A ciascuno il suo

4 Maggio Mag 2015 1552 04 maggio 2015

Ordine pubblico. Qualcosa non va

  • ...

Un muro di Milano imbrattato dai black bloc.

Quali sono le «regole di ingaggio» che le forze di polizia sono tenute a seguire durante i servizi di ordine pubblico? Due sono gli episodi che tornano immediatamente alla mente: quello recentissimo del «May day parade» milanese, degenerato in uno sfoggio di gratuita violenza e devastazione da parte dei cosiddetti «black bloc», e quello un po’ più risalente degli «hooligans» del Feyenoord a Roma. In entrambi questi casi, la chiusa è stata: «E’ andata bene, non ci è scappato il morto». La costante evocazione di conseguenze più gravi rappresenta ormai la giustificazione preferita da parte di chiunque sia chiamato a rispondere di un ruolo di responsabilità nel campo della pubblica sicurezza: «Io morti non ne faccio», disse il questore di Roma, all’indomani di una giornata di ordinaria follia, con il centro di Roma ostaggio degli hooligans olandesi. Più recentemente il prefetto Alessandro Pansa, capo della polizia, ha affermato che «l’Expo non si poteva macchiare di sangue», mentre il ministro Alfano ribadiva su «Twitter» il medesimo concetto concludendolo con un grottesco «adesso difendiamo la Scala».

Insomma, «lasciamoli sfogare», sembrano dire tutti, tanto più sono rozzi e cattivi. Prima o poi si calmeranno e pazienza se assaltano banche, negozi, automobili in sosta.

Il compito dei professionisti dell’ordine pubblico non sembra essere più quello di garantire una fruibilità delle città, e soprattutto dei centri storici, in caso di eventi grandi e medi, ma quello di «limitare i danni». Si tratta di dichiarazioni esplicite di impotenza o di incapacità? La cosa certa è che tra i servizi lautamente pagati dai contribuenti c’è anche l’ordine pubblico, che si presume gestito da funzionari capaci di trovare una congrua «via di mezzo» tra una non auspicabile, generalizzata, mattanza e la devastazione urbana (pur sottoposta ad un «attenzionamento», da parte delle forze di polizia, funzionale all’attribuzione di reati specifici). Questo «morto», che potrebbe sempre scapparci, sembra essere l’alibi perfetto per scansare qualsiasi critica sulle pecche, di per sé evidenti, nella gestione di azioni collettive violente; un meccanismo assolutorio spesso assecondato da non pochi, e non ininfluenti, organi di informazione.

Perché Alfano dovrebbe dimettersi? E perché non dare una «chance» al questore di Milano nella corsa alla poltrona di capo della Polizia? Dopotutto, quale sarebbe la loro colpa? Quella di non aver fatto «il morto»?

In realtà, soprattutto il ministro Alfano qualche responsabilità sembra avercela. Dal cosiddetto «caso Shalabayeva» in avanti, passando per la controversa gestione della emergenza «migranti», fino alle «difficoltà» denunciate dagli avversari politici nell’avere agibilità su tutto il territorio nazionale o ai frettolosi «tweet» sulla cattura dell’«assassino di Yara Gambirasio», l’ex delfino sembra comportarsi più da politico vittima di ansie da riconferma piuttosto che da ministro della Repubblica: un Alfano impegnato in una sfiancante dialettica con i suoi (presumibilmente pochi) elettori, con il delicato compito di «capo della polizia» quasi funzionale a questo scopo.

Ma ciò che più colpisce nella difficile gestione dell’ordine pubblico in un Paese come l’Italia è una certa sperequazione di comportamenti da parte delle forze dell’ordine. La sbrigatività esercitata, per esempio, nei confronti degli operai sardi dell’Alcoa, piuttosto che per quelli delle acciaierie di Terni, sembra essere pericolosamente speculare alla acquiescenza mostrata nei confronti dei teppisti.

Naturalmente si tratta di ordini. Di regole di ingaggio o consegne, volendoci rifare a un linguaggio più «militare». Da qualche anno, come d’altronde sono pronti a testimoniare i sindacati di polizia, l’ordine è quello di «contenere», abbozzare, stare a guardare. Evitare lo scontro, insomma, magari di fronte a cittadini sbigottiti dalla violenza dei vandali di turno. Certo, poi ci scappa pure qualche arresto: quindi la «contestazione di reati precisi», come tiene a precisare Antonio D’Urso, vicequestore di Milano, protagonista, suo malgrado, di uno scatto che probabilmente sarà l’immagine simbolo degli scontri per l’Expo. Naturalmente c’è da capire anche la umana ritrosia da parte degli uomini impiegati nei servizi di ordine pubblico nel voler rispondere a provocazioni di soggetti pronti all'offesa: il ricordo degli anni di piombo è stato quasi «vivificato» dalle immagini milanesi dell’altro giorno.

Undici feriti tra le forze dell’ordine, un pugno di arrestati e soprattutto un gruppetto di soggetti, con un discreto curriculum criminale, fatti passare forse un po’ troppo frettolosamente come semplici «writers». In realtà si sapeva con apprezzabile anticipo che cosa si stesse preparando: centinaia di «casseur», provenienti da tutte le parti d’Europa, con destinazione Milano per un lungo fine settimana di devastazione. Lo sapevano le forze di polizia, lo sapeva la magistratura, lo sapevano soprattutto i Servizi, tanto che sul Corriere della Sera di venerdì 1 maggio, si poteva leggere una anticipazione di quanto sarebbe avvenuto: «Il corteo sarà più breve rispetto alle “richieste”. Ma non meno insidioso. Per le presenze […] e per la tipologia dei partecipanti. Oltre ai centri sociali, la “may day parade”avrà al suo interno centinaia di “casseur”.Francesi, greci, inglesi. Randagi» – scriveva Andrea Galli –«che girano l’Europa, appoggiandosi ad amici no global, con in testa la devastazione. Per domenica e lunedì» – proseguiva ancora il cronista – «hanno pronto il ritorno a casa. C’è paura su quali danni (feriti?) faranno da oggi ad allora».

E poi, siamo davvero sicuri che non esistano «links» tra politica e aree antagoniste? Sempre il Corriere della Sera, riferiva di operazioni preventive poste in essere dalla polizia nei giorni immediatamente precedenti l’evento Expo, «l’ultima delle quali nella sede (di proprietà del Comune) dell’associazione “Mandragola”, base milanese del movimento no Tav». Negli appartamenti dello stabile sarebbero stati trovati «caschi, spranghe, estintori, coltelli a serramanico. Materiale da usare in “battaglia” con rischi che vengono valutati altissimi».

Insomma, le intenzioni erano piuttosto palesi. L’indomani è andato in onda il prevedibile carosello di condanne, e anche minimizzazioni, con sperticate lodi verso l’ammirevole «spirito volontaristico» dei milanesi, subito all’opera per ripristinare molti dei punti oggetto della devastazione. Una città che si rimbocca le maniche e guarda al futuro, certo, che non si perde in queruli lamenti. Ma il «volontarismo» non può e non deve sostituirsi a istituzioni, in qualche caso pigre, pilatesche o inclini all’autoassoluzione: perché un volontarismo che supplisce alle istituzioni può essere tentato di farlo in toto, anche per ambiti, e con intenti, molto poco lodevoli.

Twitter: @NicolaVentura78