A ciascuno il suo

11 Settembre Set 2014 1233 11 settembre 2014

Nomine Ue. L’Europa mediterranea ne esce con le ossa rotte

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La maggior parte dei media italiani ha salutato con entusiasmo il risultato: la caparbietà del premier Renzi avrebbe avuto la meglio sulle diffidenze dei Paesi dell’Est verso una figura considerata troppo vicina a Putin e alla Russia (la terribile accusa di filo putinismo, che spesso ritorna per stroncare carriere non soltanto politiche). A latere rimangono le considerazioni sulla incredibile ascesa di una giovane dirigente Pd come Federica Mogherini; non certo renziana della prima ora, ancora in occasione delle primarie del 2012 imputava all’ex sindaco di Firenze una conoscenza della politica estera pari a quella di un bambino della terza elementare. Nel giro di un anno veniva però catapultata dallo stesso Renzi a capo della Farnesina e poco dopo all’ambita poltrona europea, infruttuosamente occupata per cinque lunghi anni dalla baronessa Catherine Margaret Ashton.

Certo, in un momento di vacche magre e avare soddisfazioni sul piano della credibilità internazionale la nomina di un nostro rappresentante a capo della diplomazia europea può sembrare effettivamente un successo, ma forse sarebbe opportuno spingersi oltre le più facili apparenze.

E’ legittimo domandarsi se il nome di Federica Mogherini sia stato scelto più per esigenze di tipo politico che per motivi coincidenti con un interesse nazionale. Il sospetto è che la candidatura di Enrico Letta, alla ben più importante presidenza del Consiglio europeo in sostituzione del belga Van Rompuy (di fatto una sorta di presidenza dell’Ue), fosse un’ipotesi tutt’altro che peregrina: soluzione teoricamente ottimale per l’Italia, capace di riportare “verso Sud” - verso l’Europa mediterranea tanto colpita dalla crisi e prima vittima delle tensioni che si perpetuano nell’Africa del Nord - l’asse dell’Unione europea.

Certo, con Letta a capo della Ue, Renzi si sarebbe ritrovato una sorta di “superiore gerarchico” che, durante le visite a Roma o dalla scranna di Bruxelles, avrebbe volentieri distribuito voti, indicazioni o, peggio, giudizi circa riforme economiche e scelte politiche: si pensi all’opportunità di ricorrere a “scorciatoie” come quelle delle elezioni anticipate, sulla base di precedenti censure espresse da Van Rompuy.

Insomma, è possibile ritenere che i rappresentanti degli altri Paesi europei abbiano assistito con sconcerto alla evidente determinazione di Renzi nel voler bruciare Letta.

Di più: pare che nel “pacchetto” offerto all’Italia vi fosse anche la poltrona di commissario all’Agricoltura; tra i papabili per una carica capace di gestire una buona percentuale del budget dell’Ue vi sarebbe stato Paolo De Castro, ex ministro delle Politiche Agricole in svariati governi di centrosinistra.

D’altronde, sotto il profilo dei rapporti con alcuni Paesi (come la Russia), si potrebbe pregiudizialmente sospettare che la scelta di Mogherini possa essere controproducente. Uno spiacevole paradosso, come quello di trasformare una carica europea tendenzialmente inutile in un boomerang per la già disastrata economia italiana: è quasi scontato ritenere che Federica Mogherini dovrà necessariamente fare di tutto per confutare l’accusa di filo putinismo, tra l’altro in un momento di forti tensioni con Mosca, a tutto svantaggio di un Paese come l’Italia che vanta intensi scambi commerciali con la Russia.

Chi sono dunque i veri vincitori della partita sulle nomine europee? Evidentemente i polacchi e sullo sfondo Angela Merkel che, come evidenziato da qualche suo onnipresente, ufficioso, “portavoce” presso la stampa estera, “manda avanti gli altri, purché funzionali alla Germania”. Angela Merkel ha insomma collocato tutte le proprie pedine nei posti giusti, facendo eleggere il sempiterno politico lussemburghese Junker alla presidenza della Commissione europea (grazie anche al voto degli “oppositori” Hollande e Renzi) e mettendo a capo del Consiglio europeo il polacco Tusk, a garanzia di una realtà, quella dell’Est, in piena crescita sotto l’ombrello tedesco-americano.

Se poi si dovesse considerare nel complesso la composizione della Commissione europea presieduta proprio da Junker, il partito della flessibilità parrebbe esserne uscito davvero con le ossa rotte: a “tutela” del francese Moscovici, favorevole a un allentamento dei vincoli di bilancio, è stato posto l’ex premier finlandese Jyrki Katainen (un “rigorista” responsabile per il lavoro, la crescita e la competitività che avrà potere di controllo e veto sulle spese e le politiche attuate dagli altri commissari), l’olandese Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione, fautore di un mantenimento di poteri e competenze nazionali, la danese Margrethe Vestager alla Concorrenza e, guarda un po’, il conservatore britannico Jonathan Hill ai Servizi Finanziari. Ancora la Polonia con Elzbieta Bienkowska, che avrà il portafoglio all’Industria e al Mercato unico, l’estone Andrus Ansip, all’importantissima Agenda digitale, e il tedesco Gunter Oettinger, commissario all’Economia digitale.

La svedese Cecilia Malmstrom, nonostante la disastrosa gestione del dossier migranti, avrà l’incarico di Commissario europeo per il Commercio, l’ungherese Tibor Navracsics si occuperà di Scuola, Cultura e Giovani. La belga Marianne Thyssen avrà la titolarità del settore Lavoro, Affari Sociali e Mobilità. L’irlandese Phil Hogan è stato invece scelto per l’importante poltrona di commissario all’Agricoltura.

Quale lezione si può trarre dal complesso delle nomine europee? Certamente la conferma di una sostanziale irrilevanza dell’Europa mediterranea, a tutto vantaggio del Nord e di un Est in crescita. O meglio: una Europa divisa in due. Quella della Germania e dei suoi “alleati” e quella degli “altri” (più o meno “reprobi”, perché divisi tra coloro che hanno accettato la medicina dell’austerità e coloro che si ostinano tuttora a rifiutarla).

Giudicate voi se questa può essere la corretta definizione della parola «successo».

@Nicolaventura78