A ciascuno il suo

24 Agosto Ago 2015 1151 24 agosto 2015

“Ci deportate”. L’incredibile protesta dei prof sardi

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Una estate travagliata, quella 2015, per gli insegnanti precari, in particolare, sardi. La cosiddetta “Buona scuola” di Renzi è stata fatta oggetto, com'è noto, di critiche feroci, fonte di contrapposizioni radicali, in tutta Italia. Ma i flash-mob, le mobilitazioni per scongiurare l’assegnazione di cattedre lontane da casa, erano francamente difficili da ipotizzare anche per un settore fortemente sindacalizzato come quello della scuola. Eppure ci sono state. In Sardegna.

La lunga, infinita, crisi, iniziata nell’ormai lontanissimo 2007, non sembra aver rivelato a tutti, ma proprio a tutti, che il mondo è cambiato e un'epoca si è definitivamente chiusa. Certo, si continua a pretendere il posto fisso. Non solo: si pretende il posto fisso vicino a casa propria. E la vicenda, a questo punto, appare ancora più incredibile perché tutto ci si sarebbe potuto aspettare, da un Paese con uno dei debiti pubblici più alti del mondo, tranneché una ulteriore infornata di 70 mila insegnanti (in un primo tempo se ne ipotizzavano addirittura 100 mila, un esercito). Parliamo, quindi, oggettivamente, di 70 mila miracolati, quasi tutti over 40, che con un colpo di bacchetta magica vengono trasformati da precari a titolari di cattedra. Con costi sconosciuti, con un trend demografico in declino e con i dati Ocse che certificano almeno una certezza: in Italia non c'è bisogno di altri insegnanti. Anzi, ce ne sono troppi. Mal pagati, demotivati, anziani, ma soprattutto troppi.

Certo, occorreva intervenire su un sistema nel quale la certezza del diritto era una sorta di mistero della fede: l’obiettivo, elettoralmente pagante nelle prospettive del governo, doveva essere quello di stabilizzare un grande numero di precari. Più o meno un patto: io ti stabilizzo, pure in un quadro economico da brividi, e tu mi dai un minimo di disponibilità, compresa quella di trasferirti dove serve. Era quindi lecito aspettarsi un approccio diverso da parte di persone che, spesso ultraquarantenni, si ritrovano nella condizione di “vincere” un posto di lavoro a tempo indeterminato (ipotesi praticamente irrealizzabile nel mondo “reale”).

I termini utilizzati in occasione delle proteste andate in onda nei pressi del palazzo del Consiglio regionale sardo sono stati davvero grotteschi: si è parlato perfino di “deportazione” (non in Siberia, certo, ma comunque nell’oscuro e misterioso “Continente”). I professori sardi vogliono, insomma, insegnare soltanto in Sardegna. E basta. Possibilmente sotto casa. C'è anche un po' di patriottismo isolano, in tutto questo. Basti pensare alle polemiche sugli insegnanti siciliani o campani che avrebbero levato il posto ai sardi. Un bel mondo dove tutto è immobile, sarebbe quindi lo scenario più gradito. Ma le cose, accidenti, sembrano non voler proprio andare per il verso desiderato. Parrebbe, infatti, che le persone, da qualche tempo, abbiano preso il brutto vizio di spostarsi, muoversi, trasferirsi, con sempre maggiore facilità, da una città all'altra, da una regione all'altra, da un Paese all'altro. Trasferirsi per davvero, non solo per turismo 'mordi e fuggi' e poi ognuno a casa propria. Sì, trasferirsi, soprattutto per lavoro. Anche a quarant'anni e passa. E questo, incredibilmente, sembrerebbe riguardare pure il mondo della scuola. Dopotutto, perché non dovrebbe essere così?

Ma gli insegnanti che a Cagliari hanno sfidato la torrida calura agostana per tutelare i propri diritti, la pensano diversamente. Riteniamo vogliano sul serio lavorare sotto casa, ad esempio, perché, complice il cattivo stato della viabilità, le distanze misurate secondo il consueto sistema metrico decimale, in vigore perfino nell’Isola più bella del Mediterraneo, inevitabilmente finiscono per “allargarsi”. Cinquanta, cento, chilometri percorsi in Sardegna equivalgono almeno al doppio fatti nel mitico 'Continente'. Presumiamo, quindi, che per un insegnante di Cagliari conquistare una cattedra in uno sperduto paesino del Nuorese sia una sorta di tragedia, equivalga a un sacrificio troppo grande, di fatto quasi a una deportazione (appunto). Quindi la pretesa, accertata, è quella di insegnare sotto casa propria o poco oltre.

Ma le motivazioni degli insegnanti sardi le vogliano finalmente ascoltare? Proviamoci. Diamo voce ai prof, senza censura alcuna. “Sì, ci assumono, finalmente, ma a quale prezzo? Se vado in Continente devo trovare una casa, pagare l’affitto, le bollette. E vivere lontano dagli affetti”. “Ho marito e figli. E una madre anziana. Non ci possono sradicare dalle nostre famiglie”. “Se andiamo a insegnare fuori dalla Sardegna, chistionausu in limba, ovvero ci mettiamo a parlare in sardo”.

I dati ufficiosi dicono che le domande di stabilizzazione, da parte dei precari sardi, avrebbero dovuto essere 4 mila. Invece, ne sono pervenute al ministero soltanto 1700. Questo significa che un’ampia parte degli aventi diritto, a un posto stabile o alla “deportazione”, scegliete voi, ha preferito rinunciare anche se questo significherà, praticamente, perdere qualsiasi possibilità di stabilizzazione futura oltre al diritto di lamentarsi. Insomma: meglio il precariato a vita nell’isola piuttosto che il posto fisso altrove. E questo è francamente uno scandalo pari ad altre vicende che nella, tutto sommato, triste estate 2015 hanno riguardato il mondo del lavoro. Si pensi alle difficoltà incontrate dalla dirigenza Electrolux nel trovare, a causa di un improvviso aumento delle commesse, un congruo numero di operai disponibili a lavorare nei giorni delle festività ferragostane. Parliamo della stessa Electrolux per la quale si sono mossi fior di governatori regionali e perfino il governo, con la dirigenza del colosso svedese che minacciava di chiudere almeno lo stabilimento di Porcia, in provincia di Pordenone: ci ricordiamo ancora gli operai che, imbacuccati nei loro giubbotti, in pieno inverno, manifestavano le proprie preoccupazioni. Abbiamo fatto il tifo per loro, probabilmente ci siamo pure immedesimati, fino alla felice soluzione del caso. Lo stabilimento di Porcia, alla fine, non è stato chiuso ma è un fatto che in molti, nella fabbrica Electrolux di Susegana, in Lombardia, abbiano inizialmente risposto picche all’ipotesi di straordinario volontario per non perdere la grigliata di ferragosto.

Il lavoro lo si rispetta dove c’è. Lo si rispetta a maggior ragione quando è 'garantito', sapendo che poi bisognerà trovarsi una casa e perfino a dover pagare le bollette (motivazioni addotte dai precari sardi per non muoversi dalla loro bellissima isola). E' un vero peccato che il primo premier nato dopo il 1970 abbia contribuito a santificare ulteriormente una linea di demarcazione tra il mondo 'reale' e quello dei garantiti, per esempio attraverso il cosiddetto 'Jobs act' che, non si sa per quale motivo, non vale per il settore pubblico. Una battaglia ideologico-culturale fin qui nemmeno combattuta da Renzi se, a dieci anni dalla crisi, ci sono ancora aspiranti insegnanti che rifiutano il posto o se anche nel settore privato si riscontrano forti resistenze, legittimate dal sindacato, alle irriverenti richieste di lavorare di più. Se non si instilla nella mente delle persone che, proprio ora, in un contesto mondiale tutto sommato favorevole, non è il momento di accampare pretese, ma di darci dentro, agguantare la ripresa per l'Italia sarà impossibile.

@nicolaventura78