A ciascuno il suo

3 Settembre Set 2014 1148 03 settembre 2014

Riscoprire la follia di Mattei per uscire dalla crisi

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C’è chi gioisce per la nomina di un nostro rappresentante all’alto commissariato per la politica estera e di sicurezza presso l’Ue e chi polemizza per le copertine di alcune riviste internazionali, mai indicative di una particolare stima verso per il premier italiano di turno. Fazioni che si fronteggiano, spesso sui social network: piccole minoranze politicizzate e informatizzate che per mestiere o diletto possono permettersi di valutare ammiccamenti, spostamenti, polemiche, gaffes, dati economici più o meno rilevanti. Gioire per uno zerovirgola in più o in meno, a seconda che si sia paragovernativi o “gufi”. Il tutto in un contesto nel quale è ben più che epidermica l’impressione che la politica non conti più nulla e non sia capace di cambiare la contabilità della vita delle persone.

In un Paese come l’Italia privo di memoria storica, o al massimo caratterizzato da memoria selettiva, può quindi apparire cosa da marziani voler cogliere alcuni elementi di riflessione dalla figura di Enrico Mattei, a maggior ragione in mancanza di “centennali”, conferenze e relativi buffet.

Mattei faceva proprie tutte le caratteristiche tipiche dell’italiano di un tempo, tra cui la spregiudicatezza sovente funzionale alla realizzazione di obiettivi “più grandi”, capaci di produrre ricadute positive per la collettività. Una spregiudicatezza che è poi quella che ha sempre caratterizzato la parte sana dell’imprenditoria italiana, soprattutto quella dei “padri”.

L’obiettivo era rendere l’Italia un grande Paese industriale: un anelito di libertà e riscatto (dall’arretratezza, dalla povertà, dalle distruzioni portate dalla guerra) che oggi viene spesso richiamato (soprattutto dalle parti del Quirinale) ma percepito (dai più) come “al di fuori dei tempi”. L’ attuale caustico, sterile, scetticismo non è altro che l’effetto di una antipolitica già rintracciabile durante la lunga agonia della prima repubblica: una visione semplificatrice della storia e della società italiana che ha avuto largo credito anche all’estero. Si è cioè insegnata, attraverso una copiosa pubblicistica, la sostanziale riducibilità della storia d’Italia con quella di Cosa Nostra, di Mani Pulite; si è diffusa una linea di lettura che rintraccia nella storia del Paese un unico, o comunque più importante, “filo rosso”: quello della “trasversalità” (ovviamente nel senso deteriore del termine).

Enrico Mattei era certamente un “trasversale” ed è probabilmente questa la ragione per cui alla sua figura non è riconosciuta molta considerazione presso una pubblicistica in gran parte condizionata da una ideologia manichea, legalistico-manettara. Alcuni ricordano dottamente le centinaia di violazioni di delibere comunali compiute dal primo presidente dell’ENI durante la costruzione dei metanodotti: si lavorava nottetempo, con sindaci e abitanti che al sorgere del sole trovavano le condutture necessarie a far sì che il metano a basso costo trovato nella pianura Padana potesse favorire una ripresa industriale con tassi di crescita simili a quelli oggi vantati da Paesi come la Cina e l’India.

Ma ciò che maggiormente stupisce di Mattei è la grande capacità di essere visionario in un Paese di poveri realisti (ma non realisti poveri) come l’Italia. Una capacità, quella di andare oltre gli steccati, che si è manifestata soprattutto sul piano della politica estera. In Italia non c’è mai stato un dibattito pubblico circa la collocazione internazionale del Paese, tranne forse durante i primi anni della repubblica; neppure nell’ultimo ventennio, con la fine delle ideologie, la caduta del Muro di Berlino e un panorama internazionale completamente mutato.

Mattei è stato di fatto uno dei più importanti ministri degli esteri che l’Italia abbia avuto. Un pragmatico sognatore che faceva gli interessi dell’ENI (e in tal modo quelli dell’Italia) con una spudoratezza che risultava (e che risulterebbe ancora oggi) inaccettabile. Mattei intendeva trasformare l’Italia, da Paese filoamericano (e in prospettiva filotedesco), in una realtà capace di veleggiare, secondo rotte autonome, nel difficile mare dei mercati internazionali, collocando il Paese nello schieramento degli Stati allora definiti “non allineati”; una posizione di “terzietà” che avrebbe permesso il dialogo con l’Est e con i Paesi arabi, secondo il rivoluzionario principio sulla partizione dei proventi derivanti dall’attività petrolifera: 75% ai proprietari delle riserve di idrocarburi, il resto alle società petrolifere.

La lezione che si potrebbe trarre da tutto questo riguarda proprio il campo della nostra politica estera: quello di una collocazione internazionale dell’Italia incredibilmente sempre eguale a sé stessa nonostante la caduta del muro di Berlino e il cambiamento del mondo. Una collocazione che, tra le altre cose, ci vede spesso andare contro i nostri stessi interessi sulla base di una “appartenenza” a un pool di Paesi che in teoria dovrebbero essere “alleati e amici” ma che di fatto si ostinano a mantengono nei confronti del (fu) Bel Paese un atteggiamento latamente neocoloniale se non apertamente ostile.

@NicolaVentura78