilaniata dalle sue divisioni storiche. A meno che non ci pensi Renzi a mettere ordine...

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