A ciascuno il suo

5 Dicembre Dic 2016 1738 05 dicembre 2016

Referendum costituzionale. Il brusco risveglio di Renzi

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E’ il 5 dicembre 2016 e, dopo 1017 giorni al governo, Renzi scopre di non essere superman.

“Non credevo di essere così odiato”, pare abbia dichiarato all’indomani della sconfitta al referendum costituzionale sulla riforma Boschi: una frase che non solo svela i limiti di una narrazione, a uso e consumo del premier, propalata da gran parte dei media, capace di mistificare la realtà invece di raccontarla, ma anche una idea di democrazia vagamente plebiscitaria familiare al leader fiorentino.

“Abbiamo il 40 per cento”, dicono oggi gli ultimi fedelissimi sui social network: un modo per esorcizzare una crisi, il bisogno di trovare subito una speranza per il futuro, qualcosa a cui aggrapparsi, ma la delusione è enorme.

L’alta partecipazione al voto era stata vista come un sinistro presagio di débâcle, dalle parti dei tifosi renziani, ma c’era anche chi riteneva che tanti italiani si stessero muovendo per votare a favore di una riforma considerata ineludibile.

“Gli occhi del mondo sull’Italia”, titolava ieri, a poche ore dallo spoglio, la versione “on line” di un prestigioso giornale: il ruolo giocato dai media in questa campagna referendaria (e non solo), la continua confusione tra desideri e realtà e la perenne lotta per far tramutare la realtà nei propri desideri, rappresenta un’altra enorme, irrisolta, questione sul terreno.

“La palla passa a Mattarella”, hanno detto e pensato in molti a risultato acquisito: sarà l’occasione per testare, per la prima volta, le capacità di un Presidente silente, di fatto sconosciuto, nei sentimenti e nella personalità, tranne che per il passato da uomo della ormai quasi rimpianta “Prima repubblica”.

Netta, schiacciante, vittoria del “No” in quasi tutte le regioni. Il “Sì” vince solo in Toscana, Emilia Romagna, Trentino Alto Adige e nelle redazioni dei giornali.

Il voto estero manifesta ancora una volta tutta la propria “particolarità”: sarebbe forse il caso, nel cacciucco di riforme proposte, di ipotizzare modalità di voto maggiormente stringenti per gli “italiani all’estero” più simili a quelle adottate per garantire la regolarità del voto in Italia, per esempio allestendo cabine elettorali nei consolati.

Qualcuno si lanciava ieri in spericolati dualismi: la sconfitta nelle presidenziali austriache del nazionalista Hofer veniva letta quasi come un vaticinio della sconfitta dei “populisti” che in Italia intendevano mantenere la Costituzione antifascista del ’48 nata dalla Resistenza.

In realtà la chiave di lettura potrebbe essere molto più semplice: Renzi ha sbagliato, commesso errori di valutazione giganteschi. Ha giocato tutto su una riforma costituzionale, intrisa di demagogismo, dalla enorme portata sostanziale e simbolica, traducendola politicamente come un referendum verso sé stesso.

Il premier italiano ha, insomma, commesso lo stesso errore dell’ex premier britannico David Cameron che ha perso la scommessa sul fallimento della Brexit, l’uscita del Regno unito dall’Ue, ponendo fine a una esperienza di governo tutto sommato positiva sotto il profilo economico e delle trattative con l’Europa.

Senza contare la messe incredibile di errori nella gestione dei “dossier”: da quello dei nuovi rapporti con gli Usa – all’indomani di Obama – alla gestione della perenne emergenza immigrazione – il 2016, non ancora concluso, risulta essere l’anno record per gli sbarchi secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno – nel tentativo di replicare, in piccolo, una politica che può andar bene per Erdogan e la Turchia – più migranti in cambio di soldi – ma non per l’Italia. La pressione migratoria, ormai è chiaro, ha anche effetti sul mondo del lavoro, quindi sulla nostra democrazia, comprimendo salari e opportunità per gli “autoctoni” – con “working class” e ceto medio impoveriti da quasi dieci anni di crisi economica – come dimostrano studi ai quali Pagina99 ha dato recentemente ampia spazio.

E’ stato anche un voto sul merito di una riforma pasticciata, inutile, che nulla avrebbe dato al Paese in termini di maggiore efficienza: anzi, un “efficientismo” fine a sé stesso perché il cosiddetto “ping-pong”, il continuo “rimbalzo” delle leggi tra un ramo e l’altro del parlamento, rappresenta una pura e semplice leggenda. Secondo il sito Openpolis, che monitora il funzionamento del nostro sistema parlamentare, soltanto il 20 per cento dei provvedimenti “ha richiesto più di due letture”, una percentuale che scende al 15 per cento per “gli atti del governo”.

Il problema dell’Italia non è certamente quello di aver poche leggi, ma di averne troppe e scritte drammaticamente male: l’articolo 70 della “riforma Boschi” avrebbe potuto essere un esempio paradigmatico di quanto malamente nel nostro Paese vengano scritte le norme.

Qual è, infine, il vero ruolo di una stampa che non riesce non soltanto a condizionare, ma nemmeno a raccontare l’opinione pubblica? Qual è il ruolo dei giornalisti se poi “la gente” vota diversamente?

Si tratta di un quesito, oseremmo dire, quasi “globale” che si è riproposto in termini drammatici per la “Brexit”, per Trump e infine per il referendum costituzionale in Italia.

Ci sarebbe da aspettarsi una autocritica, dai più o meno ragguardevoli rappresentanti del quarto/quinto potere, ma per ora assistiamo soltanto a sarcastiche, compiaciute, battute sulla necessità di limitare il suffragio universale.

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