A ciascuno il suo

21 Novembre Nov 2015 1417 21 novembre 2015

Fallaci e “gli altri”

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Oriana Fallaci e Matteo Salvini.

A pochi giorni dalla strage jihadista di Parigi bisogna registrare, come nelle migliori tradizioni italiane, una faida, per fortuna virtuale, tra sostenitori di Oriana Fallaci e detrattori, insomma, tra fallaciani e anti-fallaciani.

Niente di nuovo, si dirà: in fondo è il solito, vecchio, derby tra destra e sinistra. Un gioco di società, condotto a colpi di citazioni, una lotta all’ultimo click nell’era di internet. Non più faccia a faccia nei bar di paese o dotte discussioni nei caffè cittadini, un tempo centri del dibattito politico in versioni più o meno colte, ma la piazza virtuale offerta dai cosiddetti social network.

E quindi via a un profluvio di post che riportano più o meno fedelmente il pensiero della defunta, spesso decontestualizzato, sicuramente strumentalizzato; ecco, dall’altra, come risposta, lo sberleffo a volte irrispettoso.

In tutto questo, naturalmente, si conferma la sostanziale inutilità dei cosiddetti social network ovvero la loro utilità come arma di distrazione di massa: utilissimi per fare propaganda, molto meno per favorire dibattiti pubblici che vadano al di là della prevedibile gragnuola di insulti al politico di turno arrestato per mazzette.

Mai come in questa occasione si è vista una marea montante di “pensieri” che hanno mostrato il quadro avvilente di una opinione pubblica afflitta, confusa, farneticante, sopraffatta dagli eventi. A un tratto, nella notte di quel maledetto venerdì 13, c’è chi su Twitter ha grottescamente diffuso la “notizia” di uno spaventoso terremoto in Giappone capace di causare 15 mila morti. Il terremoto c’è stato, uno dei tanti che colpiscono il Paese del Sol Levante: per fortuna non ci sono state le migliaia di morti annunciate, ma intanto l’hashtag sul “disastro giapponese” si faceva strada e rivaleggiava con il #prayforParis della strage vera, quella parigina.

Tornando alla Fallaci, si può forse utilizzare un interessante contributo di Massimo Fini, scrittore e giornalista, utile a chiarire alcuni aspetti della personalità della scrittrice fiorentina.

In una recente intervista, comparsa sul suo sito, Fini ha evidenziato, come al solito senza mezze misure, e ben prima che si verificassero i fatti di Parigi, il difficile carattere della autrice di Inshallah, che tendeva a tracimare, con punte di parossismo, durante le celebri interviste: la Fallaci faceva letteralmente a botte con gli intervistati che non le andavano a genio.

La giornalista, ci dice Fini, con il suo ego spropositato, tendeva a soverchiare, sottomettere, il povero malcapitato: in realtà si trattava di autointerviste, vere e proprie esibizioni di forza, con l’interrogato a fungere quasi da sparring partner con il solo ruolo di evidenziare la bravura, la vittoria “morale”, dell’inquisitrice. Una sorta di rito devoto al culto della diva Oriana. Questo accadeva, naturalmente, quando l’intervistato (anzi l’interrogato, perché di veri e propri interrogatori, processi, con tanto di sentenze finali, si trattava) stava sulle scatole alla Fallaci: diversamente la temuta intervista poteva tramutarsi in una amabile chiacchierata, condita anche da qualche coccola (come accadde con Golda Meir, premier, donna, di Israele negli anni 70).

L’inutilità del “dibattito” in Italia, dopo i fatti di Parigi, tocca probabilmente il suo acme in uno strano duello, a colpi di massime, tra defunti: quello tra Fallaci e Terzani, con quest’ultimo a fare proprie tesi “perdoniste” anche di fronte a terrificanti atti di guerra come l'abbattimento delle Torri Gemelle.

Tiziano Terzani è stato un grande giornalista e corrispondente, dotato di notevole coraggio e onestà intellettuale, che a trent’anni suonati decise di lasciare un posto sicuro alla Olivetti per mettersi a fare il “freelance” in Estremo Oriente: una scelta folle, se valutata con i parametri “normali”. Terzani era uno che non condivideva una certa concezione impiegatizia e “servile” della professione giornalistica: in questo le due personalità, quella di Oriana e di Tiziano, erano perfettamente assimilabili. Partivano, con la propria macchina fotografica, e documentavano. Terzani da “freelance” internazionale, la Fallaci con il peso del proprio nome nel contesto italiano.

Per capire la meticolosità di Terzani, bisogna ricordare la sua passione per il “fondo”: oggi si parlerebbe di “jogging”. Terzani correva, all’alba, per tenersi in forma, liberare la mente e pensare meglio, per riflettere su qualche aspetto del suo lavoro, ma soprattutto per un motivo: raggiungere uno stato di forma tale da consentirgli di scappare in caso di necessità. Perché la vita di un freelance in una zona di guerra richiede anche di saper scappare, quando necessario.

Rimane il dubbio che la strumentalizzazione di Terzani, attuata in questi giorni, in funzione anti-Fallaci, non rappresenti il massimo della correttezza. Sarebbe sufficiente leggere entrambi gli autori e limitarsi così a fare le proprie valutazioni, senza utilizzare in chiave politica due grandi figure del giornalismo non soltanto italiano.

Ma qual è la reale rilevanza del pensiero di Oriana Fallaci sull’Islam?

Esiste un blocco destro-leghista (“fascio-leghista” come dicono quelli bravi) che da anni si è appropriato della memoria della grande scrittrice? Può darsi. L’alternativa quale sarebbe? Forse la marginalizzazione oppure una ridicolizzazione postuma, tramite l’abuso del solito, amaro, sarcastico, sterile scetticismo italico che porta a liquidare tutto con una sghignazzata e una scrollata di spalle: così come le minacce dell’estremismo islamico possono essere esorcizzate con una cortina di battute sulla inefficienza dei servizi pubblici italiani, buche stradali comprese, che renderebbero la “conquista” da parte dei terroristi impossibile, allo stesso modo le “previsioni” della Fallaci possono essere oggetto di ampia banalizzazione (soprattutto) quando si rivelano esatte. L’obiettivo di un simile atteggiamento, nemmeno tanto recondito, resta quello di espungere dal dibattito pubblico qualsiasi autore “problematico” che si ponga al fuori degli strettissimi limiti consentiti dal politicamente corretto. Il vero obiettivo è l’oblio sulla Fallaci, nient’altro: un «parce sepulto».

L’aspetto più interessante della questione in esame riguarda senz’altro la teoria delle due Fallaci, secondo la quale vi sarebbe stato un cambiamento nel modo di vedere il mondo, e l’Islam, da parte dell’autrice a seguito della malattia.

Naturalmente si tratta di tesi false ancor prima che errate.

Il cancro, chiamiamolo con il suo nome, della Fallaci risale almeno alla metà degli anni 90, dunque ben prima dell’attacco islamista alle Twin Towers.

In secondo luogo, chi ha letto i libri della Fallaci conosce bene il suo pensiero sul mondo islamico: le interviste fatte a Khomeini, a Gheddafi, ad Arafat sono lì a dimostrarlo; i giudizi sui modelli di società proposti dai due leaders arabi furono sprezzanti, così come totalmente negativi quelli espressi sulla loro persona: entrambi vennero percepiti come caratterizzati da una sessualità repressa e malata (e almeno nel caso di Gheddafi la diagnosi si rivelerà esatta). La Fallaci riporta sempre, in maniera chiara e netta, il disgusto verso i 'valori' di Khomeini, davanti al quale oserà togliersi il velo mostrando un coraggio e una chiarezza di giudizio impensabile per i tempi attuali.

L’ostilità fallaciana verso il mondo islamico, può piacere o meno, ma è certamente originario, risalente nel tempo, non prodotto dall’11 settembre o dalla “malattia” (come subdolamente sussurrato). Verso il modello tipico di società proposto dal mondo islamico, la scrittrice non aveva da proporre mediazioni di sorta.

E’ quindi l’11 settembre ad aver stimolato una rappresentazione finalmente sistematica del pensiero della Fallaci sull’Islam.

Il sospetto è che si sia di fronte non certo a un tentativo di confutazione di tesi comunque criticabili, ma a una volontà di delegittimazione attraverso l’arma della derisione, mascherata da “ironia”, e la vigliacca strumentalizzazione della malattia.

Tentativi che portano a desiderare un dibattito, finalmente laico, dunque non inficiato da disonestà intellettuale, sulla reale portata dei testi fallaciani sull'Islam.

Nicolaventura11@gmail.com