A ciascuno il suo

21 Agosto Ago 2015 1210 21 agosto 2015

Lo Stato va in vacanza. La mafia no

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In una Roma agostana, si svolgono imponenti funerali nella chiesa di Don Bosco (quartiere Tuscolano). Raccontiamolo questo funerale: una banda che suona Frank Sinatra e Nino Rota, autore della colonna sonora de “Il Padrino”. Qualcuno riconosce perfino “Paradise”, brano tratto dal polpettone new romantic anni ottanta “Laguna blu”. E poi manifesti con l’effige del defunto, Rolls Royce, carrozza con cavalli, un elicottero a lasciar cadere fiori. E tanta, tantissima, gente. Comprese le prefiche (ma siamo disposti a concedere che le lacrime fossero vere).

Chi si trovava lì di passaggio avrà pensato a un film: atmosfere surreali che ti colgono soltanto in certe città d’Italia, come Roma o Napoli. Non capisci mai se sei su un set di un film o se è tutto vero. In ogni caso, ci prendi gusto. Insomma, una cosa riuscita un po' troppo bene con la Roma del “potere” che per forza si indigna: la Roma in vacanza, quella istituzionale, dei partiti, delle prefetture, dei professori dell’antimafia, dei bottegoni. «Approfondiremo», «verificheremo», «chiederemo relazioni dettagliate». «E’ una vergogna che si mandino, erga omnes, messaggi mafiosi secondo queste sfacciate modalità». Un profluvio di dichiarazioni tra le quali non bisogna dimenticare quella del parroco della chiesa ove lo “scandaloso” funerale ha avuto luogo. Il sacerdote di Don Bosco ha riservato per sé stesso, nel “mafia-movie”, il prevedibile ruolo del mero esecutore di ordini. Magari anche un po’ tremebondo. «Se mi chiedono un funerale religioso, io devo celebrarlo. A meno che non mi arrivino ordini, dall’alto, di senso contrario». Chiara allusione al ben noto precedente di Piergiorgio Welby, reo di essere andato contro il divieto ecclesiastico di ricorrere a pratiche eutanasiche (soprattutto in un contesto di aperta “sfida” ideologico-valoriale).

Interessanti anche le riflessioni, le interpretazioni, circa i significati reconditi che sarebbero propri dell’imponente funerale: una mafia che celebra sé stessa, «con addirittura le Rolls Royce, auto preferite dai mafiosi negli anni 60 e 70».

Non sono poi mancate le dichiarazioni del sindaco extraterrestre, segnalato questa volta sulla Terra ma comunque sempre un po’ lontano da Roma cioè dall’altra parte dell’Oceano: inaccettabile che i funerali siano strumentalizzati dai vivi per mandare messaggi mafiosi. E il prefetto? Non sapeva. Nessuno lo aveva avvertito. Il ministro dell’Interno? Anche lui, era all’oscuro di tutto. E dato che, come spesso accade, nulla gli dicono, per avere le idee più chiare, appalta una relazione proprio al prefetto che, vedi sopra, non sapeva del funerale in pompa magna. E la questura? «Nessuno ci ha comunicato l’evento» e poi Vittorio Casamonica, questo il nome del defunto, «era ai margini degli ambienti criminali, come confermato dalle recenti attività investigative nel corso delle quali lo stesso non è mai emerso». E l’elicottero, che bombardava la zona di rose? «Allo stato risulta noleggiato per ordinarie modalità di sorvolo in un area non interessata a restrizioni di sicurezza, [quindi] non necessita di autorizzazioni». E la presidentessa della Commissione antimafia che dice? Dice che il funerale, di cui accanitamente si dibatte in queste ore, rappresenta una inaccettabile «messa in scena». Ma a questo punto è lecito chiedersi cosa ne pensi il potente presidente del Pd, Matteo Orfini, uomo forte chiamato a fare ordine in una città eterna allo sbando (niente paura, è già capitato nella storia): «Mai più. Roma non può essere sfregiata da chi la vorrebbe far diventare un set del Padrino», si sfoga su Twitter. Ecco. Questi twittano, quelli fanno.

Differenze tra mafia e istituzioni legali. La prima, è in grado di articolare delle pubbliche esequie che hanno avuto forse l’unico difetto di eccedere nel kitsch; comunque un evento di cui un cronista dovrebbe dare ampia relazione esprimendo dentro di sé gratitudine per chi ha imbastito un simile spettacolo di facce, usi, costumi, mentalità, tic, comunque propri di una certa Roma. Senza snobismi o puzze sotto il naso. Dall’altra, abbiamo un cosiddetto “potere politico” che dalle proprie villeggiature, dalle proprie “vacanze”, spesso non troppo meritate, giudica, pontifica, minaccia. Anzi non minaccia un bel niente, perché al massimo ordina una relazione a un prefetto che non sapeva nulla di quello che stava accadendo.

La mafia, insomma, esiste a Roma ed è una manifestazione della umana capacità di socializzare, stringere rapporti, creare gruppi sociali, più o meno chiusi, più o meno destinati ad alimentare e gestire potere. Soprattutto, la mafia, prospera, santifica e giustifica sé stessa in un contesto di pochezza, di faciloneria, di superficialità, di lassismo. E’ un tema ripercorso più volte dall’industria cinematografica: i “cattivi” sono, in un certo senso, tanto più “degni” di rispetto quanto sono disposti a far propri dei valori, sbagliati, ripugnanti quanto si vuole, ma comunque fortissimi. Gli “altri”, un tempo li si sarebbe potuti definire semplicemente “borghesi”, teoricamente vittime, si fanno detestare, nei film, per le proprie mediocri pulsioni, interessi, aspirazioni. Noi, sospettiamo che i veri appassionati della vita e del proprio “lavoro”, siano proprio i partecipanti a quel funerale: hanno dimostrato quello che sono capaci di fare, con ostentazione, certo, ma anche con ordine. Pare abbiano addirittura lasciato tutto pulito, dopo le esequie, e perfino levato i manifesti, col viso sorridente del defunto, per non recare dispiacere a un parroco che era stato così tanto gentile. Tutti cattolici devoti, sembravano. Nessun disordine, nessun casino. Non sono stati mandati messaggi: non ce n’era alcun bisogno, vista l’assenza di uno Stato che già a pieno servizio è poco presente e ad agosto è in vacanza. I Casamonica sono stati così bravi che nessuno s’è accorto di niente. Se non fossero uscite le foto, i nostri sdegnati per contratto se ne sarebbero rimasti tranquilli.

A mollo.

@nicolaventura78