A ciascuno il suo

6 Gennaio Gen 2016 1104 06 gennaio 2016

La Russia alla prova dell’Artico

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Lo aveva detto durante un evento militare nel mese di giugno ed è stato di parola. Vladimir Putin aumenta ancora le spese militari: budget da 80 miliardi di dollari, pari al 4,5% del Pil, nonostante un 2015 terribile per l’economia.

Le sanzioni e il prezzo particolarmente basso del petrolio hanno lasciato il segno: secondo l’istituto nazionale di statistica russo, il Rosstat, il Pil ha registrato un calo del 2,2% nel primo trimestre, del 4,6% nel secondo e del 4,1% nel terzo trimestre dell’anno. Il governo stima una flessione del 3,9% per il 2015 mentre la Banca mondiale, a settembre, ha rivisto al ribasso le iniziali previsioni sull’andamento economico prevedendo un -3,9% per il 2015 e addirittura un -4,3% nel caso in cui il prezzo del petrolio si fosse mantenuto sotto i 50 dollari al barile (come in effetti è avvenuto). Le stime della Banca mondiale prevedono una sostanziale stagnazione per l’anno nuovo e una timida ripresa, nell’ordine dell’1,6%, solo per il 2017. Secondo il Fondo monetario internazionale le sanzioni occidentali potrebbero costare a Mosca il 9% del Pil sul medio periodo.

Nonostante questi cupi scenari, Putin aumenta i fondi per la difesa. In realtà si tratta di stanziamenti difficilmente quantificabili con certezza considerando anche parti di bilancio autorizzate, ma non dettagliate. Cifre notevoli, per gli standard russi, comunque nell'ordine di un ottavo di quanto spendono gli Usa.

L'aumento delle spese militari da parte del Cremlino è giustificato da almeno tre fattori: l’atteggiamento della Nato (che continua una partita a scacchi con la Russia condita da mosse apparentemente ininfluenti, come l'invito rivolto al Montenegro affinché entri nell'Alleanza atlantica), la volontà da parte del presidente russo di sostenere l’economia investendo nella ricerca militare e nella difesa, e, infine, il rilancio delle ambizioni da grande potenza. Quest’ultimo, in particolare, appare un obiettivo evidente considerando gli sviluppi della crisi ucraina, l’annessione della Crimea, l’intervento in Siria e soprattutto il grande attivismo russo nel Circolo Polare Artico.

I media occidentali più accreditati, tra cui il New York Times, registrano, con allarme, il rinnovato interesse di Mosca per il Polo evidenziando non soltanto la costruzione di un numero imprecisato di nuove basi sulla costa settentrionale della Federazione russa, ma soprattutto le imponenti esercitazioni ufficialmente volte alla prevenzione e al contrasto di una (molto) ipotetica offensiva terroristica.

Come riportato dal direttore di Eastjournal.net, Matteo Zola, nel marzo dell’anno appena trascorso si è tenuta, in prossimità del Circolo Polare Artico, in territorio russo, una esercitazione che ha coinvolto 100 mila uomini, comprese le unità dedicate al controllo e all’utilizzo di armi nucleari. Un contesto preoccupante nel quale si aggiungono le passate dichiarazioni del vicepremier Dmitri Rogozin, rilanciate dalla agenzia di stampa Sputnik; entro il 2020 la Russia rinnoverà il suo arsenale di armi atomiche: completamente, ha precisato Rogozin, e non più al 70% come inizialmente previsto. Lo stesso vicepremier ha inoltre precisato la direzione di marcia verso la quale si muove la macchina bellica russa: un esercito più agile, meno elefantiaco, rispetto al recente passato sovietico, capace di difendere efficacemente un territorio sterminato e poco densamente abitato; problema, quest’ultimo, particolarmente sentito nello spopolato estremo oriente russo che confina con la Cina.

Le esercitazioni “polari”, la militarizzazione del Nord, e le stravaganti “motivazioni” addotte per giustificare imponenti movimentazioni di truppe non sono, a dire la verità, peculiarità soltanto russe. Per esempio risale al 2012 l’esercitazione denominata “Exercise Cold Response” che ha visto 15 mila uomini della Nato (oltre ad aerei e navi di una decina di Paesi dell’Alleanza atlantica) impegnati per diversi giorni nei territori e acque settentrionali della Svezia e della Norvegia, di fatto a due passi dal confine russo. Curiosamente anche questo addestramento è stato spiegato dalla Nato come funzionale alla prevenzione di possibili “azioni terroristiche” nella zona del Circolo Polare Artico.

La rinnovata volontà russa di recuperare uno status da grande potenza si nota in tanti, ignorati, segnali: tra questi può essere scelta proprio la cosiddetta “Nuova dottrina del mare”, un documento di 102 punti firmato dal presidente Putin nel luglio del 2015 in occasione della festa della Marina. Si tratta di un testo che di fatto sostituisce una versione ormai obsoleta, della stessa carta, risalente al 2001, figlia di un contesto geopolitico completamente diverso.

La parte più interessante è, non a caso, quella che riguarda l’Artico. Il già citato Rogozin, proprio in occasione della firma e della presentazione del documento, ha annunciato l’entrata in servizio, tra il 2017 e il 2020, di tre nuovi rompighiaccio nucleari.

Molto interessanti le parole, sarebbe meglio dire tweets, dello stesso Rogozin, responsabile nazionale dell’industria della difesa e uno dei primi destinatari delle sanzioni americane, che ha ribattezzato l’Artico come «La Mecca russa »; un modo semplice per esprimere le forti velleità su un'area che, a seguito del riscaldamento climatico, promette di essere navigabile, nel lungo periodo, per nove mesi all'anno e quindi sfruttabile dal punto di vista economico ed estrattivo.

Naturalmente il contesto consiglia prudenza ai russi. Il diritto internazionale, da solo, non fornisce gli strumenti sufficienti a garantire tutti e soprattutto i diversi interessi su aree contese come queste. Gli Usa, come è noto, non hanno mai ratificato la Convenzione sul diritto del mare (1982), ma se anche lo facessero lo scenario non cambierebbe granché vista l’incertezza nella definizione, in concreto, di categorie giuridiche come la 'Zona economica esclusiva' e 'Piattaforma continentale'. E’ probabile che si dovrà ricorrere ad accordi tra Stati, su base bilaterale o addirittura plurilaterale: una sorta di “conferenza” sull’Artico che, oltre ai due soliti avversari Usa e Russia, vedrà presenti tutti gli altri Stati che si affacciano sulla zona. Occorre ricordare che forum di cooperazione intergovernativa, operanti nel teatro artico, sono già presenti: si pensi al cosiddetto Consiglio artico, nel quale confluiscono otto Stati membri, ovvero quelli maggiormente “confinanti” con il Polo, e un numero crescente di Stati osservatori, tra cui l’Italia, la Cina e addirittura l’India.

Un sentimento di appartenenza, quello dei russi verso il Polo, che sembra essere sufficientemente radicato nella società se, già nel 2007, Artur Chilingarov, grazie al sottomarino Mir-2, era riuscito a piantare una bandiera russa in titanio sul fondo del Polo Nord. Secondo stime non disinteressate l’Artico conserverebbe il 15 % delle riserve di petrolio e addirittura il 30% delle riserve di gas naturale al mondo. Non è un mistero che Gazprom abbia investito miliardi di dollari in indagini e progetti di sfruttamento. L’obiettivo dei russi sembra essere, in particolare, la cosiddetta dorsale Lomonosov. Si tratta di una lunga catena montuosa sottomarina che attraversa il Polo e di fatto collega le isole della Nuova Siberia con l'Arcipelago Artico Canadese. Per i russi la dorsale Lomonosov rappresenta una continuazione della propria placca continentale. Proprio Chilingarov ha spedito all’Onu tutta la documentazione scientifica in suo possesso, quella prodotta in questi anni, a sostegno di una tesi molto semplice: la dorsale è un naturale prolungamento del continente euroasiatico. Se la Russia dovesse vincere questa battaglia politico-legale potrebbe vedersi garantito il diritto di inglobare il Polo Nord geografico per poi sfruttarne le immense risorse energetiche.

Nicolaventura11@gmail.com