Abraxas

22 Novembre Nov 2012 1117 22 novembre 2012

Tre fatterelli (politici) napoletani

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L'altra sera sono andato a sentire un'intervista realizzata dai Giovani in corsa, che sono un gruppo molto dinamico di giovani attivisti di "centodestra", ad Antonio Bassolino. Ci sono andato perchè la cosa era curiosa. Un gruppo di giovani della Napoli bene, militanti critici del centrodestra, quasi tutti in fasce quando l'epoca di Bassolino era definita "rinascimento napoletano", che si confronta con il vecchio capo "comunista". E poi interessante era anche la scelta del luogo: palazzo Serra di Cassano, sede dell'istituto di Studi filosofici di Gerardo Marotta.
La sala non era particolarmente piena: qualche antico sostenitore di Bassolino, alcune persone storicamente a lui più vicine, alcuni giovani del movimento promotore dell'iniziativa. In sala un solo giornalista, de Il Mattino. E' la parabola della vita. Una volta, quando si muoveva, arrivavano le folle acclamanti e questuanti, e arrivavano a frotte i giornalisti. L'incontro è stato un pò malinconico,ma qualche ruggito il vecchio leone l'ha piazzato. In particolare quando ha parlato del nuovo Sindaco. Pur con un tono conciliante e comprensivo, Bassolino infatti ha rimarcato quello che appare a molti un limite, o un difetto, di De magistris: l'assoluta mancanza di un minimo di spirito autocritico. Lui non sbaglia mai, è sempre copla di qualcun altro. A me la cosa più grave appare l'assenza di ironia e autoironia. Nel suo atteggiamento e nei suoi comportamenti non ve n'è traccia (ma riprenderemo questo tema in modo più serio ed approfondito un'altra volta).E De Magistris lo ha dimostrato ancora una volta rispondendo a Bassolino. Ha gonfiatoil petto (anzi la pancia), ha indurito la mascella e gli ha intimato: "da Bassolino non accettiamo lezioni; puà parlare, come qualsiasi cittadino, ma non accettiamo lezioni". Comunque pure Bassolino può ritenersi soddisfatto: nientemeno che il Sindaco in persona gli ha dato la libertà d'espressione e di parola.

Ieri mattina sono stato invitato alla presentazione del Manifesto degli intellettuali per Bersani, e ci sono andato. L'introduzione è stata fatta dall'astro nascente degli intellettuali piddini, lo storico Miguel Gotor. "Il nome promette bene - ho pensato; esotico e televisivo". Le conclusioni, invece, a Massimo D'Alema. L'inizio del convegno è stato tragico. D'Alema non era ancora arrivato e al tavolo dei relatori c'erano otto persone, per una platea di una cinquantina. "Un relatore ogni quattro persone", ho pensato ancora. Quando Gotor ha cominciato a parlare, ho capito che non sarebbe stata una bella mattinata. Una sfilza di luoghi comuni declamati con una voce cantilenante e urticante, come se in sala ci fossero gli scolari di terza elementare a fare il dettato. E il resto del mondo della cultura erano una serie di professori universitari. Non un (o una)regista, uno scrittore, un attore, un musicista, un responsabile di associazione territoriale. Ero seduto vicino al mio amico Maurizio de Giovanni, bravo ed affermato scrittore, e per fortuna ci siamo distratti commentando ironicamente. Poi è arrivato D'alema, la sala si è riempita e sono arrivati giornalisti, fotografi e telecamere. Dopo ancora quattro interventi dal tavolo dei relatori (e nessuno dalla platea) è stata data la parola a D'alema. Un intervento brillante e convincente, che ha restituito senso alla mattinata. Ora dico, ma non si poteva organizzare diversamente? Renzi si sarebbe portato un Baricco o un Virzì, e avrebbe riempito un cinema. Perchè non dare voce alla cultura vera, invece che confonderla con gli accademici che chiedono soldi per l'università e la ricerca (cioè se stessi)? Mah!

La terza storiella è più seria. Qualche mese fa mi colpì un tweet di Vendola. Era a Firenze per un'iniziativa e dalla platea (e da twitter) aveva denunciato un brutto fatto: il licenziamento di una dipendente di un'azienda nota che era ammalata di cancro. Poichè mi sembrò un'importante denunzia civile, twittai a Nichi che anche il sindaco di Napoli De magistris aveva licenziato due dirigenti a contratto in lotta contro il cancro (e li conosco bene dal momento che entrambi hanno lavorato con me quando ero assessore). Mi aspettavo, conoscendo il fervore e la passione civile di Vendola, che riprendesse questa segnalazione esattamente come aveva fatto contro un'azienda privata. E invece niente, silenzio.

E allora mi si è rafforzata una convinzione. Che la battaglia politica a volte viene soffocata dalla convenienza e che la passione civile si spegne davanti all'imbarazzo. Solo che da un poeta della politica come Nichi, non me l'aspettavo.

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