A ciascuno il suo

24 Dicembre Dic 2015 1521 24 dicembre 2015

Chiagni e fotti alla toscana

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Maria Elena Boschi, ministro per i Rapporti con il parlamento.

Solito viso angelico, capello biondo come sempre perfetto. Stavolta, però, il viso appare corrucciato: è quello da sfoderare nei giorni di lotta. Venerdì 18 è andata in onda la versione da noi preferita di quella che, da qualche entusiasta ammiratore, è stata definita la “tenera macchina da guerra”. Parliamo della ministra Boschi, chiamata a una appassionata difesa di sé stessa, del proprio babbo, del proprio nucleo familiare, di fronte alla Camera, in occasione della mozione di sfiducia individuale avanzata dalle opposizioni. Un mero pro forma, a dire il vero: non c’erano i numeri, lo sapevano tutti, e se è possibile lo show, ad uso e consumo dei numerosi fans, si è trasformato in una nuova sconfitta delle sgangherate forze di opposizione, quelle che di norma dovrebbero esercitare il ruolo di cani da guardia del Parlamento. Gli onorevoli di Forza Italia sono usciti prudenzialmente dall’aula lasciando a leghisti e grillini il ruolo di oppositori duri e puri: i “responsabili” da un lato e i populisti dall’altro, secondo uno storytelling gradito ai giornaloni e allo stesso Renzi.

Il tutto si è tramutato in uno spot a beneficio della famiglia (Boschi); un discorso che alcuni hanno definito “non politico”, ma che forse può essere l’unico vero discorso politico praticabile in Italia: la difesa della propria famiglia, e attraverso questa, la difesa di un’idea di vita, eterna, impermeabile a tutto, anche ai reiterati tentativi di attualizzazione. “I diritti ve li diamo”, disse la Boschi a un manifestante Lgbt, ma la famiglia, bella e tradizionale, vera, come piace a noi, ce la teniamo stretta.

La famiglia è tutto. Un argine contro lo Stato, una protezione verso una società sentita come cattiva, mutevole, insidiosa. La famiglia, intesa in senso ampio, quasi latino, familia: non certo la famiglia nucleare tipica dell’epoca moderna, e dei fessi, ma quella ben più ampia che tutto può accogliere: amici, compagni di partito, fratelli di loggia. La famiglia sinonimo di trasversalità, occasione di scalata sociale.

Uno spot, dicevamo, che avrà rincuorato molti, che si sono rivisti e riconosciuti in quelle parole; tanti altri si saranno viceversa incazzati subodorando proprio nella “trasversalità” familista tipicamente italica le cause di fallimenti esistenziali, lavorativi, professionali. Un discorso tutt’altro che ecumenico, dunque, volto anzi a distinguere, a parlare a un elettorato preciso: i “nostri”. Gli altri, i non garantiti o semplicemente gli “sfigati”, secondo una ormai consolidata terminologia ministeriale, si possono anche arrangiare: che votino pure Grillo o Salvini, di loro non ci interessa.

Quella esposta dalla ministra è stata la narrazione appassionata di una vicenda familiare che inizia con l’immagine del povero babbo che, ancora in calzoni corti, deve ogni santo giorno, coprire a piedi i numerosi chilometri che lo separano dall’aula scolastica; un fulgido esempio di sacrificio contadino, poi piccolo borghese, e poi ancora medio borghese, che si conclude con la laurea della futura ministra (prima nella famiglia Boschi) e poi degli altri due fratelli (ingegneria ed economia, mica roba da fricchettoni). Non c’è stato nient’altro, è bastato questo: nessuna carta, nessun complicato ragionamento politico o tecnico-giuridico. Niente. Soprattutto nessuna (ulteriore) smentita di quelle voci secondo le quali la ministra sarebbe stata presente alla redazione di almeno uno dei decreti che hanno salvato le banche e probabilmente anche il “povero” babbo Pier Luigi, il contadino fattosi banchiere.

Nessuna parola è stata spesa per la vicenda che ha mandato sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori; gente umile, modesta, normali lavoratori, padri di famiglia, questi sì, che non hanno fatto carriera nei consigli di amministrazione di banche o coop. Gente senza agganci: risparmiatori-elettori turlupinati, fresconi fregati dal partito e dalla loro banca, espressione di una idea e di un territorio. Figure ben diverse da quelle dei “giocatori d’azzardo” ultimamente evocate, con ben poca vergogna, da qualche cantore del governo.

Nessuna parola chiara su un sistema che si distingue per vischiosità, capacità di bruciare ingenti risorse, tendenza a finanziare progetti “imprenditoriali” quantomeno dubbi e sicuramente improduttivi. Perché la vicenda di Banca Etruria, e delle altre banche oggetto dello scandalo, è, alla fine, pericolosamente analoga a quella di altri più o meno celebri, più o meno lontani, crack che hanno caratterizzato il sistema bancario negli ultimi anni: il credito facile, che poi si tramuta, immancabilmente, in credito in sofferenza. La crisi dei mutui subprime inizia proprio così, sull’onda dei soldi facili dell’epoca Greenspan, il celebre governatore della Fed americana, quello delle politiche monetarie espansive, che in realtà tali non sono perché espandono solo il debito, drogano il mercato, soprattutto immobiliare, e scaricano sulle spalle delle generazioni successive il pagamento dei conti. Sì, lo abbiamo già visto: la concessione di mutui e soldi facili a chi non aveva la capacità di restituire il danaro avuto in prestito. Oppure fondi per progetti che di imprenditoriale non hanno nulla. Fidi concessi a occhi chiusi ad amici o amici degli amici: di partito o di loggia. Perché quest’ultima è l’unica particolarità italiana, che serve a marcare una differenza rispetto al caso americano: quello della “conoscenza” o della affinità politica, che si salda, in un combinato disposto di terrificante portata, con la irrisorietà delle pene previste dal nostro ordinamento per chi frega investitori e risparmiatori. Basta avere le conoscenze giuste e il gioco è fatto; non sono di certo i criteri, le valutazioni di ordine economico, a indirizzare il credito. Nelle belle vallate toscane, basta poi essere un fedele compagno di partito oppure un fratello, o ad abundantiam entrambe le cose, per avere le porte spalancate. Il discorso, il problema, è davvero tutto qui. Certo, poi vien fuori che Bankitalia sapeva, ma si limitava alle letterine di rimprovero, in una muta gestualità, tra gatto e volpe, incomprensibile ai profani, a danno dei risparmiatori, che si protraeva quando la portata del crack era già evidente ma si doveva continuare a dire che era tutto a posto.

La mozione di sfiducia individuale non aveva alcuna possibilità di passare; non ha fatto nemmeno il solletico al governo e tantomeno ha preoccupato la ministra che, non a caso, aveva sfidato le opposizioni a presentare numeri consoni alla sfiducia. Tutto questo lo si è potuto verificare osservando il disgustoso siparietto di baci e abbracci andato in onda dopo la appassionata “autodifesa” della Boschi: lunghi minuti in cui molti colleghi di governo, di partito e “pontieri”, a mezza strada tra governo e opposizioni, si sono sperticati in esagerate manifestazioni di solidarietà. C’è chi si limitava ai canonici due baci di congratulazioni, chi si allargava a tre, chi addirittura arrischiava un bacio sulla bella mano della ministra, che contraccambiava con varie tonalità di gradimento fino ad arrivare alle carezze sulla schiena tributate ai rappresentanti del popolo empaticamente più vicini come il sottosegretario Lotti.

Un discorso che è stato una sorta di oltraggio al Parlamento, un nuovo “io so’ e voi non siete un …” di monicelliana memoria. Oppure, semplicemente, un “chiagni e fotti” alla toscana.

nicolaventura11@gmail.com