A ciascuno il suo

1 Agosto Ago 2013 1248 01 agosto 2013

Anno 2013. Vaticano batte Italia

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In questo ormai bene avviato 2013 sorgono certamente spontanee ed amare alcune riflessioni che riguardano un ideale confronto tra Vaticano ed Italia soprattutto dopo l'incredibile successo ottenuto da Papa Francesco in Brasile, culmine di un ancor giovane - ma finora trionfale - pontificato. Una riflessione che, appunto, coinvolge l'Italia e lo stato attuale del nostro Paese avviluppato in una crisi, non solo economica, che pare essere senza fine.

A febbraio, dunque pochi mesi fa, si dimetteva clamorosamente papa Benedetto XVI: la portata dell'evento non è stata certamente "gonfiata" dalle particolari estrosità comunicative alle quali siamo spesso abituati (dopotutto Ratzinger scelse di dare l'annuncio delle proprie dimissioni in un concistoro ordinario usando una lingua, il latino, ormai quasi misconosciuta che, in quella particolare occasione, venne compresa solo da Giovanna Chirri, vaticanista dell'ANSA) ma dovuta esclusivamente alla sostanza, all'eccezionalità dell'evento, dato che non si ricordava un Papa dimissionario dai tempi di Gregorio XII (il tanto citato Celestino V, collocato, per lo stesso motivo, nel Vestibolo dell'Inferno da Dante, fu il caso forse più conosciuto ma non l'unico).

Quando Ratzinger si dimise fioccarono le interpretazioni pessimistiche, catastrofistiche, tipiche di questi tempi tristi. Tra le molteplici previsioni circa il nuovo Papa spiccavano due cardinali statunitensi e qualche altro principe della Chiesa di origine orientale, ma nessuno, o quasi, aveva pensato a Bergoglio. Qualcuno, invece, azzeccò il nome del nuovo Pontefice: in effetti Francesco, Patrono d'Italia, non era mai stato scelto da nessuno. Insomma: si aspettava un Papa della "discontinuità" ma nessuno aveva pensato a questo cardinale argentino ben conosciuto in patria per il basso profilo e per il rifiuto, quasi pauperistico, di qualsiasi privilegio connesso alla carica ricoperta.

Il pontificato di Bergoglio è stato, fino a questo momento, un vero e proprio successo, dopo quello controverso di Ratzinger: si tratta di un Papa che istintivamente piace a tante persone che prima avevano un atteggiamento scettico, se non apertamente critico, verso la Chiesa cattolica ed il Vaticano. E' questo un fenomeno sperimentato già ai tempi di Giovanni Paolo II o Giovanni XXIII, pontefici verso i quali la critica laica ha esercitato un eccesso di benevolenza speculare ad un altrettanto forte pregiudizio verso altri come lo stesso Benedetto XVI. Sarà per la sua "umiltà", sarà per quello che dice con il suo simpatico accento sudamericano, ma Papa Francesco riesce a farsi ascoltare, prima ancora che capire, ben oltre il suo duro, distaccato, predecessore.

La ripulsa verso qualsiasi tipo di privilegio connesso alla carica, la vicinanza alla "gente", al popolo che, di fronte a poteri invisibili capaci di decidere su tutto ciò che realmente conta, cerca una guida, un punto di riferimento tangibile, nonché la capacità di stabilire una empatìa con i fedeli e in molti casi anche con gli scettici, rappresentano i maggiori successi di Bergoglio (e del Vaticano); il tutto, ovviamente, "condito" dai buoni propositi di metter mano allo IOR, la discussa banca vaticana, e rapportarsi, con una nuova sensibilità, verso i temi eticamente sensibili e le "nuove" forme di convivenza.

Lo stesso Presidente della Repubblica aveva espresso, sconsolato, qualche mese fa, una sorta di invidia verso ciò che in Vaticano erano riusciti a fare in un lasso di tempo tutto sommato molto breve; il confronto con le vicende italiane è particolarmente impietoso per la nostra Repubblica che, dalle ultime elezioni di febbraio, ma forse pure da prima, appare cristallizzata su una generale condizione di impotenza ed immobilismo. La sensazione che l'Italia sia irriformabile è, insomma, ben più che una percezione: il "sentiment" più diffuso è quello che di fatto sentenzia l'inutilità della politica, anzi, la sua intrinseca nocività. I cittadini italiani non chiedono più (da tempo) ai politici di cambiare le cose ma semplicemente sperano che non si creino ulteriori, inutili, ostacoli ad un Paese, che nonostante tutto, cerca di risalire la china o almeno sopravvivere.

Il Vaticano in pochi mesi ha dovuto fare i conti con le dimissioni di Benedetto XVI (un evento potenzialmente capace di pregiudicare il papato così come l'abbiamo conosciuto finora), gestire mediaticamente la vicenda, aprire il Conclave, eleggere un nuovo Papa (non uno qualsiasi, abbiamo visto) e risolvere il problema, non trascurabile, di due pontefici viventi nella stessa città.

La nostra Repubblica si trova, invece, in uno stato di coma artificiale: strutturalmente (e soprattutto burocraticamente) ancora esiste, e serve a eseguire gli input "da remoto" che provengono da ben note istituzioni soprannazionali, dando una parvenza di democraticità ad un processo decisionale che viene deciso al di là delle Alpi. Si tratta di una crisi senza precedenti confermata da un esito elettoralmente disastroso; la morte degli attuali partiti è reale così come la loro percepita inutilità andata in onda, in maniera clamorosa, in occasione dell'elezione del Presidente della Repubblica.

Il confronto tra lo Stato della Chiesa, plurisecolare e per questo superficialmente giudicato come "vecchio", fuori dai tempi, e la "moderna" democrazia parlamentare, ormai incapace di decidere qualsiasi cosa, si è rivelato davvero impietoso. Siamo proprio certi che il parlamentarismo spinto sia l'unica forma di governo possibile per l'Italia? E siamo sicuri di avere davvero la "Costituzione più bella del mondo"?

L'impressione è che molti, tra i comuni mortali, in questo momento, vorrebbero avere, come Re, Papa Francesco. Compreso chi scrive.



Nicolaventura78@gmail.com

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