A ciascuno il suo

22 Aprile Apr 2015 1250 22 aprile 2015

Giornali e Facebook. Quando censurare è giusto

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Stragi di migranti nel Canale di Sicilia. Tragedie presumibilmente destinate a ripetersi, considerando l’impotenza delle nostre istituzioni nel fronteggiare un fenomeno epocale, capace, quasi in solitudine, di giustificare il faticoso processo di unificazione dell’Europa.

Immagini della Guardia di finanza sui soccorsi nel Canale di Sicilia.

Chi afferma che l’Ue si giochi su questi temi molto del proprio residuo prestigio, ha perfettamente ragione. Per ora assistiamo a una sterile contrapposizione tra i due soliti fronti: quello di chi predica una politica di indiscriminata apertura e quello di chi propina illusorie chiusure. Una non-dialettica, destinata a lasciare le cose al loro posto, fino alla prossima, inevitabile, ecatombe.

Ma qui interessa più umilmente riferirsi alla reazione dell’uomo (e donna) comune, di fronte a vicende come quella del Canale di Sicilia.

Come si potrà intuire, c’è poco da essere fieri anche su questo terreno. La tesi secondo la quale non esistano più remore, freni, di tipo ideologico, a mostrare sé stessi come palesemente razzisti è considerazione condivisibile. Forse si potrebbe aggiungere l’affievolimento del sentimento religioso, sempre più irriso, al pari di una qualunque «illusione» ideologica.

E’ forse lecito domandarsi con cosa sia stato sostituito lo «sfascio» della politica, la fine delle ideologie, in un numero di anni che ormai porta ad escludere l’utilizzo del termine «parentesi». Ebbene no, non si tratta di «parentesi» e nemmeno di «crisi»: in venti anni e più, i cicli, o i «regimi», se la parola non fosse così vagamente sgradevole, si costituiscono e si consolidano. Questo è dunque il contesto che ci è dato vivere, con il quale dobbiamo fare i conti.

Basta, insomma, dare un’occhiata a ciò che scrivono gli Italiani sui «social network», vedere in quali termini si esprime la cosiddetta «opinione pubblica»: un «liberi tutti», una apertura degli zoo, un «tutto è lecito», che ha sepolto il buon senso, la prudenza, la misura nella parola. La rete fa giganteggiare soggetti, fornisce una cassa di risonanza a personaggi, che prima si sarebbero limitati a fare la propria mesta figura nel bar sotto casa, nel proprio quartiere, nella propria zona di competenza. Ma il web serve anche a far giungere, nei nostri computer, gli echi di un’Italia spaventata, priva di ironia, vittima di un impazzimento che inizia a contagiare anche chi porta una divisa o comunque dovrebbe svolgere un servizio pubblico. Basta prendere un autobus, entrare in un ufficio pubblico, armati di smartphone, per registrare episodi di «pura vida» in salsa italica.

Le manifestazioni di giubilo, successive alla strage di migranti nel Canale di Sicilia, hanno indotto i direttori dei due maggiori quotidiani della Sardegna a bloccare il flusso di commenti sulle pagine Facebook dei due giornali. L’Unione sarda e La Nuova Sardegna, appunto: colpa di «minoranze» si sarebbe tentati di dire, col solito tono giustificazionista tipico di questi casi. Difficile crederlo perché stavolta la mobilitazione all’interno delle redazioni è stata forte, sintomo che la situazione stava sfuggendo di mano: troppi i commenti razzisti, causati da un odio profondo, covato a lungo, e questa volta manifestato senza alcun tipo di remora o inibizione.

Non proponiamo gli «screenshots» delle pagine in questione come normalmente si fa in questi casi: riteniamo sufficiente il post di Anthony Muroni, direttore de L’Unione sarda, con il quale si motiva la decisione di sospendere la pubblicazione dei commenti, secondo una linea editoriale che con il tempo si sta facendo sempre più attenta verso episodi di questo genere. Anche il quotidiano La Nuova Sardegna ha preso la medesima decisione: un giornale «progressista» che si trova a fronteggiare il razzismo dei suoi lettori.

Un segno, molto inquietante, dei tempi.

Twitter: @NicolaVentura78