A ciascuno il suo

19 Ottobre Ott 2013 2027 19 ottobre 2013

Sulla (quasi) totale inutilità di Twitter

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Si fa presto a dire Twitter. A me pare sia tutto un chiacchierare senza costrutto. Nel momento in cui scrivo, sul noto social network, stanno ad accapigliarsi per la manifestazione di Roma, ovviamente "dal cesso di casa" (come dico scherzosamente io, nel senso che non parteciperebbero realmente a una manifestazione nemmeno sotto minaccia). Però si indignano: come quando commentano gli imbrogli dei politici minuziosamente documentati da Report o programmi che fanno il 2 per cento di share.

Ho paura che Twitter sia solo un grande imbroglio, davvero una mistificazione della realtà, uno specchio deformante. Si tratta però di un utile sfogatoio virtuale, che fa molto comodo a chi dovrebbe temere il giudizio della cosiddetta opinione pubblica. Non a caso i giornaloni nazionali cavalcano spesso, strumentalizzandole, le "campagne" di Twitter senza mai esserne bersaglio. E quando queste campagne non sono strumentalizzabili, le ignorano.

Tutto questo ha un che di onanistico: grandi autoflagellazioni collettive (in coerenza con quello che è il vero sport nazionale), riti di massa coi quali si dà libero sfogo alle proprie perversioni verbali contro il capro espiatorio di turno o il colpevole vero, fino alla fatale consunzione del fatto del giorno in attesa del prossimo "scandalo". Un esempio sono le già citate dirette Twitter a trasmissioni come Report, nelle quali vi è il solito pullulare di querule cicale che si lamentano su quanto siano disonesti gli italiani (gli italiani sono sempre gli altri). La cosa strana, inquietante, di Twitter è che ti puoi allontanare, non usarlo, per mesi salvo poi trovare tutto esattamente come l'hai lasciato. Una improduttiva circolarità che davvero mangia il tempo delle persone.

Sul mitico Twitter troviamo poche ma chiare categorie di soggetti: i cosiddetti rivoluzionari da tastiera (molto più "coccolati" dai media rispetto agli omologhi di Facebook, che solitamente salgono alla "ribalta" solo per qualche epiteto razzista o foto-tarocco capace di urtare sensibilità "istituzionali"), gli intellettuali farlocchi, gli snob (che sovente si confondono con la categoria precedente e che con solenne gravità sogliono compatire chi ancora si azzarda a usare Facebook) e quelli che hanno migliaia di followers senza alcun merito apparente. Io stesso ho qualche migliaio di followers e non so bene perché.

Quando ho chiesto quante storie d'amore fossero nate grazie a tutto questo "cinguettare", qualcuno ha storto il naso e ha risposto che «Twitter non è fatto per cuccare» (poveri loro, che triste modo di banalizzare). Quando poi ho domandato quante rivoluzioni fossero scoppiate in Italia grazie al loro social network - che cosa, insomma, fosse cambiato in questi anni - nessuno ha saputo rispondere (ma molti si sono limitati a condividere). Comprensibile: mica potevano ammettere che il loro "social" è solo una versione riveduta e corretta delle vecchie chiacchiere da bar, che almeno permettevano di socializzare e incazzarsi davvero. Perché su Twitter non è impossibile litigare: è semplicemente ridicolo.

Insomma, usiamo Twitter per l'unica cosa per cui serve davvero: guadagnare. Non attribuiamogli funzioni "più nobili" che non possono essergli proprie. Almeno da noi Twitter non ha cambiato proprio niente, se non la possibilità di vendere prodotti, iniziative, idee. Sotto altri fronti esso ha agito - nel migliore dei casi - da valvola di sfogo, da luogo virtuale nel quale esprimere la propria personale frustrazione o delusione politica.

D'altronde se Twitter incassa puntualmente l'attenzione elogiativa del Corriere della Sera, non si può coerentemente credere che esso sia realmente un covo di rivoluzionari.



Nicolaventura78@gmail.com

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