Abraxas

8 Novembre Nov 2012 1405 08 novembre 2012

I baffi di Mazzola

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Oggi Sandro Mazzola, un grande campione del calcio italiano, compie 70 anni. Mi piace fargli gli auguri pubblicando questo racconto, tratto dal libro "Per segnare bisogna tirare in porta", con il quale ricordo la mia prima volta allo stadio....

Una solita domenica mattina d’autunno. Mia madre alle prese coi fornelli, le mie sorelle si preparavano per andare a messa, mio fratello al pianoforte come sempre nei suoi momenti liberi. Mio padre era uscito da poco e io me ne stavo in un angolo, mogio e triste, a leggere un fumetto.

Ecco, questa era l’unica stranezza di questa normale domenica d’autunno. Perché se non lo fossi stato, mogio e triste, avrei come tutte le altre volte disturbato mio fratello che suonava, preso in giro insopportabilmente le mie sorelle che si vestivano secondo la moda degli anni Settanta, con le minigonne e gli stivali, e soprattutto avrei tormentato mia madre col tentativo di farmi dare una fetta di pane e ragù. E invece il mio silenzio, quella domenica, diventava sempre più assordante, per tutti quanti.

Che succede?

Perché Giovannino è arrabbiato e in silenzio?

A un certo punto mia madre mi si avvicinò chiedendomi cosa avessi, ma io non le risposi. Pretendevo che tutti se ne ricordassero e poi mi vergognavo di fare la mia richiesta che a me sembrava un diritto acquisito da tempo. Allora mi limitai a scrollare le spalle senza rispondere.

Le mie sorelle andarono a messa, mio fratello continuò a suonare quasi indispettito della mancanza del mio disturbo, e mia madre andava e veniva chiedendosi cosa diavolo mi fosse capitato. Poi però, visto che mi conosceva bene, decise di lasciarmi perdere per un po’.

Io non chiedevo di andare in bicicletta, né di andare in cortile a giocare a pallone, né di raggiungere i compagni di scuola per i lunghi duelli a botta di soffi e battute di mano per le figurine Panini (attività per la quale ero un vero maestro, riempivo velocemente il mio album e possedevo centinaia e centinaia di figurine che scambiavo a carissimo prezzo, senza alcun motivo dal momento che il mio album era completo).

Quando mio padre rincasò, il rumore della porta mi rianimò per un attimo. Lasciai il fumetto, mi affacciai in corridoio silenziosamente, gironzolai per un po’  in attesa che mio padre mi dicesse qualcosa, mi facesse un cenno, mi dicesse “andiamo. Si parte.” Non accadde nulla. Allora, infuriato e soprattutto deluso me ne tornai al mio fumetto. In realtà mi limitavo a fissarlo, non credo di aver letto una sola parola o aver guardato una sola figura.

Ci stavamo avvicinando all’ora di pranzo, il tempo scorreva inesorabile. A un certo punto mi accorsi di un conciliabolo tra mio padre e mia madre. Mia madre gli stava dicendo di venire a vedere cosa mi era successo. Mio padre mi chiamò. Io lasciai il fumetto con riluttanza, mi alzai dal mio angolino e andai da lui.

“Che hai, perché non scendi un po’ a giocare?”

Quella domanda ebbe un effetto più sonoro di uno schiaffo. “Come perché? - dissi dentro di me, senza articolare un suono - Mi avevi promesso di portarmi alla partita, papà. Di andare a vedere Napoli - Inter, di andare a vedere il mio idolo Sandro Mazzola.” Ma tutto questo con la bocca chiusa, cucita, dovevo avere le orecchie rosse e gli occhi fuori dalle orbite, come mi capita ancora oggi quando mi arrabbio e sono deluso dei comportamenti di coloro ai quali voglio bene.

Anche mio padre mi conosceva bene. E allora, poiché davvero non si ricordava della sua promessa, e questo per me era molto grave, si girò silenziosamente e andò a chiedere l’intercessione diplomatica di mia madre. Non so esattamente quanto tempo sia durato questo tira e molla, ma alla fine, mia madre venne da me e io le svelai l’arcano.

Avevo sei o sette anni e se ripenso a quell’episodio, mi appare chiaro come la nostra personalità si formi molto presto e ce la portiamo appresso per il tutto il resto della vita. Qualche mese prima mio padre, quando gli consegnai una buona pagella, mi aveva chiesto cosa volessi per  regalo, se un completino dell’Inter, la mia squadra del cuore, o se preferivo andare a vedere la partita dei nerazzurri contro il Napoli allo Stadio San Paolo.

E io avevo scelto. Avevo scelto di vedere i miei campioni preferiti dal vivo. Volevo vivere l’esperienza della partita in uno stadio, volevo assaporare quelle atmosfere che Ameri e Ciotti trasmettevano via radio da tutto il calcio minuto per minuto. E soprattutto volevo vedere dal vivo il mio campione preferito, il mio idolo, Sandro Mazzola. Quel campione con i baffi e il fisico snello e asciutto, che somigliava tanto a mio padre, tanto che spesso nella mia mente mi capitava di confonderli.

Giocavo a pallone come tutti i bambini della mia generazione, delle generazioni precedenti e di quelle future che verranno. Era bello il profumo del cuoio del pallone, il calpestio dei tacchetti negli spogliatoi, e perfino le sbucciature delle cadute sul campo. E io volevo sapere che cosa provavano i campioni di allora a entrare in uno stadio con l’urlo del pubblico, i cori, gli striscioni. Li volevo vedere a colori, come nelle centinaia di figurine panini che accumulavo, e non come apparivano in tv, con il campo grigio e le magliette di cui bisognava immaginare i colori. Volevo vederli sudati, veri. Dunque, avevo scelto: niente completino. La partita. E ora, perché quell’impegno solenne, quella promessa non veniva onorata, peggio era stata dimenticata? E poi proprio da mio padre che era l’altro mio mito, aveva perfino i baffi come Mazzola!

Ripresi in mano il fumetto, per ostentare il mio disappunto, la mia feroce delusione. Per un po' di tempo nessuno venne a cercarmi, sentivo il solito tran tran, il rumore della cucina, dei piatti spostati, dei bicchieri che tintinnavano. Ma nessuna voce, nessuna notizia. Poi udii i passi di mio padre e il portoncino di casa che si chiudeva. Pensai che era tutto finito, che mio padre era uscito di nuovo, magari arrabbiato con me per la mia testardaggine. Ma non era testardaggine, mi dicevo, era una promessa mancata. Non so quanto tempo passai a rigirare il fumetto tra le mani senza leggere, con le lacrime che mi rigiravano negli occhi e che ricacciavo indietro per la vergogna.

Pensavo che la soddisfazione del pianto non gliel’avrei data, non gliela potevo dare. Poi all'improvviso sentii riaprire il portone di casa e simultanei i passi di mia madre e la sua voce: “Giovannino, subito a tavola. Tu e tuo padre mangiate subito, sennò fate tardi alla partita”.

Non sapevo come reagire, il mio carattere, scontroso e orgoglioso, avrebbe mantenuto almeno per un altro po' il broncio. Ma quanto ero felice! Avrei visto le mie maglie nerazzurre, gli scarpini calpestare il prato verde, sentito i cori dei tifosi.

Feci un sorriso a mia madre, le chiesi scusa e corsi a tavola.

Mangiammo poco, in fretta e in silenzio. Mio padre non era tifoso di calcio, solo molti anni dopo sarebbe stato contagiato, come tutti coloro che sono costretti a starmi intorno, dalla mia sconfinata passione. O meglio dal mio amore assoluto per l'Internazionale.

Quella squadra umorale, istintiva, nervosa e asciutta come il corpo nodoso di Sandro Mazzola ha sempre interpretato in maniera totale il mio modo di intendere il gioco. Nulla di razionale e scontato, nulla mai di definitivo. Un tifo incondizionato, in assoluta controtendenza col mio carattere, col mio modo di essere.

Terminato il pranzo, mio padre con un gesto per me inatteso e gradito andò a prendermi la sciarpa e il cappellino. Poi mi disse di far presto.

Il viaggio fu breve e come facevamo sempre parlammo giusto l'indispensabile. Lui mi chiese della partita, della scuola del giorno dopo, del fumetto che stavo leggendo. Un dialogo come tanti, eppure il tono che usammo era diverso, quello era il primo colloquio da adulto con mio padre.

Arrivammo allo stadio e iniziammo la caccia ai biglietti. Fummo davvero fortunati: i botteghini stavano chiudendo ma c'era ancora qualche tagliando. Mio padre non badò a spese e comprammo il biglietti della Tribuna Posillipo.

L'ingresso allo stadio fu come l'ingresso in un'arena: gente dappertutto, cori e rulli di tamburi e lo speaker che annunciava le formazioni. Mi guardavo intorno ammirato, affascinato, stupito. Com’è diversa la partita allo stadio, l'emozione è così forte che quasi il risultato non conta più. Una squadra contro l'altra, vedi le posizioni, gli schemi, il modo in cui si fronteggiano in campo. Percepisci il sudore, il nervosismo e la paura di ragazzi uguali agli altri ma con migliaia di occhi puntati addosso.

Quando l'Inter entrò in campo non potevo credere ai miei occhi. Vedevo per la prima volta i miei campioni. Lido Vieri, la roccia Tarcisio Burgnich, l'eleganza di Giacinto Facchetti, i muscoli di Boninsegna, il fisico da ragioniere di Mariolino Corso, dal cui sinistro partivano lampi di genio e quelle indimenticabili punizioni a foglia morta. Ma soprattutto vedevo da vicino il mio Sandro Mazzola, e i suoi baffi che somigliavano tanto a quelli di mio padre.

A quell’epoca i giocatori portavano difficilmente baffi o barba. Mazzola mi piaceva non solo perché era un campione, non solo perché segnava tanti gol ma anche perché era l'emblema di una vita assai complicata. Di un papà grande campione, finito precocemente, e di una vita di sacrifici per emularne le gesta. Pensavo al bambino ignaro che aveva visto scomparire un padre famoso da un momento all'altro, schiantato sulla collina di Superga insieme al grande Torino. Pensavo alle sue solitudini e alle sue tristezze, alla fatica di costruire un talento simile a quello del grande Valentino, in un'altra città, con altri colori. E pensavo a com’era bello che fosse diventato anche lui un campione. Mazzola era il mio eroe, un eroe moderno, senza armi e col pallone fra i piedi.

La partita fu combattuta e divertente. Perdemmo 2-1 e Mazzola segnò. Erano anni difficile per l'Inter. Non era più forte come nei mitici anni Sessanta, era una compagine un po’ invecchiata e che non aveva avuto ancora il coraggio di rinnovarsi. Ma non era così importante. Importante era esserci, cominciare l'avventura del tifo calcistico, della squadra del cuore e di un attaccamento che non ha mai conosciuto sosta. Fino a oggi.

Perché oggi Giovannino è diventato Giovanni, ha mille problemi nella vita quotidiana e ha i baffi. Mazzola non gioca più, anche se il suo nome e quello dell'Inter sono indissolubilmente legati. Però ci sono altri campioni. E quando Giovanni va allo stadio, sempre con la sciarpa e il cappellino, vede quelle maglie nerazzurre e dentro di sé ridiventa Giovannino.



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