A ciascuno il suo

9 Dicembre Dic 2015 1054 09 dicembre 2015

La rivolta contro le élite

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Marine Le Pen prima di un meeting a Lille, il 30 novembre 2015.

La vittoria del Front national di Marine Le Pen, alle regionali francesi, era ampiamente preventivata. Naturalmente parliamo di primo turno perché il sistema elettorale, in Francia, anche per le elezioni locali, prevede una partita di ritorno che lascia aperti tutti i giochi. Si potrebbe dire, anzi, che il bello debba ancora arrivare: una sorta di test anticipato delle elezioni “vere”, le presidenziali, che influiranno in maniera decisiva sul destino della Francia e dell’Europa.

Al di là di quello che potrebbe succedere nel 2017, pochi mesi in termini temporali, ma tempi lunghi, lunghissimi, per una politica che arranca dietro a un mondo in rapida evoluzione, si potrebbe dire che i due maggiori partiti francesi (ribattezzati dai lepenisti Umps a indicare, quasi alla grillina, la sostanziale fungibilità tra l’Ump sarkozista e il Ps socialista) dovranno fare necessariamente i conti con un Front national che ha trovato nella giovane Marion Le Pen un'altra figura di spicco capace di rappresentare un’alternativa alla zia Marine.

Affari tra donne, si potrebbe dire, in un mondo nel quale i “maschi” hanno deciso di prendersi una lunga vacanza. Il rischio è che le due eroine, diverse anche dal punto di vista politico, finiscano per tirarsi gli sgambetti: in caso contrario il destino dei due maggiori partiti francesi sembra quello di dover fare i conti a lungo con il nuovo Fn.

Ma che cos’è il Fn? I titoli dei giornaloni pullulano di definizioni demonizzanti: quella di “estrema destra” resta la più gettonata per una formazione politica, fondata da Jean Marie Le Pen, che negli anni è molto cambiata. Resta il sospetto che la qualifica di “estrema destra” andasse bene più per il vecchio Fn che per il nuovo.

Due osservazioni, su tutte, per far capire le diversità evidenti rispetto al contesto italiano: Marine Le Pen ha cambiato il partito ereditato dal padre senza modificarne il nome. Ovvero non c’è stato bisogno di cambiare il nome perché è si è agito sulla sostanza, sulla piattaforma programmatica, sui quadri dirigenti, profondamente svecchiati e rinnovati sotto il profilo ideologico (sì, l’ideologia conta ancora molto nonostante quel che si dica). Questo significa che si è provveduto a realizzare un cambiamento di paradigma sostanziale, lasciando perdere le vecchie nostalgie, anche antisemite, che avevano caratterizzato il vecchio Front, calibrando e attualizzando la proposta politica sulla base delle nuove emergenze e bisogni dei francesi. Non c’è stata necessità di effettuare alcuna operazione di cosmesi, come spesso succede nei partiti italiani, a nascondere un sostanziale immobilismo o la tutela di interessi puramente privati; le novità non sono state di facciata: si pensi alla immissione di non pochi dirigenti dichiaratamente omosessuali, nel quadro di una mentalità laica (o addirittura “laicista”) che contraddistingue Marine rispetto al padre.

Il secondo punto è proprio quello di averlo ammazzato questo padre. Non una novità, a dire il vero. Lo aveva già fatto Sarkozy, nei confronti di Chirac, lo ha fatto Cameron, nei confronti della vecchia classe dirigente del partito conservatore britannico abituata a perdere regolarmente nel confronto con il New labour blairiano, e lo ha fatto anche Marine espellendo il padre, ovvero il fondatore, dal partito. Un messaggio politico molto chiaro, contrario alle consuetudini tipicamente italiane, anzi, impensabile alle nostre latitudini, dove il centrodestra deve fare ancora i conti con la ingombrante personalità di Silvio Berlusconi. Non c’è riconoscenza che tenga: le classi dirigenti, all’estero, hanno orizzonti politici rigidamente contingentati sotto il profilo temporale, di solito limitato a dieci anni, oltre i quali si è chiamati, costretti, a passare la mano. L’anziano Le Pen aveva rappresentato una eccezione a questo principio ed è stato rottamato dalla figlia con evidenti benefici dal punto di vista elettorale.

Ma l’equivoco maggiore riguarda la definizione da dare al Front National. Populista? Probabilmente. Antiglobalista? Sicuramente. Razzista? Non necessariamente. Di “destra” o “estrema destra”? No, sbagliato. Il FN è un partito fascista o almeno peronista, se il peronismo non rappresentasse una ideologia politica applicabile specificamente al contesto argentino e sudamericano. Definire “destra” ciò che destra non è, nell’ottica della solita confusione tra destra e fascismo, rappresenta un riflesso tipicamente novecento che rende impossibile una corretta comprensione del fenomeno Front National. Non c’è nulla di nuovo nel partito di Marine Le Pen: occorre soltanto chiamarlo, definirlo, con il suo nome.

La responsabilità della perniciosa confusione tra “destra” e fascismo in Italia è riferibile tanto a uno schieramento ampiamente conservatore, clericale, di fatto atlantista, sostenitore della Nato, anticomunista, fiancheggiatore delle trame che hanno funestato il lungo, e per certi versi interessante, periodo storico che va dal 1969 al 1984, quanto al “resto” del quadro politico, il cosiddetto “arco costituzionale”. Insomma, tutta la classe politica e intellettuale della cosiddetta prima repubblica, a posteriori il periodo più fulgido della storia recente italiana, si è resa responsabile di questo equivoco.

Furono differenti le ragioni di tale confusione: la cosiddetta “destra” missina ha di fatto la responsabilità di aver accettato l’equivoco di un fascismo che diventava “destra” facendo propria una versione “conservatrice” che non rappresentava tutto il fascismo ma soltanto la sua parte più caricaturale e meno rivoluzionaria, per certi versi la più inoffensiva nei confronti del resto del quadro istituzionale interessato al controllo delle grandi masse operaie e salariate. Si trattò di un equivoco, dettato anche da mere ragioni di sopravvivenza, incoraggiato da quelli che avrebbero dovuto essere gli “eredi” del fascismo; viceversa a sinistra, e anche al centro, si è ricorso a un simile espediente lessicale per minimizzare la portata rivoluzionaria e anticapitalista del fascismo ovvero la parte programmatica più rivolta alle masse operaie e salariate.

In un certo senso il Fn sta facendo semplicemente riemergere la versione più “pura”, rivoluzionaria e movimentista, del fascismo adeguata alle nuove-vecchie esigenze di certezza e sicurezza sociale: siamo assistendo alla fase finale di una lunga evoluzione iniziata nei primi anni 70 (ovvero la versione macchiettistica, testimoniale, da “Vogliamo i colonnelli”, del Fn ascrivibile al vecchio Jean Marie Le Pen). Il Fn è ormai un partito laico, se non addirittura, apertamente, orgogliosamente, laicista. Accoglie omosessuali dichiarati nei propri quadri dirigenti e, almeno nella persona della propria leader, difende l’aborto, l’emancipazione femminile, sulla scorta di un femminismo “altro” che era (ed è) proprio di quel peronismo argentino capace, già negli anni 50, di avviare un piano di riforme in campo sociale, etico, dei diritti civili. Il risultato fu l’opposizione di gran parte del mondo ecclesiastico, la creazione di una base sociale, economica, ideologica poi decisiva per la successiva dittatura militare: un regime, questa volta sì, di destra, oppressivo e confessionale. Il Fronte nazionale si oppone alla globalizzazione, intende tutelare le identità nazionali umiliate dagli automi di Bruxelles, ridare al cittadino una propria capacità decisionale (almeno a parole). Non è insomma “destra”, se con questo termine si intende una sorta di conservatorismo confessionale o liberista. Nel Fronte nazionale convivono tutte le caratteristiche tipiche di una ideologia fascista, o peronista, non caricaturale: alternativa alla globalizzazione dei mercati, tutela degli Stati e delle identità nazionali, socialismo e sindacalismo nazionale, corporativismo e socializzazione, autoritarismo (forse) e populismo (sicuramente). Un tempo si sarebbe parlato di “terza via”, alternativa al capitalismo di marca anglosassone e al marxismo-leninismo; oggi è la seconda via rimasta (sempre che non si riconoscano come “modelli” il socialismo nordcoreano o il capitalismo alla cinese). Non è un caso che Marine Le Pen dichiari l’inutilità dei vecchi concetti di “destra” e “sinistra”: l’alternativa, dice la leader del Fn, è tra globalisti e antiglobalisti, tra chi è a favore di un “capitalismo ovunque”, una dittatura del mercato che tutto può e tutto decide, e chi è invece pensa a un mondo multipolare, al mantenimento degli Stati nazionali come garanzia di sovranità popolare. E così la «nazionalizzazione delle aziende che delocalizzano» ricalca la nazionalizzazione della banca centrale attuata da Peron o quella delle imprese dei servizi pubblici o del settore energetico. Salario minimo garantito, assicurazioni obbligatorie per incidenti sul lavoro e malattie professionali, la giornata lavorativa di otto ore (contrariamente al “fine lavoro mai” del ministro Poletti), tredicesima mensilità, ferie retribuite, estensione del sistema pensionistico, riconoscimento ufficiale dello status giuridico dei sindacati. Sono i valori e le antiche certezze che furono delle peroniste (o addirittura bolivariane), oggi riproposti da Le Pen ai francesi traditi da una classe dirigente di destra e sinistra che tanto ha promesso, ma poco ha fatto (a parte sistemare sé stessa).

«Quando sarò eletto non mi sentirò vincolato da nessun trattato», disse François Hollande. Venne creduto, dopo le sofferenze dell’epoca Sarkozy, e votato in funzione anti-Ue (più precisamente anti-Trattati). Naturalmente Hollande ha finito per disattendere tutte le attese. I francesi sono terribilmente frustrati dal fatto di aver perso non solo molti soldi, ma anche molta sovranità. Ovvero ai soldi persi è corrisposta pure una perdita di sovranità mentre gli europeisti promettevano, a fronte di una perdita di sovranità, vantaggi economici che finora non si sono visti. I francesi non si rassegnano a far da cavalieri serventi di Frau Merkel. Bisognerebbe ricordare la bocciatura della Costituzione europea nel referendum del 2005 e la approvazione, con maggioranza risicatissima, del Trattato di Maastricht nel 1992. I cugini transalpini si rivelano i più euroscettici di tutti, quando a comandare non sono loro. Hollande ha disatteso tutte le aspettative, tra cui quella di rivedere o addirittura sabotare i Trattati: adesso non bisogna lamentarsi se i francesi sono tentati di votare per il Front national.

Nicolaventura11@gmail.com