A ciascuno il suo

2 Novembre Nov 2015 1649 02 novembre 2015

La repubblica dei commissari

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Francesco Paolo Tronca.

Qual è lo stato di salute della democrazia? Non tanto e non solo della democrazia italiana in sé, ma della democrazia intesa come sistema di governo, di inclusione, di contemperamento dei conflitti e degli interessi, di condivisione delle scelte, di implementazione dei diritti formali e sostanziali (e dei corrispondenti doveri)?

Si tratta di domande in gran parte retoriche, dovendo constatare la crisi della democrazia ovunque. Non è più soltanto la Cina, caso limite – di scuola – a dimostrare la scindibilità tra mercato e democrazia: i due piani appaiono ormai diversi, separati, capaci di svilupparsi su dinamiche diverse e non complementari. La Cina ha, in un certo senso, mostrato la via confutando una parte importante del pensiero economico e filosofico di Milton Friedman, grande economista liberale e liberista del XX secolo.

In realtà, Friedman si era già ampiamente smentito da solo: agendo quasi da “consigliere” economico del dittatore cileno Pinochet (attraverso suoi allievi o tramite missive nelle quali spiegava le riforme che il Cile avrebbe dovuto attuare) egli era stato un precursore nella dimostrazione della totale autonomia tra il piano economico e quello della democrazia. Di più: del piano economico rispetto a quello morale. Un Cile che infatti esce dalla spaventosa crisi economica proprio grazie alla stretta autoritaria di Pinochet e ai “consiglieri” neoliberisti allievi di Friedman. Un piccolo “miracolo economico”, come lo aveva definito lo stesso Friedman, che ancora oggi viene difeso dai non pochi “revisionisti” dei tempi cupi della giunta militare.

Lungi dal propagandare la legittimità dei regimi militari, come quelli che si macchiarono di orrendi crimini in Sud America negli anni 70, è difficile negare che quei governi abbiano rappresentato i primi esperimenti di un capitalismo violento, capace di coniugare sviluppo economico e repressione. Friedman aveva insomma ampiamente smentito sé stesso, con buona pace di ciò che aveva scritto, con grande successo di pubblico, nella sua opera più famosa: Capitalismo e libertà.

Una lezione fatta propria, poco dopo, dalla Cina del piccolo timoniere Deng Xiaoping («Contadini, arricchitevi!»): mentre in Europa, negli stessi anni, si smaltivano i postumi di una sbornia fatta di costosi diritti sociali & welfare (nonostante i primi sintomi di una evidente ristrutturazione industriale) le avanguardie del nuovo ordine, potremmo dire «del nuovo rapporto tra capitale e democrazia», mostravano la via del divorzio tra capitale e democrazia.

Anche Gorbaciov aveva capito l’antifona, ma non fece in tempo a riformare il sistema. O meglio compì l’errore di affrontare il problema dal verso sbagliato: abbacinato dalla retorica democraticista, ritenne di dover agire prima sotto il profilo delle libertà e dei diritti formali tralasciando di riempire, prima di tutto il resto, lo stomaco dei russi. Non ebbe il tempo e venne travolto.

Alla fine dei conti l’ultimo romantico, ingenuo, araldo dei valori democratici e “novecenteschi” è stato proprio l’odiatissimo presidente repubblicano George W. Bush, strenuo applicatore della teoria «neocon» della esportazione della democrazia a suon di bombe. Una teoria molto poco nuova a dire il vero: niente altro che la riproposizione di ciò che gli americani fecero in Europa e in Estremo Oriente durante l’ultima guerra mondiale. D’altronde se esiste un nuovo fascismo (o nazismo islamico) perché non riprovare la cura che in passato ha dimostrato di funzionare?

Se la democrazia sembra vivere una grave crisi, perlomeno in quella versione che, con un po’ di sufficienza, viene appunto definita «novecentesca», quali sono le alternative sul campo? I nuovi parametri di riferimento non sembrano essere particolarmente esaltanti: la Cina, la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan e, perché no?, l’Unione europea.

La Cina, come abbiano accennato sopra, è l’antesignana, la dimostrazione su larga scala che un regime, qualsiasi regime, può reggersi solo sviluppando e favorendo il mercato (le democrazie vanno in crisi proprio quando l’economia va male). Dunque non è affatto vero che mercato e libertà siano inscindibili. Possono andare d’accordo, per un certo periodo, poi bisogna fare una scelta. La dimostrazione di tutto ciò è data dalla situazione attuale, in cui la volontà popolare, la sovranità popolare, è piegata dal 'volere' dei mercati. Non c’è sovranità popolare che tenga senza il decisivo avallo degli investitori (creditori) internazionali e delle istituzioni sopranazionali.

Nelle recenti elezioni portoghesi, per esempio, il presidente della repubblica lusitano, il signor Cavaco Silva, ha dovuto dire chiaro e tondo che se avesse dato l’incarico di formare il nuovo governo alla sinistra, per la prima volta uscita unita e maggioritaria all’interno del parlamento dopo una tornata elettorale, i mercati avrebbero finito per abbandonare al suo destino il Portogallo, Paese stremato dalla crisi economica e da un draconiano programma di tagli. I creditori hanno avuto la meglio sulla vecchia 'novecentesca' nozione di democrazia, come d’altronde è avvenuto in Grecia e in Italia.

In Grecia si è verificato un processo di normalizzazione di Tsipras e Syriza che ha portato all’esautoramento di Varoufakis e alla marginalizzazione degli elementi più anti-tedeschi. In Italia si prosegue in una condizione di sospensione della democrazia dalla fine del 2011: 'golpe' contro Berlusconi (i cui particolari sono stati chiariti, e mai smentiti, in più libri e dichiarazioni rilasciate da personaggi non certo sospettabili di simpatie verso l’ex cavaliere) e presidenti del Consiglio frutto di maggioranze parlamentari e giochi di palazzo perfettamente legittimi per la nostra Costituzione.

Di più: la forma di governo in Italia era fino a ieri parlamentare, ma del domani non c’è certezza. Non si capisce davvero che cosa sia questo monstrum partorito dai nuovi “costituenti”. I costituzionalisti, in passato piuttosto loquaci su qualsiasi proposta di riforma, stavolta tacciono o comunque manifestano inusuali timidezze. E nemmeno fanno tanti sforzi per provare a far sentire ciò che eventualmente hanno da dire. Dei comici che definivano fino a poco tempo fa, dietro sontuosi cachet, la nostra Costituzione «più bella del mondo» s’è persa traccia. Di certo si può sospettare che un sistema privo di contrappesi come quello in via di approvazione possa consentire lunghi cicli di governo, senza troppi grattacapi per i manovratori, in un Paese che per la libertà di stampa figura al 73esimo posto in compagnia di Nicaragua e Moldavia.

Insomma, non c’è solo il paradosso di un Parlamento giudicato incostituzionale che cambia la Costituzione. Un sistema che legittima tre premier consecutivi senza alcun passaggio elettorale non può che partorire il cosiddetto 'Sistema Expo' ovvero lo sdoganamento della figura del 'commissario'.

Commissari ovunque. Alcuni poco efficaci, come il barbuto Orfini, altri più capaci come Giuseppe Sala e l’ultimo, che già s’è fatto immortalare da un balcone mentre saluta la folla, Francesco Paolo Tronca (subito ribattezzato da qualcuno «prefetto di ferro», come nei bei tempi andati). Naturalmente non bisogna dimenticarsi di Cantone, il super magistrato ultimamente alla ribalta per la facezia di «Milano capitale morale», e Gabrielli, commissario al Giubileo nonché 'badante' del decaduto sindaco Marino. Alla sommità di questo sistema un premier che fa, disfa, e dà mandato a un sottoposto di dubbia fedeltà di rimuovere il sindaco della capitale d’Italia mentre lui fa jogging per le strade dell’Avana. Metodi da Padrino all’amatriciana. Situazioni che Berlusconi poteva soltanto sognare. Con gli anticorpi “democratici” che reduci da venti anni di berlusconismo non riconoscono nient’altro.

I regimi alla Erdogan, alla Putin, alla cinese sono cose troppo serie e anche drammatiche per noi che pure in passato ci siamo inventati il fascismo; oggi ci accontentiamo di un puparo fiorentino, del suo circolo di giovani aedi, e di una repubblica commissariata che sforna commissari.

State sereni: il futuro della democrazia in Italia è questo, per vent'anni almeno.

Nicolaventura11@gmail.com