A ciascuno il suo

17 Gennaio Gen 2014 0900 17 gennaio 2014

A Cagliari non si guarda l’orologio

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«Chi arriva in ritardo viene punito dalla vita» soleva dire Mikhail Gorbaciov, ultimo leader del Cremlino comunista. In Sardegna, sullo scorrere del tempo, sembra esserci una opinione diversa dato che nessuno pare far caso all’orologio. Una delle cose che potrebbe più colpire l’osservatore attento, anche presso la “capitale” sarda Cagliari, è appunto il senso diffuso di assoluta noncuranza per il tempo che passa. Pure il traffico pare adeguarsi, caratterizzandosi per ritmi che un tempo si sarebbero definiti “messicani”.

La presenza di una massiccia mendicanza di importazione è poi un’altra caratteristica della città che certamente non può sfuggire a chi venga da fuori, magari grazie alle grandi navi delle quali il commissario straordinario dell’autorità portuale Piergiorgio Massidda va tanto fiero. Che cosa trovano in città questi turisti? Non di certo una strepitosa accoglienza da parte degli stessi esercenti locali, tradizionalmente diffidenti verso il turismo di crociera: «Hanno tutto a bordo» -dicono in coro- «comprano al massimo qualche souvenir; la maggior parte entra, dà uno sguardo, e se ne va. Non si capisce dove sia il vantaggio di queste crociere per noi commercianti cagliaritani».

La stessa storia di Massidda è abbastanza paradigmatica di come vadano le cose in Italia, e in Sardegna in particolare: politico di lungo corso, di area centrodestra, viene nominato presidente dell’autorità portuale cagliaritana con competenza anche sul porto industriale che dovrebbe far concorrenza a quello di Gioia Tauro, in Calabria. Massidda entra subito in rotta di collisione con un altro pretendente alla prestigiosa (e remunerativa) carica cittadina: l’ex preside della facoltà di giurisprudenza di Cagliari, Massimo Deiana, ordinario di diritto della navigazione. A spuntarla è però Massidda con Deiana pronto nell’impugnare la nomina presso la giustizia amministrativa, che alla fine di un lungo iter dà un chiaro responso: Massidda, con una laurea in medicina, non ha i titoli richiesti dalla legge per fare il presidente di una autorità portuale. Il politico PdL, nel frattempo, non si dà per vinto e prende il suo incarico molto sul serio (come unanimemente gli viene riconosciuto): dopo anni inizia finalmente a funzionare sia il porto di Cagliari sia quello industriale e in Sardegna arriva perfino Luna Rossa, per la preparazione delle celebri gare che terranno incollati alla tv milioni di italiani. Il ministro Lupi decide quindi di aggirare la sentenza e confermare Massidda al suo posto nominandolo commissario straordinario (atto che costerà al ministro un avviso di garanzia per abuso d’ufficio).

Ma qual è la situazione di Cagliari a circa un mese dalla tornata elettorale per il rinnovo del consiglio regionale?

In un recente editoriale dello storico Paolo Fadda, apparso sull’Unione Sarda, si evidenzia lo stato di declino della capitale della Sardegna priva non soltanto di una classe dirigente degna di questo nome ma anche di una tensione morale che la porti effettivamente a capitaneggiare un non più eludibile riscatto della Sardegna. Insomma: o l’Isola alza la testa o stavolta muore davvero, sembra dire Fadda, e di fronte a questo bivio Cagliari non può disertare magari delegando il proprio ruolo guida alle zone interne. Egli non dà la colpa al “giovane” sindaco Zedda, che però non pare essersi distinto nel rilancio della città rispetto alle amministrazioni precedenti, ma a un generale sentiment che si può ben esprimere con la frase che abbiamo scelto per titolare questo pezzo: «La gente ha perso di vista l’orologio». Nessuno va di fretta o sembra avere qualcosa da fare, a Cagliari. Nessuno o quasi ha un giornale tra le mani (meno che mai un libro), tranne qualche vecchio che ancora si ostina a comprare L’Unione (tra l’altro, in drammatica crisi di vendite assieme all’altro storico quotidiano La Nuova Sardegna). La maggior parte delle persone che s’incrociano, anche giovani, avanzano a capo chino, tra mille pensieri (o forse nessuno). Gli esercenti sono generalmente ostili. Un poco più gentili i venditori bengalesi di fazzoletti o chincaglieria, ai margini delle strade o ai semafori accuratamente presidiati. La polizia municipale deve aver ricevuto l’ordine di non disturbare i venditori extracomunitari che continuano tranquillamente a offrire merce contraffatta, ovviamente in nero, di fronte agli esercizi commerciali regolari.

Ma il fenomeno più curioso è appunto quello della mendicanza extracomunitaria: ai classici vu cumprà, che evidentemente vendono sempre meno, si è aggiunto un numero imprecisato di postulanti che a ogni angolo, presso tutte le vie più importanti della città, all’uscita delle poste e delle edicole, ti aspetta per chiederti «una moneta». I nuovi questuanti sono molto più numerosi dei rom, ormai in netta minoranza nelle strade cagliaritane. E poi ci sono i parcheggiatori abusivi, che in realtà non parcheggiano un bel niente ma aiutano l’automobilista cagliaritano a “posteggiare”, indicandogli il pertugio nel quale infilare la macchina: questi soggetti chiedono appunto un “contributo” per l’ausilio gentilmente offerto e soprattutto per “controllare” l’auto. La maggior parte dei cagliaritani capisce l’antifona e decide di sborsare qualcosa, ma può anche capitare il contrario; non sono stati pochi i casi in cui il diniego della monetina ha provocato reazioni poco simpatiche da parte del “parcheggiatore” abusivo di turno.

Si tratta, insomma, di un andazzo che gli abituali frequentatori degli ipermercati hanno già denunciato, inducendo i responsabili dei grandi centri commerciali della città a far controllare meglio i parcheggi. Grandi città mercato che, tra l’altro, rappresentano il cruccio maggiore per i commercianti cagliaritani già in difficoltà. Basta farsi un giro: i primi a essere spazzati via dalla crisi, e dalla particolare “attenzione” del governo, sono stati i negozietti di sigarette elettroniche, spuntati un po’ come funghi, che inizialmente avevano fatto la felicità di numerosi giovani disoccupati della città. Il giro d’affari andava bene e molti fumatori cominciavano a riscontrare qualche utilità nell’utilizzo dello strano oggetto. Ovviamente la campagna terroristica posta in essere dal ministero della sanità, appoggiata da larghi settori della stampa, ha dato i propri frutti, assieme agli “adeguamenti” fiscali che hanno portato a una sorta di criminalizzazione della sigaretta elettronica e alla conseguente chiusura di molti punti vendita. Per esempio ce n’era uno particolarmente bello in via Dante, una delle strade (fino a qualche anno fa) più esclusive della città: inutile dire che fine abbia fatto, così come buona parte dei negozi di quella che una volta veniva considerata «La Via dello shopping».

Sono insomma i quartieri poveri a cannibalizzare i ricchi e non il contrario.

La pedonalizzazione di alcune zone, la scelta del comune di “inventarsi” le piste ciclabili, non ha fatto altro che sterilizzare alcune importanti arterie cittadine del commercio: viale Bonaria, dove un tempo potevi fermare l’auto per fare compere (anche in seconda fila), oggi è praticamente una strada di scorrimento per i bus: i marciapiedi ospitano un piccolo mercato a cielo aperto di chincaglieria africana, con cercatori di monete sempre in agguato tra cui qualche rom. In pratica hanno chiuso le attività regolari e a queste si sono sostituite quelle in nero.

Però per un paio di cose sembra che l’attenzione di alcuni cagliaritani si sia ridestata.

Da qualche tempo, in città, si è diffuso un strano bacherozzo, di colore rosso scuro, probabilmente portato dall’oriente con le navi transitanti presso il porto canale, che sta facendo letteralmente strage delle palme cittadine. La città, su tale fronte, è notoriamente divisa in due: chi ama le palme e chi le detesta. C’è insomma chi tifa per il bacherozzo e chi invece ritiene le palme patrimonio di Cagliari al punto tale da impiegare le preziose risorse comunali per combattere l’insetto. Pare comunque che, nonostante tutti gli sforzi, quest’ultimo vada vincendo.

Un’altra vicenda che sembra infiammare i cuori di una parte, militante, di cittadinanza cagliaritana è la questione del circo. Nella via san Paolo, in periferia, presso la strada che porta all’ipermercato Auchan, c’è un grande spiazzo nel quale transitano i circhi che vengono a far visita alla città durante l’anno. Niente di speciale: un luogo neutro, come tanti altri, nelle vicinanze di un cavalcavia; avrebbe potuto esserci un campo rom, un ritrovo per prostitute e clienti, invece c’è sempre un circo. Da un po' di tempo, crocchi di cagliaritani, accompagnati dal congruo numero di telecamere e taccuini, pongono in essere sit-in permanenti per protestare contro la presenza del circo; insomma, si tratta di animalisti che si preoccupano per la salute delle tigri e degli orsi e che soprattutto contestano i metodi di addestramento inflitti alle povere bestie. Ecco le facce di questi cagliaritani, tra cui molte donne, che con tipica cadenza locale evidenziano il perché un circo del genere, che naturalmente come tutti i circhi del mondo «fa anche tristezza», non avrebbe ragione di esistere in una città come Cagliari.

Una lotta per la civiltà, insomma, in una Cagliari trasandata, sempre più sciatta, incupita, nella quale l’anfiteatro è dominio dei gatti e dell’incuria e la prospiciente zona universitaria si trasforma ogni sabato sera in immondezzaio. Una città dove lo stadio è stato, per così dire, “riaperto” (5 mila posti in tutto e uno spettacolo imbarazzante che va in onda praticamente in tutto il mondo durante le partite casalinghe del Cagliari) e nella quale l’unica “fabbrica” a pieno regime è il tribunale, considerando che l’intera classe politica regionale è sotto inchiesta per peculato.

Ma questa è un’altra storia.

NicolaVentura78@gmail.com

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