A colpo d’occhio

10 Settembre Set 2017 0137 10 settembre 2017

I segreti della dottoressa scrittrice che ha sbancato il "Campiello"

  • ...

Ha tre meriti Donatella Di Pietrantonio, il medico che ha vinto la 55esima edizione del premio letterario “Campiello” a Venezia: sa esplorare con profondità l’animo umano, sa ripescare vicende nascoste nella nostra memoria collettiva e infine le sa rendere con immediatezza e una scrittura leggera. Naturalmente parliamo della leggerezza come virtù decantata da Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”, cioè come una delle parole chiave di questo Millennio: è la leggerezza di un airone che vola e non della sua piuma che cade. Si tratta, quindi, di una leggerezza piena di significati, che hanno consentito a Donatella di scrivere un libro affascinante e di sconfiggere nettamente nei voti della giuria popolare i suoi colleghi. Le sue parole sono come un bisturi che affonda nella carne ma non ferisce, anzi nel suo caso – visto che di lavoro è dentista per bambini a L’Aquila – rappresentano un trapano per i denti di cui non si ha paura. Forse è un paradosso, ma è così. Ha scritto la critica: “Il libro è pervaso da una malia magica e commovente. Ed è intessuto sin dalle prima battute da un’atmosfera che imprigiona, incuriosisce e tiene alta la tensione fino alla fine”.

La scrittrice abruzzese Donatella Di Pietrantonio, che nella vita è una dentista per bambini: il suo libro "L'Arminuta" ha vinto il Premio Campiello a Venezia giunto alla 55esima edizione

VITTORIA NETTA. La sua è stata una vittoria netta, che – perdonate l’autocitazione – le avevo pronosticato quando ho presentato i finalisti del “Campiello” ad Asiago nel luglio scorso. I voti hanno confermato che il pubblico italiano premia le storie più che la Storia, l’umanità piuttosto che l’introspezione spinta e i personaggi più che le biografie. “L’Arminuta” della scrittrice abruzzese (pubblicato da Einaudi) ha ottenuto 133 voti sui 282 arrivati dai trecento lettori che compongono la giuria popolare. Al secondo posto è giunto Stefano Massini con “Qualcosa sui Lehman” (Mondadori), che ha ricevuto 99 voti e al terzo Mauro Covacich con “La città interiore” (La Nave di Teseo) con 25 voti. Al quarto Alessandra Sarchi con “La notte ha la mia voce” (Einaudi) con 13 voti e all’ultimo Laura Pugno con “La ragazza selvaggia” (Marsilio) con 12 voti.
La giuria dei 300 era composta per il 46% da donne e il 54% da uomini fra cui 22 casalinghe, 41 imprenditori, 99 lavoratori dipendenti, 82 liberi professionisti e rappresentanti istituzionali, 27 pensionati, 29 studenti. Come è noto, della giuria del Campiello si può fare parte una sola volta nella vita.

Il Premio Campiello è organizzato da Confindustria Veneto: da sinistra Pietro Luxardo, Walter Fortuna, il presidente Matteo Zoppas, Stefania Zuccolotto, Andrea Tomat con i cinque libri finalisti

LA BAMBINA ABBANDONATA E “RITORNATA”. Lei scrive di mattina presto, prima di iniziare le visite ai denti dei piccoli pazienti. La Di Pietrantonio, infatti, fa parte della lunga serie di medici scrittori che hanno illuminato la letteratura: Céline, Cronin, Tobino, Andrea Vitali, Cechov, Conan Doyle e via elencando. Abruzzese della provincia di Teramo (di Arsita), nata nel 1963, Donatella Di Pietrantonio si trasferisce all’Aquila nella cui università si laurea. Il tema della perdita è ricorrente nei suoi libri. Inizia a scrivere a nove anni ma pubblica solo nel 2011: il romanzo è “Mia madre è un fiume” che vince il Premio Tropea. Nel 2013 edita “Bella mia” che riflette la tragedia del terremoto del 2009 ed è incentrato sul tema della perdita. Il libro è stato candidato al Premio Strega.

“L’Arminuta”, invece, è la storia di una bambina che a tredici anni viene a conoscere la storia relativa alla sua origine. E cioè che lei non è figlia dei genitori che l’hanno cresciuta ma è stata affidata a loro da una famiglia indigente e numerosa. Lo scopre a tredici anni quando i genitori adottivi decidono di restituirla alla prima famiglia. Da cui il titolo, “arminuta” cioè “ritornata” in dialetto. Il libro approfondisce un altro aspetto del tema della maternità che l’autrice ha toccato anche nei due libri precedenti. Solo che qui le madri sono due. E l’Arminuta si sente “orfana di due madri viventi”. Passa da una vita agiata (con nuoto e vacanze) a una vita povera. Perfino due dei suoi fratelli la detestano e la considerano solo “un impiccio”. Con un altro, invece, trova più comprensione. E trova affetto da Adalgisa, sorella più giovane di due anni. La svolta giunge quando l’insegnante di terza media chiede ai genitori di mandarla al liceo.

Michela Murgia fotografata nel 2010 alla "Fenice" quando s'è aggiudicata il "Campiello". La scrittrice sarda è una fan di Donatella Di Pietrantonio

“BENEDETTA” DA MICHELA MURGIA La storia – ha raccontato l’autrice – nasce dai suoi ricordi di bambina, quelle vicende di bambini ceduti da famiglie ad altre, senza figli, perché non avevano mezzi per allevarli. Un triste risvolto della povertà che, specie al Sud, attanagliava migliaia di famiglie. Ma la miseria era una tragedia diffusa in tutta Europa. Anche la favola di Hansel e Gretel nasconde la triste realtà delle famiglie che abbandonavano i bambini nei boschi a motivo dell’incapacità di sfamarli. La vera strega è la fame, quella che ha portato i contadini talvolta a mangiare erba o a bollire radici. Senza arrivare a questi estremi, la piccola Donatella aveva sentito parlare anche in famiglia di questi figli abbandonati e “adottati”: il papà, infatti, ricordava il cugino-non cugino. A volte queste domande diventavano angosciose la sera prima di addormentarsi, al punto che aveva paura di essere lei stessa ceduta, di essere mandata via. Incubi di bambini, fantasmi che restano a volteggiare nell’animo per una vita. E che stavolta sono stati scacciati dalla “vera da pozzo” in argento, simbolo del “Campiello” che ha vinto col suo romanzo.

L’immediato riferimento de “L’Arminuta” è ad “Accabadora” di Michela Murgia, che nel 2010 ha vinto il “Campiello”. Anche nel libro della scrittrice sarda si parla di un “figlia di anima”, cioè nata da una madre e cresciuta con un’altra. Murgia nel suo programma televisivo ha lodato il libro della Di Pietrantonio (e per lei non è poco viste le sue stroncature degli autori…) e quando l’ha avuto per le mani l’ha consigliata ai librai dicendo: “Questo è un libro straordinario. Leggetelo”. E da loro poi ha ricevuto le telefonate di risposta: “Hai ragione”. Va ricordato che le due scrittrici si sono conosciute dopo la pubblicazione de “L’Arminuta” e adesso si incontreranno al Festival Letteratura di Mantova.

La "Fenice" di Venezia dove s'è svolta la finale del premio letterario in un'immagine d'archivio

I LEHMAN DI MASSINI. “L’Arminuta” ha superato anche il libro che era risultato il più votato dalla giuria letteraria, “Qualcosa sui Lehman” di Stefano Massini, confermando una regola non scritta del “Campiello” secondo la quale chi vince la prima selezione non trionfa nella seconda. Il volume è ben più di “qualcosa” visto che propone ottocento pagine da laggere, e forse questa lunghezza lo ha danneggiato un po’ nella valutazione popolare. Va detto che il volume di Massini, 41 anni, il drammaturgo italiano attualmente più rappresentato nel mondo, non è un saggio. Infatti, quello che Massini ha trasformato in volume è il dramma che ha scritto fra il 2009 e il 2012, intitoltato “Lehman Trilogy”, che poi è stato tradotto in 15 lingue e messo in scena da Luca Ronconi nel 2015. È stata la sua ultima opera e ha vinto cinque premi Ubu. Due anni fa Stefano Massini è stato chiamato a sostituire proprio Luca Ronconi, mancato da tre mesi, come consulente del “Piccolo” di Milano. Con Ronconi aveva cominciato a lavorare nel 2001, appena dopo la laurea, come “assistente regista volontario, cioè quello che portava i caffè”, secondo le sue parole. Per consolarsi della mancata vittoria alla “Fenice” del Campiello, Massini sa che il suo “Lehman Trilogy” sarà messo in scena a Londra dal premio Oscar Sam Mendes, vale a dire il regista di “American Beauty” e di due Bond, “Skyfall” e “Spectre”, che nasce come regista teatrale.

Massini nel libro non traccia la storia del crollo della banca (e poi delle banche) in America del 2008. Quello che è accaduto nove anni fa resta fuori dal libro. Anche se è una filigrana che rimane in trasparenza in tutto il romanzo. In realtà lui voleva scrivere sì la storia di una banca, ma poi ha scoperto che doveva scrivere la storia di una famiglia, attraverso le vicende di molte generazioni lungo 160 anni di vita, dallo sbarco di un immigrato ebreo-tedesco al porto di New York all’apertura di un negozio di stoffe in Alabama, nel profondo Sud. E poi la ferrovia da finanziare, il petrolio… Insomma, storie di persone, appunto, che sono in balia della Storia, che li comprende e li accoglie tutti.

Correlati