A ciascuno il suo

18 Febbraio Feb 2015 1922 18 febbraio 2015

Gli epurati. Ostellino e Abbate

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L'esercito di terracotta è formato da 6 mila a 8 mila guerrieri. I soldati, vestiti con corazze in pietra, sono dotati di armi.
Le statue erano di guardia alla tomba del primo imperatore cinese Qin Shi Huang (260 a.C - 210 a. C.).
Di queste sono state riportate alla luce solo 500 guerrieri, 18 carri in legno e 100 cavalli in terracotta.
Il sito archeologico si trova vicino a Xi'an, nella provincia Shaanxi della Cina.

Non si può certo dire che siano tempi felici per la carta stampata. Di qualunque genere essa sia: libri, quotidiani o periodici. In Italia, il 60 per cento delle persone non legge neppure un libro durante l’anno; figuriamoci i giornali. Non si legge perché – si dice – i soldi sono contati e quindi da qualche parte bisognerà pure tirare la cinghia. Oppure: non si leggono i giornali perché la credibilità di chi opera nel settore è ridotta al minino storico e perché esiste un senso di ineluttabilità che le cose andranno sempre peggio; un vago, fatalistico, senso di indifferenza come «difesa» circa i destini del nostro disgraziato Paese (e – perché no? – dell’umanità). Non è un caso se, da qualche anno a questa parte, la parola d’ordine sia una: «scappa!». Declinata in varie maniere: «scappare» dall’Italia, da una nave che affonda, da un fisco oppressivo, da una moglie opprimente, da una professione non più remunerativa, e così via.

In più, per soprammercato, non si leggono nemmeno libri perché la stessa attività dello scrivere viene vista con sommo disprezzo. In fondo, aveva ragione «quel» ministro quando disse: «Con la cultura non si mangia». Nonostante le prevedibili reazioni di parte, quella dichiarazione era figlia, e allo stesso tempo interprete, di una «communis opinio»ben radicata nella cosiddetta opinione pubblica.

Ebbene: la crisi «stimola» i regolamenti di conti nelle redazioni e la normalizzazione di voci eterodosse. E opera, in stretta collaborazione, con un altro potente fattore di mortificazione per chi si ostina a ragionare con la propria testa: il politicamente corretto. È attraverso questi due strumenti che si rende possibile il controllo capillare e severo dell’informazione e di fatto della «cultura» in Italia. Che tipo di riflessione ha prodotto il nostro ceto intellettuale rispetto a ciò che si prospetta all’orizzonte, con lo Stato Islamico alle porte di casa? Nient’altro che una stanca, trita, equiparazione tra nazismo ed estremismo islamico. O fascismo islamico, visto che siamo in Italia.

I giornali sono ricchi di dati ma poveri di «chiavi» utili a interpretare quello che succede; e infatti la carta stampata è di fatto ininfluente nella creazione di un dibattito pubblico degno di questo nome. Molti pezzi sono scritti male, incomprensibili, volutamente noiosi risolvendosi in una esercitazione di stile degli autori. Si salvano, in parte, gli editoriali, i commenti. Ovvero gli elementi che più giustificano l’acquisto di un giornale, perché capace di affrancarsi da un approccio cronachistico più adatto a televisioni e siti internet.

Le vittime cominciano a essere più o meno eccellenti. In un contesto di generale indifferenza sono avvenuti i siluramenti di due firme molto diverse, per cultura e pensiero: Piero Ostellino e Fulvio Abbate. Il primo indotto ad «autolicenziarsi» dal Corriere della Sera a seguito del taglio dell’ingaggio deciso dall’azienda, il secondo privato dall’oggi al domani di una collaborazione sul Fatto Quotidiano. Il mezzo utilizzato per dare il benservito? Una mail. Che è sempre meglio di un sms, per carità.

Relativamente al Corriere della Sera, ritorna ciclicamente la questione della mancanza di firme «di destra», problema storico del maggior quotidiano italiano già dagli anni 70. Il sospetto è che la tolleranza delle idee, sarebbe meglio dire «il pluralismo delle idee», sia spesso più predicato che praticato. Le posizioni di Ostellino erano ormai chiaramente eterodosse rispetto alla linea del giornale e lui stesso appariva un «tollerato», considerata anche la posizione marginale nella quale venivano collocati i suoi pezzi. Una sorta di costoso «riempitivo», se non parlassimo di un quotidiano che tutte le volte supera volentieri le cinquanta pagine. Si potrebbe sospettare che nella vicenda Ostellino abbia pesato una sfortunata polemica estiva con la Presidenza della Camera. Ostellino sosteneva che Laura Boldrini si fosse «montata la testa» e deplorava gli «incoraggiamenti a un massiccio arrivo» di clandestini, a suo dire più volte espressi dalla ex portavoce UNHCR in diverse occasioni pubbliche. Una polemica, quella di Ostellino, risalente al giugno del 2014, capace di provocare vivissima irritazione presso la Presidenza della Camera. Da qui la violenta risposta recapitata allo stesso Ostellino nelle forme di una lunga lettera inviata al Corriere dal portavoce di Laura Boldrini: una risposta dai toni inusuali rispetto al riguardo che normalmente viene osservato quando ci si rivolge a un editorialista del «Corsera» (che pure può incorrere, come tutti, in qualche infortunio). Forse chi ha scritto quella lettera sapeva bene che le quotazioni di Ostellino al Corriere erano in drammatico ribasso. E quella vicenda potrebbe aver avuto un ruolo nel definitivo allontanamento dell’editorialista.

Il siluramento di Fulvio Abbate è stato, se possibile, ancora più lineare nella sua brutalità. Il marchese Abbate riceve, a fine 2014, una mail dall’amministratore delegato del Fatto Quotidiano, con la quale gli si comunica che la collaborazione con il giornale è da considerarsi conclusa a partire dal nuovo anno. Abbate ci rimane male: scrive dei post indignati sul suo profilo Facebook, minaccia azioni legali, insomma protesta ma alla fine razionalizza. La motivazione del licenziamento? Nessuna. Ma c’è chi sospetta che il motivo della decisione sia una contemporanea collaborazione con il quotidiano «Il Garantista», diretto da Piero Sansonetti, che, come dice il nome stesso, trova la sua ragione «istituzionale» nella decisa contrapposizione al giustizialismo, o al qualunquismo sui temi della giustizia, che da sempre, e soprattutto in questi anni, ha dominato il circolo mediatico-giudiziario italiano. «Il Garantista», quindi, nasce quasi in polemica con il Fatto Quotidiano e con il «travaglismo».

Insomma, l’irreggimentazione continua. Per ora ha colpito due «eretici», per i quali pochi hanno osato spendere due parole. Molti di più sono stati quelli che hanno gioito. Ma il segnale è chiaro per tutti.

Nicolaventura78@gmail.com