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31 Maggio Mag 2012 1024 31 maggio 2012

Non c'è gusto. Se la realtà non supera la fantasia.

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C'era un bel periodo dove le leggi si chiamavano leggi, ed avevano efficacia e vigore poiché erano leggi. Votate dal Parlamento.

I clienti erano clienti. Consumatori. Utenti, se usufruivano di servizi pubblici. Non stakeholder. Io non sono un portatore d'interesse, se compro una scatola di merendine.  Continuo ad essere titolare di un diritto. Che le merendine siano buone. E non facciano troppo male.

Poi, successe qualcosa di particolare. I giornali cominciarono a scrivere “Testo approvato dal Consiglio dei Ministri”. Ed i lettori – erano diventati stakeholder anche loro - hanno cominciato a percepire il termine approvazione come votazione. Quel testo, un semplice disegno di legge, sembrava, ma non lo era, una legge, una norma cogente (le chiamava così il professore di diritto pubblico). Per dire che era realtà. Materiale.

Sì, lo so. Lavoro è ormai diventato il corrispondente del termine usato in fisica. “In fisica, il lavoro è trasferimento o sottrazione di energia cinetica su un corpo, compiuto da una forza (potrebbe essere anche una risultante di forze) quando l'oggetto subisce uno spostamento e la forza ha una componente non nulla nella direzione dello spostamento”. Non presuppone più una controprestazione in denaro.

Ma non sono un feroce critico del cambiamento, quando non rappresenti una presa in giro. Il tipico mutamento, sin troppo presente nella cultura e nella società italiana, che si riferisce all'opera di Tomasi di Lampedusa "il Gattopardo".

Il cambiamento, nelle città italiane, è benefico. Le infrastrutture locali una risorsa, economica, culturale, artistica. Non è un mantra. Torino ha acquistato in bellezza dopo le Olimpiadi del 2006, così come Genova grazie al progetto di Renzo Piano, e come Roma, sempre grazie a Piano, con l'Auditorium.

Per questi progetti la realtà, il costruito, la concreta realizzazione, supera in piacere estetico e funzionale il progetto. Supera la fantasia dell'architetto, e la esalta, grazie al risultato finale dell'incontro tra forme – interne ed esterne - materiali, paesaggio (distanze e vicinanza da esso), utilizzo. Così non si sprecano i soldi del committente. E per questo rapporto – tra professionista-tecnico e committente - ho trovato, sul sito personale dell'architetto e fotografo ( http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/arte_e_cultura/2011/1-giugno-2011/negli-scatti-giorgio-maio-citta-che-non-napoli-190776203523.shtml) Giorgio Di Maio un' interessante definizione.

Una norma, quasi: “Il progetto è di coloro per i quali è stato fatto: il progetto è della Committenza. Questo perché il progetto deve necessariamente offrire una soluzione ai problemi posti dai Clienti: deve servire ai loro fini nel modo loro proprio”. Sono completamente d'accordo, anche perché in questa definizione di relazioni i clienti non sono portatori d'interesse. Hanno dei problemi. Hanno dei diritti. Pagano una prestazione che risolve dei loro problemi. La realtà.

Ho conosciuto alcuni consulenti che mi dissero che la loro opera era di far nascere nuovi problemi ai clienti, per non farsi abbandonare mai. Ma erano – ripeto, alcuni, non la generalità - idraulici, avvocati e commercialisti.

Del nuovo, forse, a Napoli.

Sul portale http://www.archdaily.com/ , di cui ricevo gli aggiornamenti quotidiani, ho potuto avere notizia del progetto – in fase di realizzazione – che cambia il volto di Piazza Garibaldi a Napoli. La piazza della stazione, che, almeno secondo me, non è uno dei luoghi maggiormente attrattivi della città. Ben venga, quindi, un cambiamento, e giudico un fattore positivo che si parli di Napoli su Archdaily, sito che si autodefinisce il portale di architettura più visitato al mondo. Dominique Perrault, l'architetto.  L'uomo della "Lama" sudcoreana.

http://www.archdaily.com/224274/piazza-garibaldi-dominique-perrault-architecture/





Lo schizzo iniziale è un lampo di fantasia

Il primo schizzo del progetto



Mentre i successivi rendering - la resa grafica la rappresentazione di qualità del progetto -  mostra cosa vedranno i viaggiatori che arriveranno alla stazione.

Tubi. Gli alberi metallici, i rami metallici che vengono descritti, io, con molta poca poesia, lo ammetto, continuo a chiamarli tubi. Il rendering è bello, con tutti quegli alberi, quelli naturali. Ma io ricordo sempre la salace e definitiva battuta di Frank Lloyd Wright: “Un medico può seppellire i propri errori, ma un architetto può solo consigliare al cliente di piantare dei rampicanti”.

Il progetto è in fase di costruzione, dal 2006, e si presenta così. (Ringrazio l'architetto Di Maio per le fotografie).

Dallo schizzo alla realizzazione 2004-2012

L'area dell'intervento







Ecco. Al momento ho il timore che la realtà non supererà la fantasia. Forse, perché, in quella fantasia, ammirevole, si dimentica Napoli, si dimentica la stazione. Così, alla prima impressione.

Una delle immagini del rendering,  non mi ha fatto pensare a Napoli, ma a come potrebbero essere riqualificati i Navigli a Milano.

C'è una stazione, lì vicino.





Si dirà: "ma per riqualificare i Navigli, come stanno immaginando gli architetti per Expo 2015 - si badi bene 2015 -  non si può fare, mancano i soldi". Per me è vero il contrario.

Mancano i soldi perché non si costruiscono opere del genere. Perché si delude il cittadino. Perché le fotogafie, i progetti, i rendering, gli annunci di leggi, di riforme sono solo spot pubblicitari. Per colpire l'occhio.

Colori, flash, ambienti di sogno, giocattoli virtuali, per la mente.

Le mie erano e sono le perplessità di un valutatore ed estensore della parte giuridico-amministrativa di progetti per il territorio. E quelle di un fruitore dell'arte e della tecnica fotografica Ho, quindi, chiesto un parere anche a Raffaele Cutillo.

Archdaily promuove questo progetto. E sembra un paradiso. Un paradiso virtuale, certo.
Qual'è l'impatto reale sulla città di Napoli ? 
Come sarà vissuta una Stazione Garibaldi, così, dal cittadino ?

Ecco la sua risposta.

"Guardo le immagini della nuova piazza Garibaldi di Dominique Perrault (architetto che conosco anche per aver visto dal vivo alcuni suoi lavori francesi) e non nascondo le mie perplessità, moltissime. 
Immediatamente mi è venuto in mente un libro che ho letto da poco e scritto da Isaia Sales, dal titolo netto e deciso, "Napoli non è Berlino". Tra le tante riflessioni ve ne è una molto significativa sulla "complessa promiscuità" di Napoli, una città che ha fatto della stratificazione, e della integrazione spiazzante, il suo significato storico e la sua unicità assoluta. 
Qui, di contro, Perrault si comporta come se fosse in una qualsiasi capitale europea, con un gesto materico e formale scontato. E per giunta lo fa ai margini della Stazione Centrale (che resta per definizione luogo esterno e antropologicamente distante), proprio lì dove la piazza è già Napoli, inclusa nell'anima, sua carne viva. 
La Stazione di Stefania Filo Speziale (architetto, ex preside della nostra facoltà e progettista del grattacielo Jolly Hotel in via Medina) si muove sul limitare dell'allontanarsi e dell'avvicinarsi, lambendo, e senza necessariamente penetrare. Le è concesso. 
Ma dopo quel confine globale, le cose cambiano radicalmente.
Napoli è città fatta di giallo tufo spugnoso che impregna di sè malumore e fatalismo, angoscia e musicalità improvvisa. Rifiuta il vetro che riflette troppo la sua alternanza emotiva. Rigetta il metallo che non lascia sulla sua superficie la patina del tempo. Napoli è la città dove l'Italsider ha sputato ruggine sulla bellezza di Nisida, dove le alchimie del Principe di San Severo restano ancora mistero, dove i teschi allineati del Cimitero delle Fontanelle strizzano l'orbita di occhi assenti alle foglie della Sibilla di Cuma, dove l'indifferenza della vacuità del Vomero ha disegnato un pezzo di città fatto di caos convissuto, dove l'effimero delle Macchine da Festa si è pietrificato negli obelischi della Religione, dove l'Ipogeo duplica la Città di Sopra senza sentirsi schiacciato. 
Dove, soprattutto, i Quartieri Spagnoli sono di bellezza senza pari per odore, strato di polvere e cupa profondità che plasmano architetture meravigliose, soffocate dall'uso improprio. 
Questa banale piazza sarà matrimonio infelice con il fallimento della Gae Aulenti di Piazza Dante e dei suoi inconsistenti corpi vetrati di accesso al metrò.
L'impianto, poi, di una prevedibile simmetria velata di ipocrita innovazione ambientalista, non avrà mai la magia del Cimitero delle 366 fossa di Ferdinando Fuga. 
Napoli va amata, conosciuta, disvelata. E come una bella donna vuole essere prima corteggiata, come nessun'altra mai. Qui Perrault la tratta come una comune femmina da portare a letto."

Pare che la fantasia si stimoli. Grazie allo stupore. Per ciò che vedi.
Quello che spinse gli uomini alla scienza, all'arte, alla filosofia, alla poesia è lo stupore. Aristotele

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