A ciascuno il suo

7 Novembre Nov 2014 1212 07 novembre 2014

Gol,solitudine e coerenza. I 70 di Gigi Riva

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Il 7 novembre 1944 nasceva a Leggiuno il più grande attaccante italiano dell'epoca moderna, Luigi Riva, detto Gigi, bandiera del Cagliari e miglior marcatore della nazionale italiana (35 centri in 42 presenze). Due gambe rotte, sull'altare dell'Italia, tre titoli di capocannoniere con il quarto mancato di un soffio nel 1971-72 a vantaggio di un altro mancino terribile del calcio italiano: l'amico-nemico Roberto Boninsegna. Soprattutto una sorta di “santino” per la Sardegna; una leggenda tramandata di padre in figlio, visto che nell'Isola le vittorie sono merce rarissima.

Basterebbero queste poche righe per riassumere la vita (calcistica) di Riva, ma alla fine sarebbero riduttive perché mai come in questo caso il calciatore non può prescindere dall'uomo. E la storia di Riva è quella di una assoluta fedeltà verso i propri principi: un inedito nel mondo del calcio così come nello scenario della vita pubblica italiana.

Quando poco dopo l'incredibile dimostrazione di potenza data in un Inter-Cagliari dell'ottobre 1970 Gianni Brera lo ribattezzò “Rombo di Tuono” si ebbe subito l'impressione che quella definizione avrebbe accompagnato molto a lungo Riva, sia per l'autorevolezza dell'autore che per la correttezza della definizione stessa: un mancino dotato di strabordante forza fisica, coraggio, imperioso colpo di testa. Soprattutto un trascinatore, un uomo squadra, uno di quelli che da soli fanno vincere le partite. A livello di peso specifico il paragone, negli ultimi 40 anni, può essere fatto solo con Maradona: provate a immaginare un Cagliari senza Riva (quando questo è successo gli isolani si ritrovarono in piena lotta per non retrocedere), pensate a un Napoli senza Maradona. Uomini e calciatori diversissimi uniti solo dal piede sinistro.

Riva appartiene a una generazione, quella degli anni 40, che ha “rifatto” l'Italia sotto il profilo sportivo: a lui, in particolare, è toccato il compito di dare un contributo anche sotto il profilo “pedagogico”. E' in quegli anni attorno alla guerra che sono nati i nuovi campioni del calcio italiano, dopo Superga e la conclusione del ciclo di Vittorio Pozzo; è negli anni 40 che è nata quella generazione di fenomeni (Riva, Boninsegna, Burgnich, Rivera, Sandro Mazzola, Facchetti, Domenghini, Zoff) che ha consentito al calcio italiano di bypassare i tre lustri abbondanti che vanno dalla fine della guerra all'inizio degli anni 60. Una lunga traversata nel deserto, dalle infruttuose spedizioni per i mondiali degli anni 50 (quando, con il trauma ancora fresco della tragedia del grande Torino, si decise di raggiungere il Brasile in nave: un viaggio interminabile, con conseguenze disastrose sotto il profilo sportivo) fino ai primi tentativi di rimonta dei mondiali cileni e inglesi. Il problema era uno: riabituarsi a vincere. Fu questo lo scoglio maggiore. Proprio in occasione del mondiale inglese del '66 un giovane Riva si affacciava alle soglie della nazionale, timidamente, ma spaccando tutto negli allenamenti. Quasi una gita premio per un ragazzo promettente; un incoraggiamento, con l'onere di non rompere le scatole e non fare troppa concorrenza ai titolari designati. Grande fu il rimpianto dell'allora c.t. Edmondo Fabbri quando, all'indomani della umiliante sconfitta con la Corea del Nord, disse al futuro bomber: «Se ti avessi fatto giocare ora saremmo ancora in corsa per il mondiale».

Ma la storia di Riva, in nazionale, sarà lunga, gloriosa e con i contorni del dramma. Già nel 1967 si frattura il perone sinistro, in un incontro amichevole contro il Portogallo: in panchina H.Herrera, il “mago”, chiacchierato per i suoi metodi di allenamento ma oggettivamente un vincente: uno di quelli che volevano imporsi sui giocatori a ogni costo (secondo una linea di tendenza che poi verrà seguita da molti allenatori italiani dopo di lui), al punto tale da assegnare al superstizioso Riva l'odiato numero 9, lui che aveva sempre giocato con l'11. Insomma, uscita scomposta del portiere portoghese e gamba rotta. Nessun dubbio però per Riva, nessuna remora circa il modo di intendere il calcio per un attaccante: «Questo è il calcio, il gol è troppo importante per un uomo di punta. E' quella cosa che ti fa stare bene durante la settimana. Non cambio il mio modo di giocare, se ci sarà da spaccarmi l'altra gamba me la spaccherò» . E la cosa succederà puntualmente, appena tre anni dopo, durante un match con l'Austria. Qualificazioni per gli Europei del 1972, con tutti i mitici “messicani” reduci dal secondo posto contro il Brasile di Pelè ancora in campo: un fallo da dietro del terzino austriaco Hof, unico modo per fermare un Riva in grandissima forma che stava partendo come un fulmine verso la porta avversaria; un attimo, crollo a terra, urlo dell'attaccante azzurro con Domenghini, collega e amico del Cagliari, a mettersi le mani nei capelli. E' successo di nuovo: Riva rotto, con il Cagliari in lotta nella Coppa Campioni e di nuovo in lizza per il campionato che perde rapidamente l'una e l'altro.

Un nuovo stadio, fatto per il grande Cagliari, il Sant'Elia, una sorta di arena per gladiatori sul modello dello stadio Olimpico di Roma: Riva ci gioca le poche partite di Coppa Campioni e i campionati dal 1970-71 fino al terzo infortunio - questa volta definitivo - del 1976: uno strappo agli adduttori che rappresenterà la conclusione della carriera per il bomber. Senza drammi, senza lacrime, senza partite d'addio, senza sceneggiate com'è nello stile dell'uomo: intervistato negli spogliatoi da un gruppo di attoniti cronisti Rai, dirà seraficamente: «Vedrò cosa si può fare per recuperare ancora una volta: se sarà possibile voglio provare di nuovo a dire la mia».

Il ricordo più bello? Certamente il 4-3 dell'Azteca, con quel diagonale a superare Meier dopo aver dribblato di netto un avversario ostico come Vogts (che quattro anni più tardi annullerà Cruijff nella finale mondiale di Monaco di Baviera). Non un gran mondiale, quello messicano, per Riva che aveva dato moltissimo per lo scudetto del Cagliari, risultando come sempre decisivo con un bottino personale di 21 reti. Il (non) gioco della squadra di Valcareggi, fatto di lanci lunghi dalla difesa, e l'utilizzo col contagocce di un assistman come Rivera lo penalizzarono oltremodo rispetto ad altri giocatori, come il “gemello” e rivale Boninsegna, dotati di meno forza esplosiva e più corsa lunga.

Dopo l'impegno come sportivo quello dirigenziale in un Cagliari piccolo piccolo, nel quale non entravano più i soldi dei petrolieri: una squadra “casereccia” ma orgogliosa, con alcuni giovani giocatori locali (Gigi Piras, terzo marcatore in assoluto nella storia del Cagliari, e Pietro Paolo Virdis, l'attaccante più talentuoso del calcio sardo, emulo a metà di Riva con i suoi numerosi rifiuti rifilati alla Juventus prima della clamorosa capitolazione). E poi la lunga parentesi come accompagnatore della nazionale e custode dei segreti dello spogliatoio azzurro: sempre discreto, sempre capace di stemperare le tensioni e caricarsi sulle spalle la responsabilità di qualche risposta piccata verso critici troppo severi.

Ogni tanto lo si vede in giro, per Cagliari: ancora un certo stile, un evidente carisma. Capita che qualche padre dica al figlioletto: «Sai chi è quel signore? Adesso te lo spiego...». E il signore, che osserva il mondo da dietro i suoi inseparabili Ray ban, accenna un sorriso.

Twitter: @NicolaVentura78

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