A ciascuno il suo

19 Maggio Mag 2014 1239 19 maggio 2014

Il pericoloso gioco di tirare per la giacca le forze dell’ordine

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Gli ultimi comizi di Beppe Grillo, in vista delle elezioni europee del 25 maggio, hanno destato un certo scalpore, oltre che per le abituali tirate del comico genovese, anche per il richiamo a una ipotetica vicinanza delle forze dell’ordine al Movimento Cinque Stelle. «Alla Digos sono già con noi, alla Dia sono già con noi, i carabinieri sono con noi», ha urlato Grillo dal palco, «facciamo un appello: non date più la scorta a questa gente». Una bordata, tra l’altro non nuova, che da alcuni autorevoli commentatori è stata definita eversiva (anche qui in maniera specularmente non certo originale). Che presso le stanze della politica si nutra una certa apprensione per il grado di “convinzione” degli uomini in divisa non è un segreto: il sospetto è che, anche attraverso il compimento di atti “anomali” da parte di chi è deputato a tenere l’ordine pubblico, possa determinarsi una sorta di scollamento tra la cosiddetta Casta e gli uomini in divisa.

I palesi e recenti casi di questi ultimi mesi - dagli applausi di un importante sindacato di polizia ai condannati per l’omicidio Aldovrandi, alle fortissime critiche contro il prefetto Pansa, fino alle “passeggiate” sopra i manifestanti (censurate dallo stesso Pansa con modalità che non hanno certo prodotto entusiastici riscontri presso la polizia) e al caso mai chiarito dei caschi abbassati dalla polizia durante le manifestazioni - non possono non preoccupare l’establishment politico. Che tra l’altro, appena può, non perde occasione di dimostrare una arroganza che, anche nei rapporti con i tutori dell’ordine, si potrebbe definire “strutturale”: si pensi al precedente 'storico' della senatrice Finocchiaro, con gli uomini della scorta usati come facchini, o all’ex ministro Scajola che spediva i poliziotti ad acquistare le calze per la moglie del latitante Matacena. Una polizia in certi casi umiliata, frustrata da trattamenti economici inadeguati, conscia di un contesto sociale sempre più ostile verso la politica e dalla visibilissima sperequazione tra quello che è lo stato attuale della larga parte dei cittadini e la cosiddetta Casta.

In un simile contesto non aiuta la grave spaccatura che sta caratterizzando la procura di Milano, nella quale è ormai palese (anche perché approdata al Csm) la contrapposizione che vede protagonisti da un lato il procuratore capo Bruti Liberati e l’aggiunto Bocassini e dall’altro il procuratore Robledo, con quest’ultimo portatore di istanze abbastanza condivise tra i colleghi. Una lite all’interno della procura più importante d’Italia che rischia di riverberarsi anche all’interno della squadra mobile di Milano e addirittura nei mai facili rapporti tra polizia e carabinieri del capoluogo meneghino, con la prima “preferita” dal duo Bruti-Bocassini e i secondi privilegiati dalla particolare stima di Robledo. Senza contare il malessere che serpeggia all’interno della squadra mobile di Milano, un tempo destinazione ambita e oggi luogo dal quale farsi trasferire il più velocemente possibile: una insoddisfazione addebitabile in larga misura a dirigenti incompetenti quanto arroganti, fatti bersaglio di critiche espresse in volantini diffusi e poi fatti sparire nel giro di poche ore.

Insomma, qual è lo stato di salute delle forze dell’ordine? C'è da preoccuparsi? Cosa succede se istituzioni così importanti diventano improvvisamente oggetto di campagne elettorali e liti tra magistrati? Rischiamo davvero di risvegliarci coi militari per strada? In realtà questa possibilità sembra potersi escludere, non tanto per il fatto di essere parte di un contesto “europeo” quanto per la consapevolezza democratica che, tutto sommato, le forze di polizia hanno sviluppato durante un lungo, non ancora concluso, percorso iniziato negli anni 70. Ciò a cui si può maliziosamente pensare è anche quello che più fa paura ai politici: la possibilità che gli organi di polizia si limitino a porre in essere una condotta formalmente corretta ma di fatto priva di quella “umana” partecipazione che differenzia il bravo poliziotto - fedele servitore dello Stato, come ha insegnato per anni la retorica nazionale – da un semplice burocrate dell’ordine pubblico.

Nicolaventura78@gmail.com

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