A ciascuno il suo

21 Gennaio Gen 2015 1853 21 gennaio 2015

Né sprovvedute né ingenue

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Greta Ramelli e Vanessa Marzullo. Nel riquadro bianco le due cooperanti italiane col burqa.

Greta e Vanessa non sono due sciocche. Non le conosciamo e non abbiamo mai avuto modo di parlarci, ma ci sentiamo di escludere a priori una simile eventualità. Greta e Vanessa sono due giovani donne, con una coscienza politica precisa e un obiettivo chiaro: aiutare, nel complicato scenario siriano, una delle due parti in “gioco”, ovvero la fazione anti-Assad. Si è parlato in senso dispregiativo di “suffragette”, di ragazzine che non sapevano quello che facevano, ma il fatto che i Servizi ne monitorassero da tempo le mosse, sia pure inizialmente per via “indiretta”, autorizza a pensare, assieme alle risultanze di questo “attenzionamento”, che non ci troviamo di fronte a delle sprovvedute.

Infatti sprovvedute non erano: hanno col tempo stabilito e coltivato amichevoli contatti con alcuni esponenti della variegata galassia degli anti-Assad, mostrando di aver metabolizzato una coscienza politica precisa. Definire Greta e Vanessa “sprovvedute” non è soltanto offensivo, o vagamente “sessista”, come è stato detto e scritto, ma consente una sottovalutazione delle loro responsabilità, in tutta la vicenda che le ha viste protagoniste, simile a quella conseguenza del volerle ritenere due ingenue cooperanti. Non è un caso, come spesso avviene in casi simili, che si siano fronteggiati due schieramenti del tutto speculari: quello di chi definiva le due ragazze come animate da un ingenuo afflato terzomondista e quello di chi ha privilegiato la trita retorica delle “cooperanti” da prendere ad esempio. Entrambi questi atteggiamenti non contribuiscono a centrare il problema.

In realtà, Greta e Vanessa hanno fatto una precisa scelta di campo: quella dei guerriglieri anti-Assad. Quindi hanno compiuto una scelta tra uno Stato sovrano, non certo democratico secondo gli standard occidentali ma comunque moderatamente laico secondo i consueti parametri degli Stati a maggioranza islamica (occorre ricordare come Assad e consorte siano stati ricevuti da due diversi inquilini del Quirinale, ottenendo interviste sui più importanti giornali italiani quali rappresentanti dell’Islam “moderato”) e un coacervo di formazioni paramilitari finanziate da Paesi arabi, occidentali e da quelle “Spectre” islamico-terroristiche che diciamo di voler combattere. Sembra paradossale ma Greta e Vanessa facevano il tifo per quello stesso schieramento, compromesso con Al Qaida, fino a poco tempo fa (?) velatamente appoggiato anche da Stati occidentali, ovviamente in funzione anti-Assad. Quando ci si è accorti che forse il dittatore alawita era il male minore, anche grazie alla “mediazione” di Vaticano e Cremlino, si è mollata un po’ la presa, evitando che si facessero danni maggiori ma riproducendo per la Siria una situazione analoga alla Libia del dopo Gheddafi.

Naturalmente quando si parla di sequestri di persona appare ancora oggi difficile spiegare la diversità dell’atteggiamento dello Stato a seconda che il sequestro avvenga all’interno dei propri confini o all’estero: si tratta di una diversità che niente ha a che vedere con la “pericolosità” dei banditi che compiono queste azioni criminali, ovvero di chi opera appunto il sequestro di persona in sé. Detto in soldoni: non si può certamente sostenere che gli estremisti islamici esercitino una minore “misericordia” nel trattare i prigionieri rispetto ai “nostri” sequestratori, sardi o calabresi che siano, e che per questo si sia pronti a pagare il riscatto ai primi e non ai secondi. *

Il trattamento sopportato da Vanessa e Greta è stato probabilmente migliore di quello riservato a tante altre sequestrate dalla Anonima sarda o dalla mafia calabrese, che nascondeva le sue vittime nell’Aspromonte. Per non parlare del trattamento riservato ai sequestrati di sesso maschile, spesso stipati in vere e proprie tane dentro il terreno, per mesi, e in tanti casi mai ritornati vivi (anche a seguito del pagamento del riscatto). Una bestialità che non si fermava nemmeno di fronte ai bambini, come ben dimostra il caso di Farouk Kassam. Lo Stato italiano, quindi, non deroga rispetto a ciò che stabilisce, di norma, rispetto ai propri confini nazionali, sulla base di valutazioni relative alla maggiore “spietatezza” degli estremisti islamici ma compie una semplice scelta di campo: decide per una gestione politica e “umanitaria” del sequestro completamente diversa da ciò che solitamente fa per analoghi reati compiuti sul territorio nazionale. Tra l’altro, nel primo caso, compiendo anche una sorta di riconoscimento politico verso la fazione di guerriglieri-banditi che chiede il riscatto (obiettivo sempre gradito a chiunque impugni le armi per motivi politici o politico-religiosi).

Le variegate proposte, come quella di far “pagare” a vita il riscatto ai parenti delle vittime, sono ovviamente folcloristiche; non bisogna però ritenere che non si possa fare qualcosa di concreto per “prevenire” o limitare altri casi di “cooperanti” o veri e propri improvvisati che vanno a cacciarsi nei guai nel momento in cui decidono di raggiungere aree di crisi estremamente pericolose. Si è vagamente discusso di privare del passaporto i soggetti, anche e non solo titolari della cittadinanza italiana, che vadano e vengano dalla Siria o da Paesi in odore di terrorismo. Ma si potrebbe pensare di fare qualcosa di analogo anche per quei soggetti che, privi di coperture e protezioni adeguate, vadano a mettersi nei guai recandosi in zone di guerra col rischio di pregiudicare la propria incolumità e quella del personale dei Servizi che, spesso con atteggiamenti per forza di cose al limite della temerarietà, è costretto a intervenire. Senza voler contare il rischio, spesso reale, di finanziare bande armate in odore di terrorismo.

Perché qui si pone un problema politico e morale. Quello politico è relativo alla sempre maggiore difficoltà di giustificare, anche di fronte all’opinione pubblica, i lauti pagamenti corrisposti a milizie che pongano in essere sequestri di italiani: una difficoltà dovuta non soltanto al peggioramento delle condizioni di vita nel nostro Paese, come dai più sostenuto, ma soprattutto dal fatto che una opinione pubblica confusa e impaurita come quella italiana è sempre meno propensa ad accettare un “finanziamenti” verso gruppi estremistici che iniziano a bussare insistentemente alla porta di casa. Il problema terrorismo, cioè, non è più percepito come un qualcosa di “lontano” ma di molto prossimo a noi.

Per questi motivi sarebbe auspicabile una maggiore responsabilità da parte di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti: maggiore responsabilità di chi parte per aree evidentemente a rischio, maggiori controlli e chiare prese di posizione, anche normative, da parte delle istituzioni deputate a controllare il flusso di partenze e arrivi da Paesi a rischio, fino a giungere a misure drastiche come il ritiro del passaporto. Tutto questo nell’ottica di un forse poco emozionante ragionamento utilitaristico: quanto bene è possibile fare con la propria presenza in un’area di crisi e quanto male può derivare da un sequestro di persona a scopo di estorsione?

Nicolaventura78@gmail.com

*·La legislazione italiana prevede il sequestro dei beni su disposizione del magistrato.