A ciascuno il suo

17 Maggio Mag 2013 1529 17 maggio 2013

Il caso Kabobo come simbolo dello spappolamento del Paese

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Dopo i fatti milanesi dell'11 maggio, tre persone massacrate a picconate da un immigrato ghanese, tal Mata Kabobo, sono naturalmente infuriate le polemiche e le strumentalizzazioni politiche. Al di là del meschino, prevedibile, teatrino, che trae la sua logica da miserabili questioni di "bottega" elettorale, sembrano davvero poche le analisi capaci di cogliere la "ratio" (ammesso e non concesso che ce ne sia una) di quanto successo al Niguarda.

Ci si è soffermati sulle origini del killer, sul suo status di richiedente asilo politico, sulla sua permanenza nella terribile Libia di Gheddafi, sulle "malefiche voci" che avrebbe iniziato a sentire già prima di raggiungere Lampedusa, sul consumo di droga che, forse, ne ha alimentato la furia omicida. Si è anche evidenziato l'iniziale mutismo di fronte agli inquirenti, il suo «ho fame-ho sonno», la riservatezza dell'avvocato d'ufficio data la delicatezza del caso, e poi ancora la improvvisa loquacità di Kabobo, la sua assoluta tranquillità, meglio dire imperturbabilità, quasi ancora non fosse in lui emersa alcuna consapevolezza circa le azioni compiute.

Si è per fortuna fatta anche un po' di luce sui suoi precedenti in Italia e si è scoperta la partecipazione agli scontri che in Puglia, nel 2011, avevano visto contrapposti centinaia di migranti centroafricani, fuggiti dai cosiddetti CARA (Centri Accoglienza Richiedenti Asilo), a Polizia e Carabinieri. Abbiamo scoperto come, a seguito di questi fatti, Kabodo sia finito in galera salvo poi, ma qui le versioni non sono perfettamente coincidenti, essere scarcerato per decorrenza dei termini della custodia cautelare. In carcere avrebbe comunque fatto in tempo a mostrare ulteriori segni di aggressività, distruggendo un televisore e prendendosi una denuncia per danneggiamento. Dopo questi  fatti di Kabobo si perdono le tracce e si hanno di nuovo notizie solo a febbraio quando i Carabinieri lo fermano a Milano per un controllo, accertandone lo status di clandestino richiedente asilo; vengono comunque prese le impronte digitali, indispensabili ai fini della rapida identificazione avvenuta poche ore dopo la mattanza dell'11 maggio.

Al di là delle strumentalizzazioni politiche e dei  "giustificazionismi" , in base ai quali si imputano gesti come quelli di Kabobo o Preiti al grado di prostrazione nel quale la nostra società, la politica, lo Stato o chissà cos'altro, costringe a vivere determinate categorie di "svantaggiati", appare chiaro come il caso del picconatore sia solo un esempio lampante, quasi simbolico, di tutto ciò che in Italia non funziona. Perché proprio nulla, a partire dalle istituzioni fino ai bravi cittadini milanesi, ha funzionato in questa triste vicenda.

Partiamo dalle istituzioni che, come troppo spesso in questi casi accade, hanno agito con elefantiaca lentezza e burocratica indolenza.

Kabobo era del tutto libero di muoversi sul territorio nazionale, nonostante fosse clandestino e soprattutto avesse già avuto modo di compiere numerosi reati (tra cui violenza, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento). Egli aveva comunque potuto fare una domanda per ottenere l’asilo politico, inizialmente respinta ma oggetto di quel “riesame” garantito dalla legge a chi si sia visto rigettare la prima richiesta. Insomma un iter, una sorta di secondo grado, che ha momentaneamente scongiurato l'emissione di un provvedimento di espulsione. Naturalmente si può sospettare che anche in caso di negazione definitiva dell'asilo politico nessuno si sarebbe preoccupato di rendere effettivo il decreto di espulsione.

Ma una responsabilità molto grave ce l'hanno anche quei cittadini che la mattina dell' 11 maggio hanno avuto la sventura di incociare Kabobo sul loro cammino e nulla hanno fatto per fermarlo. Non c'era bisogno di improvvisarsi "eroi" ma semplicemente di comportarsi, appunto, da bravi, coscienziosi, cittadini milanesi. Ed invece, stavolta, i milanesi hanno fatto come i siciliani dei romanzi di Leonardo Sciascia. Anzi, peggio. Non hanno infatti rinunciato a digitare sui loro inseparabili cellulari il 113 perché "impauriti" o per un lato scetticismo verso le forze dell'ordine. Meno che mai per omertà. I milanesi che hanno incontrato Kabobo non hanno chiamato la Polizia semplicemente perché se ne sono fregati. Una volta incrociato "il matto" col piccone ed averla sfangata, una volta rifugiatisi dietro il rassicurante portone di casa, nessuno ha minimamente pensato che  «quell'uomo con la faccia da matto»  potesse fare del male ad altri.

In questa vicenda escono tutti sconfitti: chi doveva proteggere e non l'ha fatto, chi ha incrociato il "picconatore" e ha pensato solo a salvarsi rendendo possibile una mattanza durata un'ora e mezza, chi ha visto la scena dalle finestre e non ha mosso un dito.

Al di là di ogni ragionevole dubbio possiamo fin da subito dire che se queste sono le premesse per il futuro, se questo è il senso comune diffuso, è davvero difficile immaginare governi capaci di salvarci da un meritato baratro, indipendentemente dalle più o meno fantasiose ricette per la "crescita".



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