A ciascuno il suo

16 Ottobre Ott 2014 1303 16 ottobre 2014

Disastro Genova: di concreto solo i giovani

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La ben nota tendenza al ricorso facile, alla burocratizzazione di qualsiasi atto, la sclerotizzazione di un sistema che rende impossibile realizzare in tempi ragionevoli le opere pubbliche, appare una questione centrale per vicende come quelle di Genova. Lavori indispensabili per la salvaguardia delle normali, si potrebbe dire, “attività civili” sono stati bloccati dai ricorsi alla giustizia amministrativa (secondo un meccanismo denunciato anche dal premier Renzi) ma è altrettanto vero che queste impugnazioni, spesso pretestuose, sono il portato di una precisa ideologia, quella del non fare, in perfetto accordo con la “nuova” dottrina del declinismo a tutti i costi: una visione “minima” dell’Italia per la quale sarebbe possibile vivere solo di turismo e di slow food.

Nel caso di Genova è stata evidente anche la paura di incorrere in “grane” giudiziarie, come accaduto per la messa in sicurezza del rio Fereggiano: la costruzione interrotta e mai più ripresa di uno scolmatore, a causa dell’arresto dei politici e degli imprenditori che avevano voluto l’opera, in seguito completamente scagionati dopo una vicenda giudiziaria lunga 10 anni, rappresenta l’esempio paradigmatico di tante altre storie riscontrabili un po’ ovunque in Italia.

Sia ben chiaro: sulla opacità delle gare d’appalto sono stati spesi fiumi di inchiostro, soprattutto negli ultimi vent’anni, e il problema è di sé probabilmente insolubile. Di certo non si può pensare di risolverlo “alla radice”, bloccando qualsiasi ipotesi di nuova opera pubblica secondo una ideologia oggi di gran moda grazie a operazioni mediatico-editoriali di successo poi metabolizzate dalla cosiddetta opinione pubblica.

Ma che cosa rimane della ennesima tragedia di Genova? Di sicuro l’immagine di istituzioni indecise tra lo sterile presenzialismo (si pensi al sindaco Doria, col suo notarile contegno) e un assenteismo di fatto (del “potere” centrale, ufficialmente per evitare passerelle che in altri momenti sono state piatto forte di una strategia mediatica di successo).

Tante sono state le voci che hanno denunciato la mancanza di colori e divise che potessero ricordare ai cittadini di Genova la presenza dello Stato. I genovesi, insomma, hanno dovuto fare da sé. In qualche contesto ci sono stati spiacevoli episodi che hanno coinvolto i cosiddetti angeli del fango e alcune pattuglie delle forze dell’ordine, in un rimpallo di battute sferzanti e richieste di documenti che rendevano evidenti reciproche irrisolte diffidenze.

Al netto delle promesse dei politici e del trattamento che le istituzioni riserveranno ai cittadini messi sul lastrico dalla alluvione, sperando che si approfondiscano questioni cruciali come il fallimento delle strutture deputate al controllo del rischio idrogeologico (lautamente finanziate con trattamenti economici anche individuali, difficilmente giustificabili di fronte a una simile tragedia) rimane soltanto lo straordinario esempio della popolazione genovese e soprattutto dei giovani, subito ribattezzati, con uno spunto retorico non particolarmente originale, angeli del fango: esattamente come quei ragazzi che durante la alluvione di Firenze nel 1966 contribuirono al salvataggio di un patrimonio documentale di inestimabile valore grazie a un attivismo retrospettivamente considerabile come una sorta di anticipo “sociale” di ciò che sarà il ’68.

Di bello e soprattutto di concreto, nella vicenda genovese, restano davvero soltanto i giovani, spesso sadicamente beffeggiati come bamboccioni, sfigati o sdraiati da politici, imprenditori, professori più o meno prestati alla politica. Tutti, o quasi, si sono avventurati in riflessioni sociologiche su questi giovani di oggi, i più colpiti da una crisi interminabile e con forse qualche ragione per starsene a guardare. Invece no: pur bistrattati dalle generazioni più mature hanno dato prova di una solidarietà che ancora oggi rappresenta, in assenza di istituzioni credibili, l’assicurazione sulla vita per un Paese che sempre più stentatamente continua a far proprie le ragioni dello stare insieme, tra rivendicazioni regionalistiche e pulsioni verso il mare magnum di una globalizzazione che, com’è noto, ha posto in discussione la stessa esistenza degli Stati nazionali.

Nicolaventura78@gmail.com

Twitter: @Nicolaventura78